
Gravina e gli sport di Stato, la risposta di Nibali (e, se permettete, anche la nostra)
Il delegittimato presidente della Federazione italiana giuoco calcio subissato dalle critiche dopo aver tentato un infelice paragone tra dilettantismo e professionismo. Lo Squalo risponde con l'esempio
Ora che il suo mandato da presidente della Federazione italiana giuoco calcio è ufficialmente terminato, sarebbe persino ingeneroso infierire su Gabriele Gravina, il grand commis del pallone che - con la complicità di un intero movimento (e di gran parte della stampa) - ha condannato l'Italia all'irrilevanza. Eppure, le sue parole nell'ultima conferenza stampa da capo della FIGC sugli sport di stato meritano una risposta inequivocabile, di cui dovrà tener conto anche il suo successore.
La comica finale di Gabriele Gravina (che non fa ridere nessuno)
Un'ora dopo l'imbarazzante eliminazione ai rigori per mano della Bosnia Erzegovina nello spareggio per accedere ai Mondiali della prossima estate, Gravina ha dettato ai giornalisti che affollavano la sala stampa dello stadio di Zenica queste parole: «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità. Gli altri sono sport di Stato, come quelli invernali: tolta Arianna Fontana, sono tutti dipendenti dello Stato».
Non c'è bisogno di un esegeta né di un filologo per comprendere la gravità di queste esternazioni: parlare di «sport di Stato» è semplicemente umiliante non soltanto perché molte discipline (ciclismo incluso) hanno acquisito un profilo professionistico, benché la giurisprudenza non ne abbia ancora preso atto: molto semplicemente, è il pensiero mediocre di un uomo a cui fanno difetto le basi della cultura sportiva e che ignora il ruolo spesso decisivo dei corpi militari e civili dello Stato nella preparazione di atleti e atlete che, altrimenti, avrebbero ben poche possibilità di eccellere.
Chi scrive detesta con tutto il cuore gli stereotipi sugli atleti olimpici che rinunciano alle vacanze, alle serate con gli amici, agli affetti per arrivare al vertice: è pur sempre il loro lavoro - meglio: la loro vocazione. Ed è altrettanto insopportabile il luogo comune sui campioni che, dopo aver vinto una medaglia olimpica o mondiale, spariscono dalla narrazione giornalistica e mediale: se permettete, tocca anche a noi cambiare un paradigma (sportivo e culturale) ormai fuori dal tempo, visti i risultati dello sport italiano dal 2021 a oggi.
Fatta questa doverosa promessa, non possiamo che condividere la critica di Vincenzo Nibali, il personaggio-simbolo del ciclismo italiano del XXI secolo. Lo Squalo dello Stretto ha risposto con signorile fermezza all'intemerata di Gravina, mettendo in fila le imprese più recenti dello sport tricolore, incluso il bellissimo successo di Filippo Ganna alla Dwars door Vlaanderen, fino a ripercorrere le pagine più belle della sua inimitabile carriera.

Un minuto abbondante di magia ed emozione con cui Nibali non ha voluto soltanto esprimere la sua contegnosa indignazione per le parole superficiali di Gravina: quel video è un atto di difesa contro i dilettanti di chiara fama che, ieri come oggi, conoscono solo il linguaggio del potere. Per fortuna, uno di loro si è fatto da parte: il minimo sindacale, nella penisola degli eterni poltronisti.
