Il Guccio a due ruote
Nel giorno della dipartita di uno dei più grandi intellettuali dell'Italia repubblicana, vogliamo ricordarlo come meglio sappiamo fare: parlando di ciclismo

Il ciclismo è da sempre sport letterario - non ci sarebbe nemmeno bisogno di ricordare Buzzati e Pratolini al Giro d'Italia - e per questo, ça va sans dire, argomento da cantautori. È vero: Francesco Guccini non ha mai scritto canzoni sui ciclisti o sul ciclismo, al contrario di Paoli, Conte, De Gregori, Lolli e molti altri. Ma Guccini ha scritto quasi più libri che album e fra le pagine stampate il suo rapporto con questo sport emerge molto più esplicitamente.

Il ciclismo nei giochi d'infanzia
Il Maestrone ha avuto frequentemente modo di dire e scrivere che in gioventù era più interessato alle due ruote che al pallone. Fin dall'infanzia, come un po' tutti gli italiani cresciuti nel dopoguerra, il suo rapporto col ciclismo è evidentemente stretto come intrattenimento ed anche come occasione ludica. Così nel Dizionario delle cose perdute compare il gioco dei "coperchini" (più noti in italiano corrente come tappini)
Ma il trionfo del coperchino era il Giro d'Italia. Lì ne bastava uno solo, e ne veniva scelto uno qualunque, ma abilmente trasformato. Perché doveva essere appesantito, in modo che, colpito con un possente “cricco” (altrimenti non so definire il colpo dato dal dito trattenuto dal pollice e poi improvvisamente liberato a dispiegare tutta la sua forza) non volasse per aria ma corresse veloce sul marciapiedi sul quale doveva gareggiare.
Bastava (questo i più rozzi) una buccia d'arancia ben sagomata, ma i più raffinati disdegnavano questi volgari metodi. Si prendeva allora una candela accesa e si colava la cera quasi fin quasi alla sommità del coperchino, poi vi si adagiava la figurina ritagliata recante l'effigie del corridore preferito. […] Di poi si versava l'ultimo strato di cera, così che si potesse intravedere la figurina del ciclista prescelto.
E in un attimo Guccini appare esattamente come uno di noi tanto con i coperchini...
Quattro gradini semicircolari fungevano come Gran Premi della Montagna. Quando il coperchino usciva dal marciapiedi "forava", e si doveva tornare da dove si era partito
...quanto, alla pagine seguente, con le palline.
Nel dopoguerra fiorivano in ogni dove cantieri di case in costruzione, che avevano, a fianco, deliziosi mucchi di sabbia umida. Quando i muratori, alla sera, smontavano, i mucchi venivano presi d'assalto e piccole operose mani costruivano piste con audaci gallerie e arditi ponti in salita, deliziose curve a gomito e numerosi tourniquet: il tutto in vista di un altro Giro d'Italia, non più con i tappini ma con le palline.
Guccini coppiano e anticapitalista
Nelle stesse pagine Francesco si confessa coppiano, dichiarando che il suo coperchino portava la figurina del Campionissimo, a fianco degli amici che avevano Bartali, Magni o anche - i più orginali - Bobet e Koblet. La scelta di campo viene ribadita dal Maestrone nel Nuovo dizionario delle cose perdute, dedicando un capitolo al dualismo con Bartali che divideva la nazione e anche, in un post-scriptum, alle rocambolesche sfide per la maglia nera e alla figura di Malabrocca.
Si dice che noi italiani siamo soliti dividerci in due fazioni (e, naturalmente, in venti sottofazioni). Dai guelfi e ghibellini in poi, se c'è un partito ne nasce un altro esattamente contrario, questo nel bene e nel male, nel giusto o nello sbagliato che sia.
Non voglio fare qui un riassunto di storia patria, che a volte ha assunto aspetti sanguinosi e tragici, o rievocare episodi eroici della Resistenza. Voglio invece ricordare una faida che nulla ha avuto di tragico o di sanguinoso, una divisione in due gruppo che ha caratterizzato gli anni del nostro dopoguerra, quando, fra due persone che si incontravano o in un'amiciza appena sbocciata, qualcuno poneva la domanda principale: Ma tu, per chi tieni?
I termini della questione erano due grandi ciclisti, forse i più grandi che abbiamo mai avuto, almeno nel favore popolare: Gino Bartali e Fausto Coppi. Si poteva essere, insomma, comunisti o democristiani, cattolici o laici, ma era altrettanto importante sapere se si era coppiani o bartaliani
[...] La mia scelta fu Fausto Coppi
In quelle stesse pagine ci sono anche tutti gli elementi per capire a posteriori una delle più clamorose massime satiriche del saggio pavanese, contenuta in una canzone che peraltro fu pubblicata (forse non è un caso) esattamente nell'anno in cui i diritti del Giro d'Italia passarono a Mediaset. Il disco era imperniato della cronaca del momento e non mancavano i riferimenti - come questo - a Silvio Berlusconi che ancora non era sceso in campo: come dice spesso Paolo Rossi “o son stato preveggente o ho portato sfiga”.
Coi santi non si scherza, abbasso il Milan, viva Coppi!
Parole, Parnassius Guccinii, 1993
Il ciclismo anche nel cabaret
La passione di Guccini per il ciclismo emerge anche da un'altra chicca, sconosciuta ai più: in una delle tre serate registrate all'Osteria delle Dame di Bologna e pubblicate nel 2017, si perde prima di cantare “Argentina” in uno dei suoi momenti cabarettistici e finisce per parlare di bici e di ciclismo. Purtroppo la digressione si esaurisce sul più bello, quando si accorge che sta perdendo l'interesse del pubblico. Chissà come sarebbe proseguito il suo ritratto del ciclista spagnolo.
Come molti italiani si sarà forse disinteressato del ciclismo col passare degli anni, ma esattamente dieci anni fa non si tirò indietro dal veder transitare il Giro d'Italia a Pavana, davanti a casa sua, mentre andava da Campi Bisenzio a Sestola. Moreno Moser non esitò a festeggiare, scoprendo di essere riuscito inconsapevolmente a farsi una foto col Maestrone.
…e tanto altro
Francesco Guccini non è stato soltanto un cantautore, ma uno dei più grandi intellettuali dell'Italia repubblicana e non solo. E nell'essere questo era però anche molto di più: a un amico che mi scriveva "è morto Guccini" ho risposto "sì, è morto nonno". Noi abbiamo voluto ricordare questo nonno nel modo che più ci è consono, a nome di tutta la famiglia del ciclismo. Non è un elenco completo di tutte le occasioni in cui il ciclismo ha incrociato la carriera del cantautore: basti ricordare per esempio canzoni scritte da altri, come il Keaton di Claudio Lolli che condivideva la passione per il ciclismo con i due cantautori oppure Ti insegnerò a volare di Roberto Vecchioni dedicata ad Alex Zanardi; oppure in Gli artisti compare in un elenco di “mestieri” a cui i bambini aspirano. Un altro clamoroso passaggio in cui il ciclismo è usato magistralmente come metafora (o forse, in questo caso, similitudine) ce lo siamo però tenuti per il finale, dal capitolo “Gli andati” del romanzo Cittanòva blues.
Invecchiare è perseverare ostinati nella vita, andare avanti ad occhi chiusi verso non sai qual giorno, quale ultima scadenza. Rimanere nel vivere vuol dire che ti sei lasciato indietro un'amucchia di gente nel tuo continuo procedere di giorno dopo giorno (to say nothing about seconds), anno dopo anno; è come una gara ciclistica a cronometro, le partenze diseguali e lo snodarsi lungo la strada e qualcuno che non è che rimanga indietro in classifica, ma plof, cade, sparisce, se ne va.
Ciao Francesco,
salutaci Fausto.