André Cardoso in maglia Trek © Kristof Ramon
André Cardoso in maglia Trek © Kristof Ramon

André Cardoso si racconta: controanalisi inconcludenti, ma comunque squalificato

Alcuni giorni fa il corridore portoghese André Cardoso è stato squalificato per quattro anni per una positività all’EPO ed una battaglia con l’Unione Ciclistica Internazionale durata addirittura 16 mesi. L’ex portacolori della Trek-Segafredo ha pubblicato oggi una lettera in cui prova a raccontare la propria vicenda e di tutti i dubbi legati al risultato delle controanalisi. Noi di Cicloweb.it l’abbiamo tradotta in italiano e ve la proponiamo in versione integrale.

Questa è come è giunta al termine la vita professionale di un onesto, umile e diligente sportivo e amico leale. Un uomo giovane sempre con il sorriso sulla faccia, che può motivare chiunque e qualunque cosa con la sua forza vivace.

La decisione finale del tribunale “indipendente” dell’UCI è stata rilasciata lo scorso 15 novembre 2018: quattro anni e tutti i costi relativi.

Ma torniamo all’inizio della storia…
Non è un segreto che il mio più grande sogno come ciclista professionista fosse di partecipare al Tour de France. Questa opportunità è arrivata nel 2017, come risultato di tanto duro lavoro e molti sacrifici. L’invito è stato confermato pochi giorni dopo il Delfinato. Alcuni giorni prima del Tour, stavo già vivendo il sogno, ero immensamente felice e non c’era prezzo per quello.

Il 18 giugno, ho fatto quello che chiamiamo un allenamento attivo, “allenamento leggero” e ho pranzato dai suoceri dove sono stato fino a fine giornata. Quando sono già a casa mia, gli ispettori antidoping hanno suonato alla mia porta. Potevo vederli attraverso lo schermo del videocitofono e sapevo esattamente di cosa di trattasse. Come sempre, ho aperto la porta di casa mia, fuori dal mio orario, e ho fatto il test.

Il 27 giugno ho ricevuto un’email durante una sessione di massaggi. Ero così emozionato che una volta che il massaggio era finito ho completamente ignorato il telefonino. Mentre stavo guidando per tornare a casa “un giorno prima del viaggio per il Tour”, ho ricevuto una chiamata dalla Svizzera da un “avvocato dell’UCI”. Ero così scioccato che ho quasi inchiodato in autostrada – mia moglie incinta e il mio figlio più grande erano con me in macchina. Ho chiesto se fosse uno scherzo, ho chiesto ancora e ho detto che era impossibile, impossibile! L’avvocato ha insistito affinché leggessi l’email e rispondessi il prima possibile. Nella mia innocenza, ho chiesto di che sostanza di trattasse e ha risposto che era “EPO”, ovviamente, puro e semplice. Ero senza parole, sono solo riuscito a dire di nuovo che era impossibile.

Quel pomeriggio è iniziato ciò che si è concluso il 15 novembre 2018, una battaglia contro ogni probabilità, senza alcuna chance di provare ciò che tutti potevano vedere. Comunque…

Ho immediatamente provato a chiamare le persone più importanti della squadra e quelle più importanti della mia vita. Ero così agitato che non riuscito neanche a trovare i numeri mentre guidavo. Quanto sono arrivato a casa, ho parlato con chi dovere. In meno di un’ora, l’UCI aveva già pubblicato il suo “Comunicato”, a me sconosciuto fino a quel momento ma che non scorderò mai.

Ho immediatamente parlato con un amico, che è un grande essere umano, e mi ha chiesto “devo sapere la verità, buona o cattiva, dimmi la verità e sarò al tuo fianco nel bene e nel male”. Gli ho detto “sono innocente, non l’ho preso”. Dopo di ciò, ha gestito tutto come se fosse il suo caso.

Un mese dopo…
Io, il mio agente e il mio esperto siamo andati in Svizzera per l’apertura del campione B, in una data scelta dall’UCI. Non auguro a nessuno di vivere quei tre giorni come ho fatto io. Noi tre eravamo in una sala riunioni del laboratorio di Losanna ed è arrivato l’esperto del laboratorio, che era eccitato al punto che quasi saltava mentre ci mostrava i grafici dicendo “come potete vedere, il campione B è positivo”. Si poteva sentire nell’aria, nel mio cuore, la mia speranza di provare la mia innocenza come se fosse un caso di vita o di morte. Il mio esperto ha chiesto come mai la linea fosse più bassa del solito, a cui l’esperto del laboratorio ha replicato “questo è un test per conferma la positività”. Il mio esperto lo ha guardato in faccia senza dire altro. Abbiamo chiesto di parlare al capo del laboratorio. Abbiamo fatto un’ultima richiesta per preparare un nostro comunicato, per non essere presti di sorpresa dall’UCI un’altra volta. Il capo del laboratorio ci ha detto che tutti i documenti sarebbero stati mandati all’UCI la mattina successiva. Il viaggio “da solo” verso Porto è stato il peggiore della mia vita.

Il giorno successivo eravamo pronti a pubblicare la nostra dichiarazione non appena l’UCI avesse pubblicato tutto. Non c’è stato nulla quel giorno, né in quello successo e questa è stata la mia vita per un mese intero.

Un mese dopo le controanalisi ho ricevuto un’email dall’UCI. Ero incredulo e in un vortice di emozioni. Avevo ricevuto il blocco delle controanalisi e, per la cronaca, il campione B era negativo, senza alcuna sostanza. Tuttavia, gli esperti lo hanno catalogato come inconcludente, visto che c’era il campione A che conteneva una sostanza. Secondo gli esperti di Losanna e di altri 4 laboratori, “c’era una forte possibilità che il campione B fosse deteriorato e, quindi, non potevano dire che fosse un evidente negativo, ma piuttosto dubbioso o inconcludente”. Il laboratorio ha scelto le date per l’apertura del campione B, e non ho altro da dire.

Comunque…
Nel mondo dello sport, ho sempre pensato che se il campione B smentisse il campione A, l’atleta sarebbe stato assoluto, ma nel mio caso non è andata così. Non sono stato accusato secondo l’articolo 2.1, ma per l’articolo 2.2. Non avevo la sostanza nel mio corpo, ma c’è stato un tentativo di usato, o che l’avevo usato. Oh, bene.

Il mio sangue dallo stesso controllo antidoping è stato analizzato e il risultato era negativo per gli stimolanti dell’eritropoietina, il mio passaporto biologico è pulito, non ho mai saltato un controllo antidoping e sono sempre stato disponibile a fare controlli anche fuori dal mio orario. C’è solo un campione A con una sostanza, non c’è altro. Se avessi preso davvero quella sostanza, ci sarebbero stati altri indicatori per provarlo, per esempio il passaporto biologico e il sangue dello stesso controllo.

Detto ciò, se fosse stato un baro e avessi pensato come un baro, se avessi preso EPO, avrei aperto la mia porta di casa fuori dal mio orario sapendo chi era alla porta? Di sicuro no! Non ho mai mancato un controllo e sarei scusato da due se fossero “poi giustificati”. Primo, non sarebbe stata un’assenza perché era il mio orario. Secondo, sarebbero potuti venire il giorno dopo “nel mio orario” e sarei potuto essere fuori. Questa sarebbe stata la mia prima violazione. Sarebbe stato così semplice. Se fosse stato un gioco del computer, avrei avuto un’altra vita da usare.

E come avrei potuto difendermi dicendo che non ho usato EPO? Come giustificare la positività del campione A?

Complicato…
Abbiamo chiesto tutti i test delle urine riportati nel mio passaporto per effettuare uno studio, ma l’UCI ha rigettato la nostra richiesta. Non posso provare su basi scientifiche che sia stato un errore di laboratorio. Posso fare ogni sorta di supposizioni, ma non ho prove concrete né le hanno loro. Possono dire che c’è una forte probabilità, comparabile ad una forte probabilità di una contaminazione (il laboratorio di Barcellona ha recentemente perso il suo accredito per una contaminazione). E io devo essere squalificato 4 anni basandosi su una forte probabilità?!

Prima di effettuare il “SAR-PAGE” test (un test sulle mie urine), c’è un processo di immunopurificazione, significa che sulle le impurità del corpo sono espulse alle urine, e le urine devono essere pulite senza alcun perso molecolare (l’EPO sintetica ha un perso molecolare, che la distingue da quella endogena). In questo processo, l’urina è divisa in porzioni, è questo può comportare contaminazione. Il Test A è fatto usando diversi campioni di vari tipi (questo è importante da notare), queste test sono molto costosi, quindi i laboratori evitano spese maggiori. Quando richiesto dall’atleta, il campione B è analizzato a parte, senza altra urina che quella dell’atleta in questione, con l’atleta presente assieme ad un esperto che l’atleta si può portare dietro. Questa è la differenza principale tra il test A ed il B. L’urina è la stessa, ma non lo è la procedura, cosa che fa la differenza. Io sto evidenziando questo problema tecnico (no, non sono un esperto, ma ho dovuto leggere molto in proposito, con tutte quelle teorie, dagli esperti ai legali) perché ho visto molte assurdità qui.

I test doping non sono matematica, il test che ho fatto sulla mia urina pesa per l’80%, l’altro 20% corrisponde agli “occhi” degli esperti che fanno analisi delle urine (esperti che cercano doping, che lavorano apposta su questo). Fino a qualche anno fa, gli esami che erano considerati atipici, dubbiosi, potevano non essere mai riportati come positivi. L’eritropoietina è una sostanza di cui il nostro corpo ha bisogno per sopravvivere (gli atleti fanno sempre più lavoro in alta quota o ipossia); l’allenamento ad alta quota è fatto per lavorare sull’eritropoietina endogena. Questo tema può andare avanti per sempre e io non ne so nulla. Voglio solo mettere in evidenza che “il doping non è 2+2=4”. Ma come possiamo vedere, questo è meglio lasciarlo tra le quattro mura del laboratorio e quanto accade, è più facile sterminare l’atleta, questa è la via più semplice senza conseguenze. Meglio continuare con il cliché “sei positivo, hai preso la sostanza”. E così via perché un falso-positivo ha serie conseguenze per il laboratorio, la WADA può togliere la certificazione. Stiamo parlando del laboratorio di Losanna, uno dei più importanti dove vengono svolti i test per le maggiori competizioni. È questo il conflitto di interessi che avrei dovuto rovesciare? Chi sono per farcela? Avrei demistificato il doping? Queste sono le mie “intricate tele” di doping.

Dopo questo grido dal cuore, questa grande ingiustizia, tutto quello che devo dire è che sono abbastanza forte da provare a dimostrare la mia innocenza facendo ricorso al TAS attraverso una “difesa d’ufficio”. Comunque, sono consapevole che questo può essere un miraggio irraggiungibile. Dopo aver combattuto l’UCI per 16 mesi, non ho più la possibilità di sostenere questo ricorso, solo attraverso un supporto legale.

Alla fine…
Una parola di rispetto e una di supporto a tutti coloro che hanno sempre creduto e ancora credono in me, e a coloro che non dimenticheranno mai e ancora parlano fieri del corridore che ero. Un milione di mie scuse a coloro che hanno sofferto e ancora soffrono con me per quest grande ingiustizia sportiva. Grazie dal profondo del mio cuore. Questo non è un ADDIO, ma un ARRIVEDERCI.
André Cardoso

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