Kirsty Coventry, prima presidente donna del Cio ©LaPresse
La Tribuna del Sarto

Non è solo una questione di genere: intorno alle nuove linee guida dello sport femminile

Il ritorno del test cromosomico rischia di compromettere la costruzione di una società che riconosca il valore della diversità e, al tempo stesso, può ridurre lo sport a mero strumento di potere

14.04.2026 19:48

Come ha recentemente annunciato la presidente del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), Kirsty Coventry, le linee guida per partecipare alle prossime Olimpiadi di Los Angeles del 2028 nelle categorie degli sport femminili potrebbero nuovamente cambiare. Un possibile ritorno al passato, l’esecuzione di un test cromosomico - la ricerca del gene SRY- per stabilire un genere, che fu in vigore fino al 1996.

Non si tratta di un semplice cambio di rotta tecnico, ma di un grande passo indietro ideologico, in cui si sacrifica la complessità della biografia umana sull'altare di un’agenda politica ben precisa. In nome di una correttezza sportiva, emerge il rifiuto di accettare la biodiversità come dato di fatto della nostra specie.

Le scelte del CIO per lo sport femminile negano la biodiversità

Nessuno mette in discussione l’esistenza dello sport femminile, né immagina di sostituire le categorie con assurde classifiche testosteroniche. Il punto è un altro: fino a ieri avevamo scelto la strada della fatica e del buon senso, decidendo sport per sport, dati scientifici alla mano, dove iniziasse un vantaggio competitivo reale e dove finisse la legittima biodiversità. Si può includere senza penalizzare, così come si può escludere senza discriminare, se a guidare è la scienza e non il pregiudizio

Il gene SRY (Sex-determining Region Y) è una sequenza di DNA situata sul cromosoma Y che, in condizioni standard, avvia lo sviluppo dei testicoli nell'embrione. Tuttavia, la biologia non è un interruttore binario. La ricerca del solo SRY ignora una realtà complessa fatta da molte variabili naturali che rendono questo criterio inadatto, ragione per cui fu eliminato nel 1996. Ad esempio, la ricerca della regione determinante il sesso sul cromosoma Y non risolve i casi di insensibilità agli androgeni, dove il corpo ha il gene ma non "sente" l’ormone, oppure del deficit di 5-alfa-reduttasi, l’enzima convertitore del testosterone in un ormone molto più potente chiamato diidrotestosterone. Eleggere un singolo gene a "certificatore di genere" significa ignorare la varietà cromosomica e ormonale che da sempre abita lo sport. 

In uno studio pubblicato su «The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism» (Stéphane Bermon, 2014), in cui sono stati analizzati i campioni di sangue di 855 atlete d'élite che hanno partecipato ai Campionati del mondo di atletica del 2011 e 2013, si è osservata una prevalenza di condizioni di sviluppo sessuale (DSD) iperandrogeniche (atlete con cariotipo 46, XY e alti livelli di testosterone) di circa 7 ogni 1.000. Questa cifra è 140 volte superiore a quella che ci si aspetterebbe di trovare nella popolazione femminile generale. Le alterazioni strutturali del cromosoma nella linea cellulare 46,XY possono determinare fenotipi differenti, come, ad esempio, la perdita del braccio corto del cromosoma Y, contenente proprio il gene SRY, il quale interferisce direttamente con il test SRY che sarebbe negativo, a ulteriore dimostrazione della sua inapplicabilità.

Il ciclismo aveva affrontato la questione dell'iperandroginismo in maniera completamente diversa

Su queste stesse pagine, avevamo già analizzato come il ciclismo avesse affrontato la questione con un approccio radicalmente diverso (Quale sport per le transgender? Il ciclismo risponde così). In quel caso, l'esclusione delle atlete trans non nasceva da una crociata ideologica, ma dalla consapevolezza scientifica dei vantaggi biomeccanici e strutturali derivanti da una pubertà testosteronica. Non c’è dubbio che siano più complesse le questioni riguardanti le condizioni di sviluppo sessuale, rispetto al cambio di sesso iatrogeno; ma il principio di buon senso, basato su studi e dati scientifici, finalizzato a proteggere l'equità della competizione senza negare l'esistenza di identità diverse, deve fare da guida. Sostituire quel metodo con il "dogma del gene" significa passare dalla sartoria della scienza alla macelleria della propaganda.

Non è un caso che questo giro di vite arrivi in un momento di forte ascesa delle narrazioni sovraniste e dei movimenti MAGA. La velocità con cui il CIO si è allineato a queste istanze suggerisce che lo sport sia tornato a essere, come in epoche buie del Novecento, il laboratorio per la creazione di un "Uomo Nuovo”. Per i sovranisti, esiste un solo modello accettabile di corpo e di identità; ogni deviazione dalla norma statistica viene etichettata come "antiscientifica" per essere meglio repressa. La battaglia contro atlete come Imane Khelif è solo la punta dell'iceberg: l'obiettivo reale è restringere culturalmente il campo della normalità. Per capire fino in fondo questa deriva, dobbiamo guardare alle tesi che Robert Chapman espresse in Empire of Normality. Chapman sostenne che il concetto di "normale" non è un dato naturale, ma un'invenzione del capitalismo industriale. Con l'avvento della produzione di massa, i corpi dovevano diventare intercambiabili: chi non reggeva il ritmo diventava “anormale". 

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La pugile algerina Imane Khelif, oro olimpico a Parigi 2024 nei pesi welter © Profilo Instagram @imane_khelif_10

Nello sport, come nella società, la "disabilità" o la "devianza" emergono solo quando l'ambiente è costruito esclusivamente per una minoranza "media". La ricerca ossessiva del gene SRY è la versione sportiva della patologizzazione della differenza: invece di guardare alla complessità dell'atleta, cerchiamo il "guasto" genetico per espellere chi non rientra nel "plusvalore" produttivo che il sistema ha deciso di premiare. Come nella psichiatria analizzata nel testo di Chapman, si individualizza il problema nel DNA del singolo, ignorando che la "norma" è un costrutto storico ed eugenetico. Questo non significa che non esista la malattia e la sua sofferenza (come afferma lo stesso Chapman), ma riconoscerne la sua complessità biologica e sociale; così come nello sport non sarà possibile includere tutti. Ad esempio, è verosimile che atlete con deficit di 5-alfa-reduttasi, se conservano un vantaggio testosteronico, vengano escluse. 

Il gene SRY rischia di diventare la nuova "camicia di forza" biopolitica per silenziare l'esistenza di un genere non binario — genetico, ormonale e sociale — in nome di un modello unico di "Uomo Nuovo" funzionale al potere

Se oggi il bersaglio è l'identità di genere, cosa accadrà domani? La scienza ci sta portando rapidamente verso l'era dell'ingegneria genetica, dei corpi bionici e, in un futuro non troppo lontano, dei cyborg. Accettare la biodiversità nello sport oggi significa accettarla nella società domani. Restringere oggi i criteri di ammissibilità in base a un'ideologia della purezza biologica crea un precedente pericoloso, che in futuro sarà ancora più opprimente e discriminatorio, visto che oltre alle questioni etiche, si aggiungeranno anche gli interessi privati di chi è padrone di quelle tecnologie e deciderà ciò che normale e no, giusto o sbagliato. 

Se lo sport smette di essere lo spazio in cui la diversità umana eccelle grazie alle sue unicità (anche genetica), diventa un mero strumento di potere repressivo, in cui la biodiversità naturale è compromessa.

Dietro una “semplice” questione di genere, di categorie sportive, si nasconde una sfida che non riguarda solo il podio di una gara olimpica, ma il tipo di società — inclusiva o escludente — che vogliamo costruire.

Se nello sport, senza pregiudizio e con buon senso e scienza, si può includere senza penalizzare e si può escludere senza discriminare, nella società si può valorizzare la biodiversità per costruire un futuro più ecologico, nel senso più profondo del termine, capace di rispondere e risolvere le grandi sfide che ci attendono, in armonia sociale e naturale. L’atipicità è la possibilità che la natura ci offre per poter sempre avere una soluzione davanti a un cambiamento ambientale oppure un problema, perderla condannerebbe il genere umano. La speranza è che dalle intenzioni non si passi ai fatti: la reintroduzione del test SRY significherebbe qualcosa di più di un metodo per determinare la categoria sportiva femminile.

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