Sarah Cinquini in bici sulle Alpi © Sarah Cinquini via Facebook
Cicloturismo

“Perché una donna no?”: La Transcontinental 2025 di Sarah Cinquini

Oltre 4000 km da Santiago de Compostela fino al Mar Nero. L’unica italiana al via ci racconta da dentro la sua esperienza nella gara di Ultracycling che attraversa l’Europa

23.08.2025 15:45

In bicicletta, sfidando le strade silenziose dell’ultracycling, Sarah Cinquini, tesserata per il team Folletti Verdi, ha trovato la forza per ridefinire limiti, stereotipi e immaginari. «Perché una donna no?» Questa domanda, semplice e provocatoria, è il filo conduttore del progetto che dal 2018 l’ha portata da mamma di sei figli senza una particolare preparazione fisica a diventare un’atleta di alto livello, protagonista di imprese estreme e, soprattutto, voce coraggiosa nel dialogo sulle pari opportunità su due ruote. Un lungo susseguirsi di manifestazioni e gare di distanza sempre più impegnativa, culminato negli ultimi due anni con due delle più iconiche prove europee: la NorthCape–Tarifa nel 2024 e la Transcontinental Race, conclusa la settimana scorsa in 16 giorni, 17 ore e 4 minuti.

Il percorso e le scelte tattiche

La Transcontinental Race è una gara unica anche per la sua formula: dalla partenza a Santiago de Compostela fino all’arrivo a Costanza, sul Mar Nero, prevede cinque check point intermedi e alcuni tratti obbligatori, ma per il resto il percorso è lasciato alla libertà dei partecipanti. Una regola che trasforma la gara in un esercizio di pianificazione, strategia e improvvisazione continua. 

Cinquini ha scelto di allungare il chilometraggio complessivo, arrivando a quasi 4950 km, pur di ridurre il dislivello. «Ho preferito costeggiare il Danubio e avere più pianura: nelle mie gambe la pianura scorre meglio delle salite infinite», racconta. Una decisione che sembrava promettente, ma che negli ultimi giorni si è rivelata un’arma a doppio taglio: il vento contrario lungo il Danubio l’ha rallentata, rendendo la parte finale della corsa ancora più logorante. Alle fatiche si sono aggiunti i tratti sterrati obbligatori, come la Strada dell’Assietta e le strade bianche dell’Eroica. «Non amo molto lo sterrato — ammette — ma ho voluto affrontare la Transcontinental con una bici da corsa. In quei tratti avevo dato per scontata almeno una caduta, invece sono riuscita a uscirne senza incidenti e con buoni tempi. È stata una soddisfazione in più, perché con il bagaglio al seguito non era affatto scontato.»

La partenza da Santiago de Compostela © Sarah Cinquini via Facebook
La partenza da Santiago de Compostela © Sarah Cinquini via Facebook

Climi estremi, paesaggi stupendi e cani randagi

La Transcontinental Race 2025 ha portato Sarah Cinquini a pedalare in condizioni meteorologiche opposte: dall’acqua e dalle basse temperature dei primi giorni sulla costa nord della Spagna, al freddo pungente dei Pirenei, fino al caldo soffocante dei Balcani. «Sono partita con la pioggia, poi ho scalato il Tourmalet con il freddo, e infine ho affrontato i 50 gradi dell’Est Europa.»

Nonostante le difficoltà, Sarah conserva ricordi luminosi: il verde accogliente del nord della Spagna, lontano dall’aridità vissuta l’anno scorso più a sud; la maestosità della scalata al Tourmalet; la bellezza della campagna serba e dei laghi della Macedonia del Nord. Paesaggi che hanno reso il viaggio indimenticabile, in contrasto con le insidie rappresentate dalla presenza massiccia di cani randagi, soprattutto nelle aree più a est. «In Romania è stato un massacro: decine di cani che ti inseguono insieme e che non si fermano neppure se smetti di pedalare. Amo gli animali, ma ho dovuto difendermi con un mestolo. È stato il lato più difficile e amaro del viaggio.»

Il necessario riposo dopo una fatica del genere

«A differenza di altre gare, dopo questa avventura sento il bisogno di fermarmi per qualche giorno», racconta Sarah. «Ho bisogno di letto, divano, famiglia. Non tanto per la stanchezza fisica — sto bene, non ho infortuni — ma per metabolizzare immagini, emozioni, colori e profumi che mi porto dentro.» Affrontare due prove massacranti come la NorthCape–Tarifa e la Transcontinental in anni consecutivi non è stata forse la scelta migliore per il recupero, ammette. Ma quest’anno non poteva mancare: l’organizzazione aveva scelto di dedicare l’edizione al tema della parità di genere, puntando a portare al via almeno cento donne. «Era un appello a cui non potevo dire di no», spiega. Di una cosa però si può essere certi: il riposo durerà poco. Perché l’ultracycling, al di là della competizione, resta per Sarah un atto politico, culturale e profondamente umano. «Quando aggancio il pedale — dice — io sono Sarah, e basta. Non mamma, non moglie, non figlia. È il mio tempo, ed è lì che trovo la mia libertà.»

Quando aggancio il pedale io sono Sarah © Sarah Cinquini via Facebook
Quando aggancio il pedale io sono Sarah © Sarah Cinquini via Facebook

Il nodo della sicurezza e il sonno negato

A questo doppio impegno si aggiunge la fatica dovuta alla privazione del sonno. «Quest’anno, per riuscire a mantenere il passo che mi ero prefissata, non ho mai dormito più di quattro ore di fila. Per me, che sono abituata a dormire almeno sei ore per un recupero completo, è stata una sfida enorme.» 

L’ultracycling, racconta Cinquini, è una disciplina senza compromessi: «Alla fine vince chi dorme meno, chi si ferma meno, chi recupera in meno tempo.» Un modello che però solleva dubbi profondi. «Io posso anche pedalare più veloce di altri, ma se loro dormono tre ore e io quattro, alla lunga guadagnano decine di chilometri. E questo non ha più nulla a che vedere con la prestazione atletica: diventa solo la capacità di trascinarsi avanti senza sonno.» Per Sarah il problema è innanzitutto di sicurezza collettiva: «Quando parti per una gara del genere hai una responsabilità enorme. Un colpo di sonno non mette a rischio solo te stesso, ma anche gli altri utenti della strada. È un tema che mi ha stancato e nauseato. Io ai miei cari dico sempre: sarò lucida ogni volta che aggancio il pedale.» Da qui il suo appello a una riflessione più ampia: l’ultracycling ha bisogno di regole che tutelino il recupero e la lucidità degli atleti, per non trasformare lo sport in un azzardo.

Pedalare per affrontare la solitudine

Alla base delle sue imprese non c’è soltanto la voglia di mettersi alla prova, ma una motivazione personale profonda. «Ho sempre avuto una grandissima paura nello stare sola — confessa Sarah — un po’ per temi intimi della mia infanzia, un po’ perché sono diventata mamma molto giovane e ho sempre vissuto in una famiglia numerosa. La solitudine mi spaventava.»

L’ultracycling è diventato allora un modo per sfidare quella fragilità: «Pedalare da sola, anche di notte, nei momenti che più mi mettevano malinconia, mi ha costretto a guardare in faccia quella paura. Oggi riesco a stare sola e questa è una forza che mi porto dentro. Saper stare soli ti permette poi di scegliere di stare con gli altri in modo diverso.»

a Vetta del Colle delle Finestre © Sarah Cinquini via Facebook
La Vetta del Colle delle Finestre © Sarah Cinquini via Facebook

Una sfida all’immaginario comune

Se la Transcontinental è stata il banco di prova sportivo, il progetto “Perché una donna no?” resta la vera bandiera di Cinquini. «Tutti mi chiedevano: sei matta? Una donna da sola, per tante ore, in bici… e io rispondevo: perché una donna no?» Da qui la collaborazione con la Commissione Pari Opportunità della Regione Marche e con Soroptimist, per trasformare le sue imprese in un messaggio pubblico. «Il mio obiettivo non è dire a tutte le donne di pedalare 20 ore al giorno. È ricordare che abbiamo diritto di prenderci tempo per noi stesse; il nostro momento di libertà.»

Le differenze di genere, sulle lunghe distanze, quasi scompaiono: «Ho sempre guardato la classifica generale, non quella femminile. Nelle ultra contano la testa e la gestione, non solo la forza fisica.» Eppure, la vulnerabilità resta un tema caldo: «L’anno scorso in Spagna mi capitava che ragazzi giovani mi fischiassero, mi facessero i versi, mentre io ero sporca, stanca, in difficoltà. Non mi aspettavo desiderio, mi aspettavo protezione. Questo mi ha schifato. Mi ha fatto capire che c’è ancora tanta strada da fare a livello culturale.»

Consigli alle donne che vogliono iniziare

Dalla sua esperienza, Sarah ha tratto anche un messaggio pratico per le donne che si avvicinano al ciclismo, sia per un viaggio che per una gara. «Prima di tutto: fatelo. La bicicletta ha una velocità unica, né troppo lenta né troppo veloce, che ti permette di godere davvero del mondo intorno a te.» Ma servono preparazione e attenzione: «L’alimentazione è il nostro carburante: senza benzina non si va avanti. Poi il materiale: non deve essere per forza costoso, ma va scelto con cura perché una posizione sbagliata o un equipaggiamento inadeguato ti rovina l’esperienza.»

Infine, un invito a prendersi sul serio: «Farsi seguire da qualcuno, sul piano sportivo e nutrizionale, è importante. Anche per un semplice cicloviaggio: arrivarci con il corpo pronto e senza problemi fisici fa la differenza tra un’avventura entusiasmante e una sofferenza.» E soprattutto, aggiunge, «pedalate nei luoghi che vi piacciono: la bellezza dei paesaggi diventa la motivazione che vi spinge avanti, anche nei momenti più duri.»

Il giro del mondo per festeggiare i suoi 50 anni

Guardando avanti, Sarah non nasconde i suoi sogni: «Il mio obiettivo è il giro del mondo nel 2027, l’anno dei miei 50 anni. Sarebbe il mio regalo per me stessa.» Prima, però, c’è da immaginare come raccogliere le risorse necessarie. Nel frattempo, Cinquini si dedicherà a progetti più concreti: un ciclovaggio in Marocco, forse la Route 66 americana, per prepararsi al grande passo.

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Umberto Bettarini
Milanese di nascita, calabrese per vocazione. Dopo la sua prima randonnée, ha scelto la famosa “pillola rossa” per scoprire quanto è profonda la tana del Bianconiglio ed è rimasto intrappolato in una grave forma di dannazione ciclistica