David Lozano è al suo terzo Tour du Rwanda © Team Novo Nordisk
David Lozano è al suo terzo Tour du Rwanda © Team Novo Nordisk

Col diabete si può correre e vincere: David Lozano

Dalla diagnosi arrivata alla vigilia di una Coppa del Mondo alla vittoria in Ruanda nel 2018: il 31enne del Team Novo Nordisk racconta la propria esperienza

Nelle ultime due edizioni del Tour du Rwanda, un corridore che è sempre riuscito a mettersi in ottima evidenza è il catalano David Lozano, un classe 1988 simpatico ed estroverso che ormai è una colonna portante nell’organico del Team Novo Nordisk: l’anno scorso chiuse sesto in classifica generale, nel 2018 invece fu un protagonista assoluto con una vittoria di tappa, due secondi posti, un terzo ed il quinto posto finale. Quest’anno purtroppo Lozano non riuscirà a replicare il buon piazzamento in classifica perché la quarta tappa da Rusizi a Rubavu lo ha visto giungere al traguardo con quasi 24 minuti di ritardo, ma c’è da scommettere che nelle frazioni che restano proverà in qualche modo a mettersi in evidenza per cogliere almeno un bel risultato a livello parziale.

Una tappa durissima per te, cosa è successo?
«Sono partito che ero già morto. Mi sentivo un po’ stanco, ma a volte fai girare un po’ le gambe e va meglio: oggi invece ogni chilometro era sempre peggio. È un peccato perché era una tappa che mi piaceva, due anni fa avevo fatto terzo e quando conosci le strade è un po’ più facile… o più difficile, dipende. Mi sono staccato a 60 chilometri dall’arrivo, non ero mai stato così. Con la squadra avevamo fatto il piano di andare al Tour Colombia e poi qui al Tour du Rwanda: pensavamo che poteva essere buono per abituarsi all’altura, invece è stato il contrario perché in Colombia è stata una gara durissima quasi a 3000 metri e siamo arrivati qua già finiti. Un mio compagno di squadra [Behringer, ndr] è già tornato a casa, ma l’avevo visto in faccia il giorno prima di partire e avevo capito che era impossibile che ce la facesse»

Ci sono possibilità di vederti lottare per una tappa?
«Adesso la generale è andata, vediamo un po’ come sto in questi giorni; resta solo da puntare ad una tappa. Anche l’anno scorso non ero partito bene, ma poi mi sono ripreso: ora non so mica se quest’anno posso farcela»

Anche nei momenti difficili, il Tour du Rwanda è comunque una cosa a cui sei molto legato
«Sì, la corsa mi piace davvero, siamo in Africa ma è tutto bellissimo: vai in bici e sembra di essere a casa. Poi è fantastico vedere così tanta gente, tutti allegri e contenti anche se non hanno l’ultimo iPhone: quando torni a casa e vedi tutto il comfort che hai, devi dire grazie. Due anni fa è stata forse la prima volta che mi sono preparato in maniera specifica per una corsa, avevo parlato con Phil [Southerland il fondatore del team, ndr], ero andato in ritiro ad Andorra prima della corsa: ero motivatissimo e i risultati si sono visti. L’anno scorso ho provato a fare lo stesso, ma a febbraio è difficile: ecco, forse mi piaceva di più quando era in agosto, perché potevamo arrivare un po’ più preparati, magari facendo altura ad Andorra o a Livigno»

A parte il Ruanda, c’è qualche altra corsa che ti piace particolarmente?
«Mi piace molto la Japan Cup, anche quella bella dura. E poi le classiche italiane di settembre e ottobre, ho bei ricordi della Coppa Agostoni e della Coppa Sabatini per esempio»

David Lozano in sofferenza al Tour du Rwanda 2020 © Team Novo Nordisk
David Lozano in sofferenza al Tour du Rwanda 2020 © Team Novo Nordisk

Quella vittoria ottenuta da David Lozano sul traguardo di Kigali l’11 agosto del 2018 è anche l’ultima ottenuta in una corsa UCI dal Team Novo Nordisk, la squadra in cui più di ogni altra al mondo il risultato non è necessariamente il primo obiettivo (“Ma quando sei uno sportivo, gareggi sempre per fare bene e per provare a vincere” ricorda Lozano”): gli appassionati di ciclismo ormai conoscono bene questa formazione presente in gruppo da otto anni e che è composta esclusivamente da atleti affetti da diabete di tipo 1.

La squadra porta in giro per mondo messaggi che vanno ben oltre la semplice competizione sportiva e per questo motivo è un punto di riferimento per milioni di persone: basta vedere il numero di follower su Facebook (8.3 milioni) che supera di gran lunga la somma di quelli di tutte le squadre del World Tour. David Lozano e compagni dimostrano che è possibilità fare convivere il diabete con un’attività sportiva di alto livello, anche di tipo professionistica in questo caso: ma bisogna anche guardare tutto dalla giusta prospettiva, perché in alcuni paesi dove c’è ancora poca consapevolezza sul diabete, il messaggio che trasmette il Team Novo Nordisk è che questo debba essere un sinonimo di vita e non di morte come ancora purtroppo accade in alcune zone.

Avevi iniziato con la mountain bike ed in Spagna eri considerato tra i giovani più promettenti. E poi è arrivata la diagnosi…
«Ricordo ancora come se fosse oggi, era il 2 dicembre, avevo 22 anni ed era il giorno prima di partire per la mia prima Coppa del Mondo di ciclocross. A quell’epoca andavo forte, ero magrissimo, 59 chili, ma una mattina mi sono svegliato ed ero stanco, troppo stanco: sono uscito comunque in bicicletta con un amico ed è peggiorato tutto, quasi non vedevo dall’occhio destro e quindi sono andato subito all’ospedale. Poi lì è arrivata la diagnosi»

Qual è stato il tuo primo pensiero in quel momento?
«Ovviamente pensavo che la mia carriera nel ciclismo fosse finita. Ma più che alla bicicletta pensavo a mia mamma: per lei la notizia è stata dura, mio papà è diabetico e lui nel controllo è proprio pessimo, quindi pensavo a lei che magari dicesse “due così in casa non li voglio!”. Per il resto non ero tanto preoccupato, non ho fatto l’università, ma ho tanti amici e a casa ho un piccolo negozio di caffè, quindi adesso sono abbastanza tranquillo»

E da lì come sei arrivato al Team Type 1 prima, e al Team Novo Nordisk poi?
«È stato tutto molto veloce, anche perché del mio caso se n’è parlato tanto in Spagna: alla vigilia della Coppa del Mondo non sono andato, mi hanno ricoverato in ospedale e la batteria del telefono era scarica, non ho potuto dire niente a nessuno di quelli che mi aspettavano con la nazionale. Poi mi ha mandato un messaggio Javier Mejias che è stato parecchi anni al Team Type 1 e alla Novo Nordisk, mi ha spiegato che loro erano una squadra di diabetici e io neanche lo sapevo. Ho guardato un po’ e ho capito che poteva essere la squadra giusta per me: a gennaio ho incontrato Phil Southerland a Barcellona, mi ha detto di andare in America a fare un po’ di prove con la squadra Development, sono stato tre mesi e poi da agosto sono passato subito come stagista alla squadra professionistica»

Adesso, assieme all’italiano Andrea Peron, sei quello in squadra da più tempo: ti senti un esempio per i più giovani?
«Io l’esempio di qualcuno?!? Eheh no vabbé, quando io ero giovane guardavo Martijn [Verschoor] e Javi [Mejias], è normale perché erano i più grandi ed i più esperti: ora arrivano i più giovani, ragazzi di 20 anni che ti guardano, ti chiedono cose e questo mi piace; ma qualche volta è una bella responsabilità. Io non posso dire loro di mettere più o meno insulina perché ognuno fa i propri controlli e ha i propri valori, ma se i ragazzi vedono uno che è abbastanza metodico e ben organizzato col mangiare e tutto, è più facile anche per loro. Poi anche alcune volte fare una buona prestazione è un modo di aiutare, tutti sono più motivati ad andare anche oltre i loro limiti»

E invece quale è la sensazione di trovarsi in un certo senso a rappresentare milioni di diabetici nel modo?
«La cosa migliore è che quando finisci una corsa, anche se sei andato di merda sai che qualcosa di bello da qualche parte c’è. Mi ricordo una volta in Norvegia, una giornata terribile con neve, freddo e pioggia: siamo arrivati al traguardo, io ero proprio morto ma poi è arrivata una mamma con sua figlia mi ha detto “voglio che mia figlia sia come te”. Sono poche parole che però ti fanno svoltare completamente la giornata e dopo che ti fai la doccia sei molto più tranquillo».

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