Janez Brajkovic cammina verso il futuro © Janibrajkovic.com
Janez Brajkovic cammina verso il futuro © Janibrajkovic.com

Janez Brajkovic – Scheletri nell’armadio

Il corridore sloveno racconta in una lettera le proprie difficoltà, tra disordini alimentari, la positività all’antidoping ed il sogno di tornare in gruppo

Quest’oggi Janez Brajkovic, corridore sloveno con una lunga esperienza tra i professionisti, ha pubblicato sul proprio sito una lettera le difficoltà vissute nel corso della carriera a causa di disturbi alimentari. Vi proponiamo la traduzione integrale del suo testo.

Questa è dura e dopo averci pensato a lungo, forse non è il titolo giusto. Vedete, “scheletri nell’armadio” è una frase usata per descrivere dei fatti non noti su qualcuno che, se rivelati, rovinerebbero la percezione della persona. Non dovrebbe essere così, non è così.

Questo mio problema spiegherà molto di me, delle mie azioni, delle mie reazioni e più di ogni cosa perché sono determinato a correre di nuovo.
Anche se porterò dietro molta vergogna, sono convinto che avrà maggiore importanza dei lati negativi. Vorrei essere l’unico, un’eccezione, ma non lo sono.

Si tratta di ciò a cui ho dovuto far fronte durante la mia carriera, a intermittenza, ma che non è mai sparito completamente.
Si tratti di un difficile rapporto con il cibo, un’alimentazione disordinata che è diventata un disordine alimentare, bulimia.
È successo rapidamente e prima che me ne rendessi conto ho realizzato di non avere più il controllo. Era lui ad avermi sotto controllo, non importava cosa facessi.

Ironicamente non era un problema di peso, io sono sempre stato magro e se avevo bisogno potevo perdere un chilo extra o due senza problemi. Al tempo non sapevo di cosa si trattasse se non per il peso, e non sapevo come sistemarlo.

Essendo tale argomento un tabù, non potevo solo dirlo a qualcuno e chiedere aiuto. Ho imparato a conviverci, sperando di stare comunque bene. E per un po’ è andata così. Ma ogni volta che affrontavo un ostacolo, avevo una brutta prestazione, una discussione con la dirigenza della squadra, venivo giudicato dagli altri, LUI mi ricordava che era colpa mia, e restava con me, io ero un ipocrita, bugiardo e non facevo abbastanza.

Questo per molti non ha alcun senso, ma per coloro che erano, o ancora sono, in battaglia con questo problema ha dannatamente senso.
E ce ne sono tantissimi nel ciclismo. Non è un problema minore come qualcuno vorrebbe farci credere. E di certo non è un problema solo delle donne.

In ogni team in cui sono stato, da Continental a Professional fino al World Tour, ho avuto compagni di squadra in difficoltà. Ce n’erano almeno 5 o 6 con un disordine alimentare, e molti di più con comportamenti da alimentazioni disordinate. Erano capitani, atleti da podio nei Grandi Giri, alcuni erano solo ottimi corridori, compagni di squadra e persone felici se osservati da una prospettiva esterna.

I dottori normalmente non lo noterebbero, perché diventi molto efficiente nel nasconderlo. Solo coloro che sono nella stessa posizione se ne accorgeranno.
E anche se la dirigenza lo notasse, solitamente, lo ignorerebbe. È molto più facile cacciare a fine stagione colui che non rende. Ma se pedala bene, allora va bene uguale.

Anche se tutte queste persone che affrontano questo problema gridano per chiedere aiuto, loro, me stesso incluso, non sanno come iniziare. Il senso immenso di vergogna, indegnità, solitudine…

Ciò che è peggio, gli altri che lo sanno o sospettano (staff, dirigenza) vanno avanti a diffondere la notizia al resto del personale, ai manager, ai direttori sportivi, ai dottori, alle altre squadre…

La vergogna, l’imbarazzo e la sensazione di essere un fallimento è indescrivibile.
Nel mio caso, questa era la ragione per cui non ho mai fatto niente per me stesso, per la mia salute. Ho sempre lottato per i miei compagni di squadra, li ho sempre difesi, a costo di pagarne io stesso le conseguenze. Perché io non lo meritavo…

E POI È ARRIVATA LA POSITIVITÁ

Gliel’ho dovuto dire, l’ho detto all’UCI, gli ho raccontato tutto.
L’unica ragione per cui prendevo quell’integratore, era perché era l’unica cosa che riuscivo a ingerire. In quel periodo non c’era giorno in cui non piangessi prima di uscire in bicicletta. Ero disperato, e tutto era nero per me. La cosa che amavo, a cui avevo dedicato tutta la mia vita, me la stavano portando via.
Sapevo che dovevo dare al mio corpo almeno qualcosa, per funzionare.
E questo è stato quell’integratore, avena, proteine animali, aromi naturali… e metilesaneamina non segnalata purtroppo.

L’UCI aveva promesso che il loro dipartimento medico mi avrebbe contatto. NON È MAI ACCADUTO.
Sapevano che avevo un problema, il problema che sta rovinando la vita e le carriera delle persone, ma non vogliono fare niente in proposito… nada, zero.
Beh, l’altezza dei calzini sembra più importante, giusto?

ALTRO IMBARAZZO

Poi l’ho dovuto dire alla mia squadra di allora. Solo ad una persona però. Gli ho raccontato cosa stava succedendo.
Dopo un po’ di tempo, ho avuto un incontro con un’altra persona, la presidente della squadra.
Era arrabbiata, ma al tempo stesso mi ha aperto gli occhi. Sapeva come affrontare i problemi, essendo lei stessa una persona amibiziosa.

Improvvisamente vedevo la luce.
Abbiamo deciso che avrei fatto tutto il possibile per ottenere una sospensione la più breve possibile, quindi sarei tornato e mi avrebbero dato un’altra occasione.

Nei sei mesi successivi, ho chiesto ancora e ancora se questo fosse vero perché, onestamente, avrei assolutamente capito se avessero detto di no. In fondo, era solo un controllo positivo.
Andava tutto bene, dicevano…

FINO A QUANDO NON ANDO’ PIU’ BENE

Dopo che avevo concordato 10 mesi (di sospensione, ndr), mi sono incontrato di nuovo con “il” tipo.
Tutto è cambiato.

E la ragione data per il cambiamento è stata la peggiore che potessi immaginare. Tutte le mie confessioni più profonde, tutto quello che gli avevo raccontato, è stato sfruttato in modo che ben si adattasse alle sue ragioni per lasciarmi a piedi. Questo mi ha ferito, mi ha ferito più che ogni altra cosa a questo punto.

Le prime due persone a cui avevo raccontato il mio segreto, l’hanno ignorato o, ancora peggio, lo hanno usato contro di me.

CERCARE SPUNTI POSITIVI NEI MOMENTI NEGATIVI

Caspita se questa frase è vera. In un certo senso questa è stata una benedizione. Ho trovato aiuto, mi sento bene e non sono ferito dai commenti negativi se so che sono sbagliati. Non mi interessa quello che altri dicono o pensano relativamente a cosa dovrei fare o come dovrei vivere.

Ho di nuovo fiducia in me stesso, amo me stesso. E per amare gli altri, prima devi amare te stesso.

Riesco ad accettare una critica se è giustificata, nessuno è perfetto. E fintantoché ti rialzi dopo essere fino a terra, non sei un fallito.

È per questo che voglio correre, il ciclismo è me, siamo inseparabili. Sono conscio che ci sarà un tempo per ritirarsi e ho progetti per il futuro, ma questo non è ancora il momento.

Negli ultimi sette anni non avevo mai pedalato così bene, da gennaio ho percorso oltre 26 mila km. Pedalare mi dà libertà, le migliori idee le ho quando pedalo. I problemi si aggiustano e anche i più duri vengono razionalizzati e (la situazione, ndr) non sembra essere più così dura.

Sarò onesto, ho provato a correre il Tour of Slovenia con la nazionale ma non ho ricevuto risposte da loro.

Ho anche scritto mail a tutti i team iscritti al Tour of Utah, disposto a coprire tutte le spese in prima persona. Non è semplice e non so se ci sarà una possibilità, ma fino all’ultimo io persevererò su questa strada.

Potrebbe non essere il Tour of Utah, ma alla fine qualcuno dirà di SÌ.

NON SOLO PER ME

Vero, questo non è solo per me, dovrebbe essere anche per gli altri. Non ho scritto questo testo per ricevere attenzione o per far sentire gli altri dispiaciuti per me. Me la passo bene, il più del tempo, non alla grande, ma comunque abbastanza bene.

Ho scritto questo testo per far sapere a tutti, dagli ipocriti a quanti lavorano nel ciclismo, che abbiamo un problema. Che piaccia o no, questo non dovrebbe essere un argomento tabù.

Uno che si frattura un osso e continua a correre è visto come un eroe, ma uno che lotta per mesi, anni con disturbi mentali, disordini alimentari, dipendenze, è DEBOLE?

Qui mi sono esposto in prima persona e anche adesso, scrivendo questo testo, ho le lacrime agli occhi. Non dovrebbe essere così. Dovrebbe essere risolvibile. Non sono la persona giusta per aiutare ma una semplice chiacchierata con qualcuno che ha attraversato questo problema aiuterebbe immensamente. Il carico che si libera dal petto è indescrivibile.

Ti dà speranza.

Tutti, chiunque, siate liberi di contattarmi, in qualunque momento. Ti capisco. Ti ascolterò.

Tanto amore

JB

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