Franco Pellizotti attacca per l'ultima volta il numero sulla maglia © Instagram
Franco Pellizotti attacca per l'ultima volta il numero sulla maglia © Instagram

C’era del fino in quel corridore

Franco Pellizotti lascia il ciclismo pedalato dopo una gran bella carriera, chiudendo con una prestazione ottima. Da qui in poi sarà direttore sportivo

Non è da tutti restare in sella tra i professionisti a 40 anni, tirando il gruppo nei momenti decisivi di una corsa World Tour. Non è da tutti se non ti chiami Franco Pellizotti che anche oggi ha fatto un lavoro eccezionale sul Muro di Sormano prima dello scatto del suo capitano Vincenzo Nibali. Pellizotti chiude la sua lunghissima carriera in gruppo con il trentesimo posto a Il Lombardia 2018 e con la felicità di aver visto sul podio dell’ultima classica monumento della stagione un ritrovato campione come il messinese.

Il ciclismo ha restituito molto meno a Pellizotti di quanto lui abbia dato in questi 17 anni di carriera da professionista ma il veneto guarda già avanti ai suoi prossimi obiettivi. Il momento di staccare gli scarpini dai pedali e andarsi a sedere in ammiraglia è arrivato e Franco sarà pronto a breve per una nuova sfida, quella da direttore sportivo sin dal prossimo anno della Bahrain Merida. E magari in questo nuovo ruolo potrà prendersi quelle grandi soddisfazioni che sono mancate nella sua comunque grande carriera da pro.

Nei 17 anni di professionismo in cui ha vestito le maglie di 4 team (Alessio, Liquigas, Androni e Bahrain) il Delfino di Bibione ha raccolto tredici vittorie, due delle quali al Giro d’Italia (2006 e 2008). Il primo trionfo a braccia alzate da professionista fu nel 2002 quando si impose nella sesta frazione della Tirreno Adriatico. E fu proprio il 2002 in maglia Alessio il suo miglior anno, con quattro centri: seppe imporsi anche nel Giro del Friuli, in una frazione della Vuelta al País Vasco e in una del Tour de Pologne. L’altra grande annata fu quella del 2009 ma le soddisfazioni di quella stagione (una tappa e il terzo posto finale al Giro, la maglia a pois e il premio della combattività al Tour de France) furono cancellate dal TAS di Losanna che decise di squalificarlo per due anni per anormalità nel passaporto biologico.

Dopo lo stop Pellizotti tornò alle corse nella primavera 2012 e, dopo meno di un mese, colse l’altro grande risultato della sua carriera: in quel di Borgo Valsugana, in un tracciato selettivo, fece propria la maglia di campione italiano in linea. Fu proprio quello l’ultimo acuto per il riccioluto scalatore, che negli anni successivi in maglia Androni ottenne più che altro tanti piazzamenti, terminando nella Corsa Rosa per due volte tra i primi 15 con il rammarico della vittoria sfiorata nella tappa dello Zoncolan nell’edizione 2014.

Nel seguente autunno il ritorno nel massimo circuito saltò all’ultimo: Pellizotti, infatti, si era già legato all’Astana ma causa del regolamento del MPCC (che vieta la presenza in rosa di corridori rientrati da una squalifica per doping da meno di due anni), organizzazione di cui i kazaki facevano parte, il matrimonio non s’ebbe da fare, nonostante l’annuncio già dato da Vinokourov.

Pellizotti resta così in Androni ancora per altre tre stagioni fino al 2017, anno del “ricongiungimento” con Vincenzo Nibali, a 10 anni di distanza dai tempi della Liquigas in cui i ruoli erano invertiti. Nei due anni in maglia Bahrain Merida, Pellizotti è stato al fianco dello Squalo al Giro e alla Vuelta del 2017 e nelle grandi Classiche, al Tour e alla Vuelta in questa sua ultima stagione da professionista.

Quest’ultimo anno è quasi da incorniciare visto che alla veneranda età di 40 anni, già compiuti il 15 gennaio scorso, si è tolto il lusso di correre (e completare) due Grandi Giri, di conquistare un podio di tappa alla Vuelta, di chiudere sesto al Memorial Pantani, di interpretare alla grande il ruolo di veterano e gregario extralusso con la maglia della nazionale all’ultimo Campionato del Mondo di Innsbruck.

Oggi, il suo ultimo squillo, ancora una volta a servizio di Vincenzo Nibali sul Muro di Sormano per contenere l’attacco di Roglic e scremare il gruppo dei favoriti. Un lavoro esemplare prima di scendere definitivamente dalla bici, togliere il casco e staccare il dorsale dalla sua maglia per l’ultima volta.

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