Jai Hindley e il Trofeo Senza Fine 2022 @ RCS Sport
Jai Hindley e il Trofeo Senza Fine 2022 @ RCS Sport

Jai, vincitore valoroso di un Giro non memorabile

Edizione in tono minore della corsa rosa, ma i corridori hanno dato tutto sulle strade d’Italia. Il trionfo di Hindley e la delusione di Carapaz, le ultime pennellate di Nibali e Valverde, i tanti personaggi nuovi: riviviamo tre settimane di passione

Mentiremmo se dicessimo che questo Giro d’Italia 2022 lo serberemo nei ricordi dei più bei GT a cui abbiamo assistito. La nostra analisi sui motivi che hanno tenuto il freno a mano tirato sullo svolgersi della terza settimana l’abbiamo anticipata ieri e certamente torneremo ad approfondire le riflessioni su un percorso che alla prova dei fatti è risultato essere il vero problema della corsa rosa numero 105. Il percorso e non il livello dei contendenti, certificato nel suo valore dai dati di scalata su questa o quella salita, tra un record e l’altro. Il percorso e non l’attendismo, che è figlio delle condizioni che si determinano in gara e non generatore di queste.

C’è chi coglie al balzo la palla di un Giro sottotono per muovere una critica a 360° al ciclismo contemporaneo, dimenticando di colpo tutta la bellezza e lo spettacolo che ci siamo goduti in questo ultimo triennio, tradendo così la pretestuosità di argomentazioni che inevitabilmente vanno a parare sul solito fastidioso passatismo (“ai miei tempi, un tempo, una volta…”, e va bene, perdonateci se siamo venuti dopo, oppure diciamo ai corridori attuali di suicidarsi in massa tanto ci sono già stati Cipollini e Pantani, che pedalate a fare ragazzi?).

Se dobbiamo giudicare il Giro appena finito da quello che è successo in termini di classifica generale, c’è poco da esaltarsi: la brevità delle due crono le ha rese tutto sommato superflue ai fini della lotta per la rosa, e in montagna le cose sono state meno vibranti di quanto avremmo tutti voluto, perché il grande equilibrio tra i big ha messo a un certo punto la sfida sul piano passivo della resistenza anziché su quello attivo della proposta d’attacco. Selezione da dietro e mai davanti, soluzione di squadra più che di assalto personale, anche i tre chilometri più decisivi, quelli finali della Marmolada ieri, hanno visto il ruolo determinante di un gregario, per quanto di altissimo livello come Lennard Kämna. E tutto questo, a livello di impatto popolare, ha indubbiamente un peso. Poi anche le partite di scacchi possono essere appassionanti per qualcuno, ma se non risulta esserci un arrocco tra le imprese sportive più amate e ricordate, un motivo ci sarà.

Jai Hindley ha meritato questo suo primo Giro d’Italia. Dopo aver sfiorato quello del 2020 ed essere passato da un 2021 da dimenticare anche perché segnato da infiniti problemi fisici, è tornato a farsi vedere con qualche discreto piazzamento nelle gare a tappe invernal-primaverili (UAE Tour, Tirreno, Catalunya), pur senza rubare l’occhio. Rispetto ai DNF o DNS dell’anno scorso, era comunque tanto. Poi la venuta al Giro, per il quarto anno consecutivo (a segnalare una sorta di conto da sempre aperto con la corsa rosa), e dai primi giorni abbiamo assistito a una costante crescita del 26enne venuto da Perth. Uno dei tanti possibili outsider della vigilia è diventato quello che, in qualche modo e approfittando del controllo tra i big, è riuscito a vincere sul Blockhaus.

Il merito principale di Jai e della sua squadra, la Bora-Hansgrohe dalle mille risorse, è stato di averci regalato la tappa più bella dell’intero Giro, la Santena-Torino, resa memorabile proprio da un attacco del team tedesco a circa 90 km dal traguardo, attacco reso però conveniente da un percorso davvero all’altezza quel giorno (torniamo sempre lì). A quel punto della corsa, sul finire della seconda settimana, Hindley e Carapaz (che proprio a Torino prese la maglia) erano già vicinissimi, 7″ destinati a diventare poi 3″ per un abbuono all’Aprica, per un equilibrio a prova di bomba e di tapponi, almeno fino a tre chilometri dalla vetta del Fedaia.

Che cosa può aspettarsi Hindley ora dal resto della carriera? Di vincere altri Giri o Vuelte, possibile, laddove trova le pendenze più arcigne può fare la differenza, più difficile fare bingo al Tour il quale, a naso, ha salite meno adatte all’australiano. Per la Bora che ha in qualche modo rivoluzionato il suo modo di essere (oltre che l’organico, dopo la chiusura dell’esperienza Sagan), una scommessa vinta e con merito.

Se Jai ride, Richard può piangere, anche solo al pensiero di aver lasciato a bocca asciutta i tantissimi tifosi che aspettavano di ripetere oggi a Verona la grande festa di tre anni fa. Non ci saremmo aspettati quel cedimento da uno dei corridori più solidi del gruppo, il fatto che si sia verificato ci dice appunto quanto questo Giro sia stato duro e dispendioso per chiunque. Se diciamo che Carapaz avrebbe dovuto badare prima a correre in maniera diversa per mettere più spazio possibile tra sé e gli altri, trascuriamo un elemento importante, e cioè che l’ecuadoriano, proprio come Hindley, è partito forte ma non fortissimo, con il progetto (riuscito parzialmente) di crescere alla distanza per muoversi da padrone nella terza settimana. In ogni caso la sconfitta non è una disfatta, anzi semmai conferma quanto l’uomo venuto dal Sudamerica sia uno dei più costanti nei GT: quarto al Giro 2018, vincitore l’anno successivo e secondo oggi, in mezzo un secondo alla Vuelta 2020 e un terzo al Tour 2021. 29 anni compiuti oggi, ritroveremo Richard protagonista ancora per un bel po’ di grandi giri. Certo Pogacar è un’altra cosa, ma non vale dirlo perché chi puoi paragonare a Tadej, oggi come oggi (negli ultimi 20 anni almeno, intendiamo)?

Il terzo, Mikel Landa, ha fatto esattamente il Mikel Landa: quando non cade o non gli capitano altri guai (tipo che ha un compagno che vince il Tour o il Giro o quantomeno lotta meglio di lui per farlo), e si ritrova nella condizione di dover fare la corsa della vita per vincere finalmente, scopre puntualmente che gli manca sempre qualcosa. Fa lo scattino, guadagna 10 metri, forse 20, e lì finisce la favola. Probabilmente è un altro di quelli che necessiterebbero di una quarta settimana per emergere veramente ai livelli che sulla carta si ascriverebbero loro, ma il problema del mondo reale è che i GT ne durano tre, di settimane, e i limiti di quelli come Landa finiscono sempre per emergere. Comunque per lui un terzo posto che fa palmarès, anche se stavolta non ci sono gli alibi del 2015 (quando ottenne il medesimo risultato al Giro), quindi il piazzamento è meno affascinante di quanto fu quello.

Capitolo Italia: Vincenzo Nibali e Domenico Pozzovivo, a loro modo enormi entrambi, quarto lo Squalo all’ultimo ballo rosa, ottavo Mimmo alle soglie dei 40 anni… il piazzamento di Nibali avvalora retroattivamente le ambizioni che il siciliano legittimamente coltivava nelle scorse stagioni, “insomma forse non valevo solo un settimo o un diciottesimo posto”, ovvero i piazzamenti ai Giri 2020-2021. È mancata a Vincenzo la vittoria di tappa, ma pesa specificamente molto più questo quarto posto stringendo i denti tutti i giorni che un’episodica affermazione di giornata, magari da fuori classifica (con la sgradevole – per un campione di tale stazza – sensazione di essere lasciato andare dai big). E poi un superdiesel come lui magari si gioverà al Tour di tutto il pedalare messo insieme, con continuità e senza problematiche varie, in questo Giro. Quanto a Pozzovivo, che dire: dato che non ha, a differenza di Nibali, annunciato eventuali ritiri, che continui a trovare contratti finché gli va. Queste tre settimane ci dicono che è stata la Intermarché a pescare il jolly dando una chance al lucano, e non lui a giovarsi di un anno in più di buono stipendio.

Il terzo uomo della generale azzurra non è, come si poteva ipotizzare, Giulio Ciccone, respinto con vincite (nel senso che non ha saputo far classifica, ma almeno ha conquistato una tappa a Cogne), ma Lorenzo Fortunato, che ha offerto una prestazione discreta per quanto non brillante come quella di un anno fa. 16esimo più tappa dello Zoncolan nel 2021, 15esimo nel 2022 ma senza riuscire a lasciare segni profondi; non è comunque il caso di mettere pressioni sul 26enne bolognese, il suo percorso merita rispetto e scopriremo più avanti se potrà arrivare a giocarsi un Giro prima o poi. A naso diremmo di sì, il che però può significare vincere la corsa rosa (difficile) come arrivare ai piedi del podio. Ma vedrete che tra un po’, uscito di scena lo Squalo, per avere un quarto posto in un GT i tifosi italiani firmeranno col sangue.

Comunque qualcosa si muove, per il nostro movimento: cinque vittorie di tappe erano tutt’altro che scontate alla vigilia, e ancor più a metà corsa (nemmeno un successo nelle prime 10 frazioni). Poi abbiamo visto andare a segno corridori giovani, Alberto Dainese (24 anni) che si prenota per un posto al sole nelle volate del futuro; Stefano Oldani (24 anni) che deve ancora scoprire i propri margini, ma fossero quelli di un puncheur da fuga potrebbe prendersi ancora tante soddisfazioni in carriera; Alessandro Covi (23 anni) che conferma di avere un grande potenziale e potrebbe diventare uno dei nostri corridori di riferimento del decennio; Matteo Sobrero (23 anni) che si segnala come uno dei cronoman più interessanti dell’intero panorama mondiale; e poi il citato Ciccone, che di anni ne ha ancora 27 ma è talmente un cavallo pazzo da farci passare la voglia di fare previsioni su di lui, sia in senso positivo che negativo.

Se parliamo di cavalli pazzi, chi più di Mathieu Van der Poel? È lui probabilmente l’uomo da copertina di questo Giro, prima maglia rosa e poi mai più a segno, ma sempre trovando il modo di essere protagonista, fughe in pianura, sugli strappetti, sulle grandi salite, cercando a ogni occasione di regalare spettacolo, e riuscendoci spesso. Non vorremmo nemmeno clonarlo, uno così, perché ha il destino di essere unico. In questo Giro ha trovato in Biniam Girmay un ottimo rivale, capace pure di batterlo in un memorabile testa a testa, storico successo del ciclismo africano a Jesi; e poi, nelle molte fughe a cui ha preso parte, il buon MVDP ha trovato sempre quelli che l’hanno messo nel sacco, su tutti Thomas De Gendt (bellissima la sua vittoria a Napoli).

Gran bei vincitori – oltre a TDG e alle già citate affermazioni degli italiani – per le fughe del Giro: la rinascita ai massimi livelli di Lennard Kämna, le vittorie (due) corredate dalla maglia azzurra di migliore scalatore di Koen Bouwman, le avventure montanare con vista sulla classifica di Jan Hirt e Santiago Buitrago, l’edificante storia di vita di Dries De Bondt.

Quanto alle volate, abbiamo un vincitore nettissimo della contesa, Arnaud Démare, che s’è preso pure e con merito la maglia ciclamino, frutto dei suoi tre successi e di tanti altri piazzamenti. Solo Cavendish (che ha salvato col suo unico successo una spedizione Quick-Step un po’ moscia) e Dainese hanno saputo battere Arnaud, a bocca asciutta tra gli altri Caleb Ewan e Fernando Gaviria, tra le delusioni più grosse del Giro 2022.

Ecco, in questo campo, quello delle delusioni, andrebbe citato Simon Yates, che nonostante due successi di tappa si è dovuto arrendere una volta di più a un problema fisico (frutto di una caduta nei primi giorni), respinto lui all’ennesimo assalto alla corsa rosa; Tom Dumoulin, tanto bello da vedere nella crono di Budapest quanto insufficiente in salita; Miguel Ángel López, di fatto nemmeno entrato in gara e già fuori causa; Romain Bardet, l’abbandono che ha fatto più male perché il francese ci stava credendo e dava proprio l’impressione di essere sul pezzo. Quattro ritiri in corso d’opera che certo hanno impoverito il racconto della gara. E poi il ritiro più ingombrante di tutti, quello di João Almeida, fatto fuori dal covid a pochi giorni dalla fine dopo aver esibito fin lì tutto il suo meglio, ovvero la capacità di essere spettacolare pur correndo in difesa, un cagnaccio che vorresti avere sempre in corsa.

Di contro, come sempre, un GT offre l’opportunità di scoprire nuovi personaggi: su tutti Juan Pedro López, 10 giorni in maglia rosa (e alla fine miglior giovane), una speranza per il ciclismo spagnolo che sta per perdere Alejandro Valverde, pure lui al Giro ma con toni più dimessi di altre volte, sfuggitagli la top ten che avrebbe dato un altro sapore alla sua ultima passerella sulle strade rosa. Ma le storie di sport raramente riescono a essere perfette, e va bene così, perché la perfezione rischia addirittura di annoiarci. Un po’ come col Giro, ogni tanto ne viene fuori uno meno bello degli altri, ma ciò non ci allontana da questa meravigliosa parentesi sportiva, popolare, culturale: scommettiamo che tra 11 mesi saremo tutti di nuovo qui, davanti a questo romanzo che ha vissuto 105 capitoli e avidamente aspetta i prossimi?

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La vignetta di Pellegrini

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