Simon Clarke, a destra, vince; Taco Van der Hoorn, a sinistra, perde © Israel-Premier Tech
Simon Clarke, a destra, vince; Taco Van der Hoorn, a sinistra, perde © Israel-Premier Tech

Un pupazzetto mannaro si aggira per il Tour

È Tadej Pogacar, che con la solita serenità distanzia tutti i rivali nella tappa del pavé. Jumbo a un passo dal tracollo ma in qualche modo si salva e Van Aert tiene la gialla. Gloria per i fuggitivi, che gioia Simon Clarke (e che rimpianti Taco!)

Che pathos ragazzi, che trasporto emotivo, che pieno di drammaturgia ciclistica abbiamo fatto oggi con la visita del Tour de France al pavé della Roubaix (o quantomeno della Roubaix e dintorni). Diverse certezze ce le siamo ritrovate ribaltate, ma non tutte. Per esempio la certezza di un Mathieu Van der Poel on fire si è scontrata con la realtà di una condizione non brillantissima per il Fenomeno: non si era nascosto sin qui, è proprio che ha la gamba scarichetta. Non è però stata smentita la certezza che Tadej Pogacar avrebbe fatto un figurone, del resto non fa altro, in qualsiasi gara, su qualsiasi terreno. Un mostro dalle sembianze gentili, no, diciamola meglio: un pupazzetto mannaro. Forse troppo irriverente per essere proposto come soprannome, ma di sicuro pienamente ritagliato su un ragazzo che, con serenità, affabilità, dolcezza, stronca più o meno chiunque più o meno ovunque.

Oggi potevamo star raccontando la Caporetto della Jumbo-Visma, un’incredibile turbine di sfiga si è abbattuto sul team olandese, Wout Van Aert che cade, poi intraprende un corpo a corpo con una macchina, poi risente delle botte mentre pure ai suoi capitani capita di tutto, Jonas Vingegaard è bloccato dal cambio e allora cambia pure lui, una bici, due bici, tre bici, finalmente la misura giusta, e può ripartire all’inseguimento. Dice: ma tanto davanti abbiamo ancora Roglic. Errore! Perché Primoz cade, abbattuto in una dinamica quasi slapstick e attardato anche più dei compagni. Un caos a cui s’è trovata a partecipare pure la INEOS Grenadiers praticamente nella sua interezza, tutti attardati da cadute e guai vari, tutti salvatisi alla fine salendo sul treno Van Aert (ma anche Laporte, Van Hooydonck, Benoot, Kruijswijk, citiamoli perché oggi hanno lavorato come somari).

Salvatisi ma fino a un certo punto: perché tra di loro non hanno perso né guadagnato, ma uno che ha preso margine su tutti c’è, ed è proprio il pericolo pubblico numero uno, lui, il già noto alle questure Pupazzetto Mannaro. Il quale, va detto, s’è sfondato per guadagnare alla fine la miseria di 13″. Se avessimo un approccio da studio commercialistico diremmo “troppa fatica per poca resa”, così come del resto ieri avremmo potuto dire “ma perché Van Aert anziché andarsene da solo non ha aspettato Vingegaard per provare a fargli guadagnare terreno su Tadej?”. Invece ci godiamo e della grossa, di tutto questo. Quei 13″ sono un nulla nel fluire del ciclismo ma sono carichi del tutto che possiamo immaginare, a partire da un Pogacar a braccia alzate al velodromo di Roubaix un domani. Sì, boh, può essere che le fatiche per questo scarno raccolto presentino il conto più avanti all’apparentemente imbattibile Pogi, nella terza settimana. Ma a parte che ciò potrebbe rendere il finale di Tour una sensazionale vicenda sportiva, quanto può pesare in positivo l’aver raffigurato, oggi, nelle menti di tutti i rivali, un concetto che appare ora dopo ora più nitido e stringente, ovvero “si lotta per il secondo posto”? Nel duello psicologico con gli avversari, Tadej ha preso giusto quel mezzo eone di vantaggio su tutti.

Dopodiché, teoricamente tutto può succedere, le distanze in classifica sono così ridotte che ogni speculazione è ancora ipotizzabile. Anche – per dirne una – pensare a un uso garibaldino di Roglic, ora che paga oltre due minuti al connazionale. Magari, chi lo sa, potrebbe venir fuori uno svolgimento più ingarbugliato di quanto non pensiamo quando pensiamo a Pogacar che è già avanti a tutti i plausibili contendenti. Perché ieri chiedevamo scherzosamente come mai Tadej avesse preso quel buco sullo scatto di Van Aert, oggi potremmo altrettanto scherzosamente dire “fosse stato ancor meglio avrebbe guadagnato di più”, e magari fingere pure di crederci, ma sotto sotto lo abbiamo interiorizzato tutti l’assunto di cui sopra: si lotta per il secondo posto. Il che non vuol dire che non ci si possa ugualmente divertire.

Chi oggi si è divertito assai assai è stato ancora una volta Magnus Cort Nielsen, vero personaggione di questo avvio di Tour, alla quarta fuga di fila tanto per smentire chi voleva ribattezzarlo Magnus Côte Nielsen (nessuno in realtà: ce lo siamo appena inventato). Non solo attacca per fare la piccola raccolta punti Gpm, MCN dà uno schiaffo morale a tutti e va allo scoperto pure in una tappa in cui il dislivello è 0. Cort ha dato una gran mano al compagno Neilson Powless nell’improbabile ma a un certo punto molto possibile assalto alla maglia gialla, poi si è sfilato; la tappa l’ha vinta Simon Clarke, una bella storia di riscatto nelle pieghe della Grande Boucle: a 35 anni (quasi 36) non era ancora tempo di abbandonare la nave, come pareva dovesse succedere alla chiusura della Qhubeka alla fine della scorsa stagione. In extremis l’australiano ha trovato un ingaggio con la Israel-Premier Tech, oggi ti vince una tappa al Tour. Chi piange è Taco Van der Hoorn, a una manciata di centimetri dal coronare una carriera da fuggitivo, nonché pure Edvald Boasson Hagen, terzo al traguardo, un altro che da tempo avrebbe voglia di riscattarsi. Ci riproverà, ci riproveranno.

La quinta tappa del Tour de France 2022 era quella dell’atteso quanto temuto pavé: 157 km da Lille Métropole ad Arenberg (Porte du Hainaut), 11 settori (quasi 20 km) di pietre e la grande curiosità di vedere quel che sarebbe accaduto. La prima cosa successa è la solita di questi giorni: Magnus Cort Nielsen (EF Education-EasyPost) in fuga al primo chilometro. Anche senza punti Gpm in palio oggi, la maglia a pois ha voluto mettersi ugualmente in viaggio (quarta fuga di fila come Thomas De Gendt nel 2017), così, perché gli va. Col simpatico baffone danese si sono mossi Edvald Boasson Hagen (TotalEnergies) e Taco Van der Hoorn (Intermarché-Wanty), ma ancora non bastava: al km 14 sono partiti dal gruppo anche Simon Clarke (Israel-Premier Tech), Neilson Powless (EF) e Alexis Gougeard (B&B Hotels-KTM), e al km 21 hanno raggiunto i primi, a completare il sestetto al comando. Nel mentre tutto ciò accadeva, la velocità registrata era vertiginosa: 51.1 la media della prima ora.

I sei hanno superato i 3′ di vantaggio ai -100; un po’ prima, al traguardo volante di Mérignies, Fabio Jakobsen (Quick-Step Alpha Vinyl) aveva preceduto Wout Van Aert (Jumbo-Visma), Christophe Laporte (Jumbo) e Peter Sagan (TotalEnergies), per il settimo posto: lotta per la verde sempre aperta, nonostante l’attuale grande margine di WVA.

Con l’avvicinarsi del pavé il gruppo ha un po’ rallentato e i fuggitivi hanno rapidamente guadagnato terreno fino ai 3’30” dei -95; negli stessi chilometri, brutta disavventura per Van Aert, caduto mentre risaliva il gruppo dopo una visita all’ammiraglia. La maglia gialla ha preso una botta e ha coinvolto nella caduta anche il compagno Steven Kruijswijk, senonché il plotone ha smesso di rallentare e in un attimo Wout s’è ritrovato un minuto di distacco, mentre i suoi compagni provavano a parlamentare nelle prime file per moderare il ritmo.

La via della diplomazia ha sortito effetti: il plotone si è dato una calmata, il tempo di permettere ai due Jumbo attardati di prendere la scia delle ammiraglie, pure con troppa foga, tanto che lo stesso Van Aert ha tamponato la macchina della DSM… no, in realtà ci ha sbattuto contro, rischiando di andare di nuovo per terra, per il fatto di essersi distratto un attimo a parlare con Kruijswijk, ma è riuscito a restare in piedi “appoggiandosi” sulla fiancata dell’auto. Nonostante le disavventure, la maglia gialla si è accodata al gruppo a 88 km dalla fine, restando per un bel po’ nelle ultime posizioni.

I fuggitivi sono volati a +4’15” di vantaggio massimo ai -80, e a quel punto sono cominciate le grandi manovre dietro, tra un capolino degli UAE Emirates nelle prime posizioni e una netta accelerata degli Jumbo ai -79 (Wout era ancora nelle retrovie del gruppo). Ai -77 il primo settore (codificato 11, secondo la notazione inversa in uso alla Roubaix), da Fressain a Villers-au-Tertre, è stato imboccato dai battistrada con 3’10”. Alberto Bettiol (EF) è stato il primo del plotone a entrare sul pavé e Peter Sagan l’ultimo, per il motivo che lo slovacco è scivolato poco prima del settore, su una curva stretta; non s’è fatto male, è subito ripartito, ma evidentemente non col piede giusto.

Tadej Pogacar (UAE Emirates), con la massima naturalezza possibile, ha pedalato per tutto il settore alle spalle di Bettiol, a rimarcare quanto sia adatto a qualunque superficie. Usciti dal tratto, Jack Bauer (BikeExchange) è subito scattato ai -75, seguito da Mads Pedersen (Trek-Segafredo) e in seconda battuta da Frederik Frison (Lotto Soudal), che però non è riuscito a rientrare sui due contrattaccanti. Bauer e Pedersen hanno guadagnato al massimo 20″, poi hanno visto che più di tanto non si otteneva e si sono rialzati ai -66, quando erano già abbondantemente nel mirino del plotone tirato a tutta in questa fase dai Quick-Step. Quanto ai primi, continuavano a girare una bellezza e a mantenere un margine superiore ai 3′.

Poco prima del settore 10 (da Eswars a Paillencourt) ai -58 è caduto Anthony Turgis (TotalEnergies), già andato giù sul Ponte del Grande Belt in Danimarca: brutta schienata per lui. La Quick-Step ha preso fortissimo questo secondo tratto di pavé, promuovendo con Mikkel Honoré che ha portato via Kasper Asgreen; Jasper Stuyven (Trek) non ha perso tempo ad accodarsi ai due con Stefan Bissegger (EF), e lo stesso ha fatto Mathieu Van der Poel (Alpecin-Deceuninck): un po’ di spazio per questi cinque, ma l’azione è sfumata da sé in pochi secondi. Intanto problemone per un uomo di classifica: Ben O’Connor (AG2R Citroën) ha forato ed è rotolato subito a un minuto.

Il settore 9, da Wasnes-au-Bac a Marcq-en-Ostrevent ai -50, ha evidenziato che Van der Poel, scivolato a fondo gruppo, non aveva probabilmente una gamba buona; il suo amico Wout, sin qui, presidiava pure lui le retrovie. Alexander Kristoff (Intermarché), è quasi caduto a fine settore, nel momento in cui ai battistrada restavano 2’30” ai -47; Sagan ha definitivamente perso contatto dai migliori.

Il settore 8, da Émerchicourt a Monchecourt ai  -46, è stato tirato di nuovo dalla Jumbo con Nathan Van Hooydonck, anche se sul finire del tratto è emerso forte Jakob Fuglsang (Israel); O’Connor, molto più indietro, si produceva in un forcing disperato per limitare i danni; intanto ha raggiunto il gruppetto Sagan ma gli restava a quel punto più di un minuto da coprire sugli avversari di classifica. Nel suo drappello presenti anche Giulio Ciccone (Trek) e Filippo Ganna (INEOS)

Il settore 7, da Auberchicourt a Émerchicourt ai -42, è stato imboccato per primi dagli INEOS con Dylan Van Baarle a tirare Geraint Thomas (Pogacar sempre lì davanti comunque, massimo in terza ruota), ma la selezione grossa in questo tratto l’ha fatta una caduta proprio all’ingresso del tratto, frazionando il gruppo e lasciando indietro tra gli altri Van Aert e Van der Poel, Thibaut Pinot (Groupama-FDJ) e Daniel Martínez (INEOS).

Coi protagonisti più attesi della giornata (Wout e Mathieu) fuori causa, restava da capire intanto quanto avrebbe tirato a lungo la fuga: il settore 6 (Abscon) ai -37 è stato preso dai sei al comando con 2′ sul gruppo-non-più-maglia-gialla, tra l’altro Powless, lì davanti, non era tanto lontano in classifica (1’13” dal primo). È stato invece preso – il settore, sempre – da Jonas Vingegaard (Jumbo) con tutti i santi girati, perché un problema alla catena l’ha costretto a fermarsi; con lui, Van Hooydonck, che gli ha dato la bici, peccato fosse di quattro taglie più grande rispetto a quella del danese; Jonas ha pedalato per un po’, poi s’è fermato Kruijswijk e gli ha dato la sua, ma era grande uguale; finalmente è arrivata l’ammiraglia, ha dato al suo corridore la bici giusta e lui ha potuto finalmente lanciarsi sul pavé lì davanti, forse già rassegnato a contare i ritardi a fine giornata. Tiesj Benoot si è messo comunque a disposizione per limitare i danni, Van Hooydonck anche e poco dopo pure Van Aert – che era un po’ più avanti – si sarebbe fermato ad aspettare Jonas (davanti, col superstite Primoz Roglic, un grande Christophe Laporte). Una giornata piena di gente che limitava i danni.

Su questo tratto è stata la Bora-Hansgrohe, con Nils Politt, a prendersi la scena (Pogacar sempre in terza). Prima ancora del 5, da Erre a Wandignies-Hamage ai -30, una nuova luna nera per la Jumbo: Roglic non va a cadere, coinvolto da Caleb Ewan (Lotto), incocciato in una balla di fieno (doveva essere di protezione…)? Primoz è stato addirittura superato dal gruppo Van Aert-Vingegaard, giornata da dimenticare per la squadra. Coinvolti nella stessa caduta, gli INEOS Adam Yates, Geraint Thomas e Tom Pidcock sono invece riusciti ad accodarsi al trenone WVA, come pure Enric Mas (Movistar) e Romain Bardet (DSM).

Il settore 5, lungo quasi 3 km, è stato gestito nelle prime posizioni dalla Groupama e poi dalla Alpecin; quindi ai -29 Bettiol ha proposto un bel forcing con Pogacar a ruota e poi i Bora Maximilian Schachmann e Aleksand Vlasov, quindi lo stesso Tadej ha dato una ripassata e invitato gli astanti alla collaborazione. I quattro non si sono avvantaggiati, nel gruppetto c’erano comunque non più di 20 persone. Pogacar avanti a tutti, il gruppo è uscito dal settore ai -26.5 con 1′ di ritardo dai primi (dai quali sul pavé aveva appena perso contatto Gougeard), quasi 1′ di vantaggio sugli immediati inseguitori (il gruppo Jumbo-INEOS, per intenderci).

Roglic, nelle peste (con lui c’era pure Alexey Lutsenko, capitano dell’Astana Qazaqstan), è stato atteso da Kruijswijk, poi pure Benoot e Van Hooydonck si sono sfilati dal gruppo davanti per mettersi al servizio di Primoz; intanto Laporte scivolava dal gruppo Pogacar a quello di Vingegaard, mettendosi di nuovo a lavorare come un pazzo. L’impresa era ardua ma i gialloneri ci credevano.

Sul settore 4, da Warlaing a Brillon ai -22, pure questo assai lungo, Simon Clarke ha visto le streghe, perdendo contatto dagli altri fuggitivi a fine pavé, ma facendo uno sforzo immane per riaccodarsi una volta tornati sull’asfalto: quanto avrebbe benedetto quello sforzo, qualche minuto dopo! In gruppo si è fatto vedere davanti Jakob Fuglsang (Israel), ma indubbiamente il più scalmanato della compagnia era sempre Pogacar. Si vedeva che ardeva dalla voglia di attaccare. All’uscita dal settore lo sloveno ha accennato un allungo, ormai i tempi erano maturi.

E l’abbiamo visto subito dopo, sul settore 3, da Tilloy-lez-Marchiennes a Sars-et-Rosières ai -20: Schachmann ha preso il pavé a tutta, ma è stato Stuyven ad attaccare sul serio, e chi è andato a prenderlo e ad alimentare l’azione? Esatto: Tadej. I due contrattaccanti sono usciti dal pavé con 40″ di ritardo dai primi, ma era già importante – per il romanzo della corsa – che avessero staccato tutti gli altri, tra i quali un precipitoso Florian Vermeersch (Lotto) scivolava via uscendo troppo forte dal settore. C’erano in quel gruppo uomini di classifica come Vlasov, David Gaudu (Groupama), Nairo Quintana (Arkéa Samsic), gli italiani Damiano Caruso (Bahrain-Victorious) e Mattia Cattaneo (Quick-Step), molta qualità insomma, eppure Pogacar guadagnava; tanto che a un certo punto in questo gruppo si sono messi pure a discutere, quasi rialzarsi ad attendere il gruppettone Van Aert (no, non si sono rialzati, ma questa è l’immagine che hanno suscitato).

Il settore 2, da Bousignies a Millonfosse ai -13, ha chiarito che Stuyven e Pogacar non avrebbero ripreso la fuga, che anzi qui ha ricominciato a guadagnare terreno. Nel gruppo Jumbo-INEOS è stato Pidcock a finalizzare l’aggancio col drappello di Caruso, concretizzatosi infine ai -7, con Van Aert andato direttamente a tirare il rinnovato ensemble per ricucire il più possibile su quelli che restavano davanti, ovvero i cinque fuggitivi e i due intercalati.

Che poi, sul settore 1, da Hasnon a Wallers ai -6, i cinque son diventati 4 perché Cort Nielsen si è staccato a 5.5 km dal traguardo. Powless invece spingeva a tutta col sogno di far sua la maglia gialla, almeno per un giorno. Impresa difficile, perché la locomotiva Van Aert trainava tutti e se stessa per prima a riavvicinare il mondo, quello che qualche decina di minuti prima poteva sembrare perduto per la Jumbo.

Powless ha tirato quel che ha potuto, poi in vista della flamme rouge si è sfilato per respirare, e ai 1100 metri ha piazzato uno scatto potenzialmente vincente: Boasson Hagen guardava Clarke alla sua ruota, Clarke guardava Van der Hoorn più indietro e nessuno faceva nulla, e Neilson se ne andava gagliardo. Solo agli 800 metri EBH ha ceduto nella guerra di nervi con gli altri due ed è partito; pure molto forte, tanto da prendere margine su Simon e Taco, e da chiudere ai 400 su Powless. Ma i due dietro non avevano ancora mollato, Van der Hoorn ha chiuso il piccolo buco che si era formato, poi ai 200 metri è partito dritto per dritto per una volata lunghissima, su una strada che forse aveva un 1% di pendenza che all’olandese pareva il 10, e nei 50 metri finali la luce stava per spegnersi, e s’è smorzata definitivamente quando Clarke, rinvenuto come un ventenne, ha affiancato Taco per fulminarlo al colpo di reni. E poi lacrime copiose per un corridore che ha faticato a trovare squadra l’inverno scorso e che oggi vive un grande riscatto.

Boasson Hagen è stato cronometrato a 2″, a 4″ Powless e a 30″ è arrivato Cort; a 51″ Stuyven e Pogacar, a 1’04” il gruppo con Jasper Philipsen (Alpecin) a precedere per l’ottavo posto Jakobsen, Luca Mozzato (B&B) e Alberto Dainese (DSM). In questo gruppo, con un occhio alla classifica: Quintana, Van Aert, Vingegaard, Vlasov, Fuglsang, Thomas, Lampaert, Martínez, Bardet, Mas, Yates, Gaudu, Urán, Pidcock, Caruso, Pinot, Guillaume Martin (Cofidis) e Cattaneo. Quelli che invece pagano salato: Roglic, Dylan Teuns (Bahrain) e Lutsenko, 2’59”; Louis Meintjes (Intermarché), O’Connor e Felix Grossschartner (Bora), 4’12”. Per la cronaca, Van der Poel è arrivato a 3’48”.

Tutto il tirare di Van Aert è servito alla causa Jumbo che almeno ha salvato uno dei due capitani, Vingegaard; ma è servito pure alla personale liaison di Wout con la maglia gialla, conservata al termine di una giornata in cui pareva destinata a volare su altre spalle. 13″ per WVA su Powless e 14″ su Boasson Hagen; seguono Pogacar a 19″, Lampaert a 25″, Pedersen a 36″, Vingegaard a 40″, Yates a 48″, Pidcock a 49″, Thomas a 50″, Cattaneo a 55″, Vlasov a 56″, Stuyven a 1’01”, Schachmann a 1’02”, Patrick Konrad (Bora) a 1’04”, Toms Skujins (Trek) a 1’06”, Martínez a 1’09”, Bardet a 1’10”, Quintana a 1’14”, Gaudu a 1’15”, Fuglsang a 1’20”, Mas a 1’21”: che classifica frastagliata! Caruso è 37esimo a 1’59”, Martin 39esimo a 2’07”, Urán 40esimo a 2’19”, Pinot 42esimo a 2’25”, Roglic 44esimo a 2’36”, Lutsenko 50esimo a 3’05”, Teuns 53esimo a 3’19”, O’Connor 67esimo a 4’34”.

Difficile che domani i corridori del Tour riescano a riposare troppo nella sesta tappa, Binche-Longwy di 219.9 km: a parte che è la più lunga della corsa, ma ha un finale tutto fatto di salitelle, con arrivo su una rampetta. Niente di speciale, sia chiaro, ma i big dovranno comunque star davanti e tenere tanto d’occhi aperti, stress su stress su stress. Tanta fatica. E non abbiamo ancora scalato neanche una montagnetta.

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