Francesco Pelosi parla a corridori e staff nel ritiro di Asiago © Bettiniphoto - Dario Belingheri
Francesco Pelosi parla a corridori e staff nel ritiro di Asiago © Bettiniphoto - Dario Belingheri

Francesco Pelosi: «Un 2019 all’insegna della qualità»

Intervista al team manager della Nippo-Vini Fantini-Faizanè. Dai giovani alle conferme, dal futuro della squadra a quello del ciclismo

Dal nostro inviato

Il primo ritiro prestagionale della Nippo-Vini Fantini-Faizanè è, da oggi, andato in archivio. Effettuati i primi test, prese le misurazioni con i vari fornitori, stilati i piani di gara: insomma, si è fatta la classica e necessaria base per programmare una nuova avventura. A guidare la formazione italo-giapponese è Francesco Pelosi, negli anni sempre più immersosi nella complessa gestione di una squadra ciclistica. In una lunga chiacchierata abbiamo provato con lui a sintetizzare la stagione appena terminata e a prevedere quello che potrà essere il futuro prossimo dei suoi ragazzi.

Inevitabile partire dal 2018: come giudichi la stagione della squadra?
«Ottimo dal punto di vista sportivo, dato che siamo riusciti ad alzare il baricentro della squadra come presenza in corsa, strategia e punteggi: avevamo l’obiettivo di entrare nella top 10 in Europa e ci siamo riusciti, così come siamo nella top 15 in Asia avendo corso con la strategia di far crescere i nostri giovani e i corridori giapponesi. Abbiamo vinto undici corse di cui una in Italia, tornando al successo dopo un anno di digiuno, e una tappa in una gara blasonata come il Tour of Croatia. Ci sono anche le vittorie in Asia ma a gratificarmi maggiormente sono i podi dei giovani corridori come Bagioli e Tizza, oltre al filotto di prestazioni di Canola. In una stagione complicata per noi derivante dal calendario abbiamo avuto la soddisfazione di rifare l’Amstel Gold Race e di metterci alla prova al Tour de Suisse: è fondamentale disputare corse di questo livello anche fuori dall’Italia. La vittoria di Marangoni è la bella storia di sport di cui chiunque vorrebbe scrivere e raccontare»

Il rendimento di Lobato, culminato con il successo alla Coppa Sabatini, ha ripagato la fiducia che avete riposto in lui. E si può ritenerla una scommessa vinta
«In realtà per me è un inizio di vittoria e sono convinto che la vinceremo quest’anno. Lui è un vero top rider: lo dimostrano il modo in cui ha vinto a Peccioli e anche la professionalità che ha. Io dico sempre che le Professional possono avere due grandi opportunità: quella di scovare e mettere in mostra i giovani talenti e quella di rilanciare corridori che, per un motivo o per un altro, si sono smarriti. Era da un po’ di tempo che non si vedeva una vittoria alla Sabatini con una sparata del genere. Noi siamo soddisfatti, ora la speranza è di andare a concretizzare nel 2019»

Canola è passato da sei vittorie nel 2017 a zero nel 2018, pur con tantissimi piazzamenti ottenuti
«È stato un anno di transizione anche per lui, che è passato dall’essere una scoperta ad essere il faro della formazione. Molto spesso autocaricandosi di aspettative fin troppo alte anche quando la squadra non gliene metteva. L’aspetto fondamentale della sua stagione è che ha affrontato tutta la stagione con una grande condizione e quando doveva andare forte, lui c’era. Diciamo che un po’ di volate le ha sbagliate e in altre occasioni è stato meno cinico del solito, però è andato forte e sono certo che nel 2019 tornerà ad alzare le braccia al cielo anche grazie alle qualità dei ragazzi che avrà vicino a lui»

Capitolo giovani: i fratelli Cima, Bagioli, Zaccanti e lo stesso Bou hanno vissuto una stagione globalmente positiva
«Sappiamo che i giovani devono aver un momento di ambientamento. Imerio Cima è stato rallentato per un problema fisico derivante da un’infezione muscolare: dopo essere guarito ha colto dei bei risultati. Il fratello Damiano è stato una conferma per il ds Manzoni che l’ha fortemente voluto; per tutti gli altri è stato una lieta scoperta perché ha dato tantissimo alla squadra per tutto l’anno con una continuità da vero professionista. Lui è uno di quegli atleti che servono a tutte le squadre. Bagioli ha compiuto un ulteriore passo in avanti e quest’anno ci aspettiamo che possa fare quello scalino che lo porti a ottenere quella vittoria ormai vicina. Bou è ancora giovane e deve avere ancora un po’ di tempo, Zaccanti si è fatto vedere fra Korea e Burgos: da loro ci aspettiamo che nel 2019 tirino fuori gli artigli»

Il plurivittorioso nonché bandiera del team è Grosu, che dopo una lunga militanza cambia casacca
«A Eduard auguriamo di fare una grande stagione e di andare forte. Dopo cinque anni con noi era giusto che si mettesse alla prova in una squadra diversa da noi. Siamo sicuri di avergli insegnato un metodo di lavoro e di avergli trasmesso come lui possa essere un vero corridore. È stato un lasciarsi in amicizia fra entrambe le parti: sapeva che l’avremmo tenuto, tanto che gli abbiamo sottoposto una buona offerta per rimanere. La sua scelta, più che per un fatto economico, è stata dettata dalla ricerca di nuovi stimoli e dalla volontà di affrontare corse diverse»

A giugno avete salutato Cunego, ora abbracciate Moser: quali possono essere le differenze fra i due nell’apporto al team?
«Damiano è arrivato da noi a 31 anni, aveva bisogno di ritrovarsi ed è sceso in una Professional verso la parte finale della carriera. È stato una bandiera e fondamentale nel trasmettere l’esperienza ai giovani. Moreno arriva a 29 anni, nel pieno della maturità fisica, con il dente avvelenato perché sa che così la sua carriera non è completa ed è un ragazzo con un mood diverso rispetto a Damiano. Siamo sicuri che sarà un ottimo valore aggiunto anche nel sostenere e nel farsi sostenere dagli altri leader del team»

Due corridori simili come caratteristiche sono Simone Ponzi e Marco Tizza. Entrambi, nel 2019, non saranno più con voi
«Simone sapeva che sarebbe stata una stagione in cui avrebbe dovuto dimostrare tanto con un ruolo da pilastro nella squadra: per mille motivi non ci è riuscito e credo che un atleta che ha fatto 10 anni tra i professionisti e vinto corse importanti debba rendersi conto che una carriera può anche tramontare. Non ho visto in lui quel graffio che aveva in anni passati ed è arrivato a 32 anni a smettere con il ciclismo. È un vero rammarico, invece, per Marco: non ho avuto la possibilità economica per tenerlo con noi. La squadra doveva essere composta da 17 corridori e avremmo veramente voluto tenerlo. Ci dispiace che, in una situazione complicata anche per gli altri team, non abbia ancora trovato una sistemazione: meriterebbe di continuare in una Professional perché è stato un vero professionista e un valore aggiunto per noi»

Tokyo 2020 si avvicina e per voi è un appuntamento importante. Come sta proseguendo la crescita del gruppo nipponico?
«I giapponesi sono molto concreti, procedurali e pianificano bene. Quando abbiamo iniziato questa avventura sapevamo che difficilmente avremmo trovato un corridore per la top 10 ai Giochi Olimpici: l’obiettivo maggiore era di avere atleti capaci di fare un’ottima figura in un palcoscenico come quello olimpico. Grazie a Hiroshi Daimon abbiamo fatto lo scouting dei vari talenti: abbiamo trovato in Hideto Nakane il leader di questo gruppo. Lui è riuscito a ottenere buoni risultati anche in Europa come il 18° posto al Giro della Toscana: è ormai diventato un vero atleta di livello europeo e cerchiamo di fargli realizzare nel 2019 la sua miglior stagione. Che per lui come per tutti gli altri deve essere la stagione della concretezza: abbiamo costruito un ottimo gruppo che ha un metodo comune di lavoro. Abbiamo lavorato anche su contenuti diversi da tutti gli altri team e abbiamo costruito un’etica di squadra: il 2019 deve proseguire su questa scala valoriale ma deve portarci migliori risultati per tutti. Non mi aspetto di vincere chissà quante corse: preferirei aumentare di poco il numero di successi ma soprattutto vorrei aumentare la qualità delle vittorie. Per quanto riguarda i giapponesi, vorrei continuare quel percorso di crescita affinché siano pronti per Tokyo»

Tre nuovi giovani completano la squadra: Rubén Dario Acosta, Giovanni Lonardi e Alejandro Osorio
«Lo dicevo prima, le Professional devono rilanciare atleti o lanciarne di giovani. Abbiamo scelto Lonardi perché è italiano, di grande qualità sia in bici che fuori. Abbiamo scelto Osorio perché abbiamo bisogno di un’eccellenza in salita e lui, miglior scalatore del Tour de l’Avenir nonché sesto e vincitore di una tappa al Giro Under 23, era perfetto. Anche Lonardi aveva vinto alla Corsa Rosa, per cui due degli otto vincitori di tappa sono nostri e questo è un bel crescere nell’ambito giovanile. Dobbiamo dare loro il tempo di crescere: il calendario di una Professional ha un ottimo mix fra corse di diverso livello. Grazie alla collaborazione con alcuni professionisti riusciamo a dare opportunità a corridori di qualità: uno di questi è Acosta e abbiamo scommesso su di lui assieme a Paolo Alberati e Maurizio Fondriest. È un passista-scalatore e si è ben comportato in Croazia: da lui ci aspettiamo tanto e potrebbe essere una delle liete sorprese dell’anno prossimo»

Chi, fra i ragazzi giapponesi, rimane in rosa nel 2019?
«Abbiamo deciso di non cambiare, nell’ultimo anno prima di Tokyo, i ragazzi scelti. Manteniamo cinque atleti sui sette che erano con noi quest’anno: prendono altre strade Marino Kobayashi, che ha deciso di affrontare un’esperienza Continental, e Kohei Uchima, che è a fine carriera e vorrebbe fare l’ultimo anno mettendosi in luce in quelle corse come Tour of Japan e Japan Cup che con noi avrebbe affrontato come gregario. Oltre a Hideto Nakane abbiamo confermato Sho Hatsuyama che sarà il giapponese che vedremo di più in Europa, Masakazu Ito che sarà lo scalatore che aiuterà Nakane in chiave olimpica, Hiroki Nishimura che continuerà il percorso di crescita e poi c’è Hayato Yoshida. In estate prenderemo due stagisti giapponesi, se non tutti e tre mentre dal 2020 probabilmente porteremo con noi Hayato Okamoto, che corre in una squadra vicina a noi come Aisan»

Santaromita, Osorio, Nakane, Zaccanti: non è forse sguarnito il reparto degli scalatori?
«Io vado molto per statistica: noi facciamo circa 200 giorni di corsa di cui solo il 18% da scalatori puri. Tutto il resto sono da velocisti o da passisti-scalatori. Quattro scalatori è secondo me un numero congruo»

Nelle ultime due stagioni non siete stati selezionati per il Giro d’Italia. Cosa proporrete quest’anno a RCS Sport per ottenere un invito?
«Noi offriamo la stabilità: sarà il quinto anno di progetto, siamo l’unica squadra con una carta etica e che pubblica il passaporto biologico online, siamo stati la seconda squadra in Italia per risultati dopo la Androni, siamo un team che ha un corridore di eccellenza come Moreno Moser e uno di sostanza e qualità come Marco Canola. Siamo una squadra che punta sui giovani di qualità. Non ho da proporre qualcosa in più: spero che questa stagione in più abbia dato a RCS Sport la convinzione di invitarci. Altrimenti vorrebbe dire che continueremo ancora a lavorare su queste leve. Si parla tanto dell’importanza di mantenere squadre di matrice italiana: la mia è una formazione italiana, che paga le tasse e la cui sede è in Italia. Per noi è anche importante essere internazionali: siamo gli unici ad avere la metà del budget che proviene dal Giappone e abbiamo un roster bilanciato fra le varie nazionalità. Se non arriverà l’invito, come abbiamo fatto quest’anno, onoreremo al massimo qualsiasi corsa che ci inviterà e cercheremo altri organizzatori all’estero ad invitarci in nuove esperienze World Tour»

Siete una squadra aperta ai cambiamenti e alle innovazioni: la partecipazione alle Hammer Series va in questa direzione
«Le Hammer Series sono un ottimo esperimento per cercare di fare qualcosa di diverso nel ciclismo. Che non è un riformare quanto un aggiungere un nuovo format a quello tradizionale. Noi siamo stati la prima Professional ad entrare in Velon e la prima a partecipare al nuovo tipo di gare, gli unici italiani e siamo riusciti ad essere la migliore delle Professional. Il ciclismo ha bisogno di tante cose, la più importante è sicuramente, dal lato televisivo, la creazione di nuovi format in modo da rendere l’evento più spettacolare. Fatto salvo che il ciclismo è tradizione e certe corse non si dovranno mai toccare»

In tema di cambiamenti, il 2020 sarà una stagione di sostanziale rivoluzione per le Professional e non solo. Come valuti la riforma del ciclismo?
«Ho tanta voglia di scrivere qualcosa su questo aspetto. Al momento, per come è stata scritta, mi sembra una riforma capestro: punta a elitizzare uno sport che non è elitario e sicuramente punta a tagliare le gambe alle Professional con un budget contenuto. Lo posso capire dal punto di vista dell’internazionalizzazione, non lo capisco dal punto di vista della crescita di questo sport. Il ciclismo è uno sport di fatica, dove bisogna che si parta da una base ampia per far arrivare in cima solo determinati campioni: non possiamo che il ciclismo sia come la Formula 1. E abbiamo bisogno di far sognare i giovani: già ora ci sono poche squadre di un certo livello. Se non c’è la prospettiva di diventare grande, prenderemo affezione a questo sport. Questa riforma è l’emblema di come nel ciclismo abbiamo dei problemi: se li risolviamo, il ciclismo si sblocca; se continuiamo a non guardarli e questa riforma viene attuata esattamente come è al momento, rischiamo di passare da 24 a 10 Professional»

Per il 2019 cosa ti auguri per la tua squadra?
«Raggiungere gli obiettivi che ci poniamo. Che sono ambiziosi: raggiungere la top 5 in Europa e vincere più corse di prestigio. Nel 2018 abbiamo conquistato undici vittorie: non sarebbe male arrivare a quindici ottenendo quelle mancanti dai giovani talenti anche in gare di seconda fascia mentre mi auguro che almeno un paio di successi siano di maggior qualità. Il tutto continuando a partecipare ad un calendario di alto livello e ovviamente sì, un grande giro sarebbe quello che ci vuole a questa squadra»

E se quel grande giro fosse la Vuelta?
«In realtà è già tre anni che siamo andati a presentarci sia ad ASO che a Unipublic per raccontare il nostro progetto e la squadra che siamo. Sarebbe prestigioso per noi essere invitati in un grande giro all’estero. Però siamo italiani, quindi è normale che il nostro obiettivo sia partecipare all’evento più importante del nostro paese».

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