
Asfalto o ghiaia? La superficie di una ciclovia conta più di quanto pensiamo
Il report CycleRight sfata alcuni luoghi comuni: perché l'asfalto può essere più sostenibile della ghiaia per molte ciclovie
Quando si realizza una nuova ciclovia in un parco, lungo un fiume o attraverso un'area naturale, si ripresenta quasi sempre lo stesso dilemma: meglio l'asfalto, più scorrevole ma anche artificiale, oppure la ghiaia, la scelta (almeno in apparenza) più "naturale"?
Il report Climate Resilient and Inclusive Cycling - Surface, realizzato nell'ambito del progetto europeo CycleRight da Aleksander Buczynski della European Cyclists Federation, analizza studi scientifici, dati raccolti su oltre 150.000 chilometri di infrastrutture ciclabili europee e numerosi casi concreti per capire quale tra asfalto o ghiaia, riesca davvero a coniugare accessibilità, sicurezza, durata e sostenibilità ambientale.
Ciò che ne è emerso sembra quasi una provocazione: nella maggior parte delle ciclovie destinate all'uso quotidiano e al cicloturismo, l'asfalto è ad oggi la soluzione più equilibrata. Non significa, però, che sia sempre la migliore.
Il fondo determina chi può usare una ciclovia
Parlando di qualità di una ciclovia, si tende a concentrarsi sul tracciato, sul paesaggio o sulla separazione dal traffico. Invece, uno degli elementi che incide maggiormente sull'esperienza di chi pedala è la superficie.
In automobile molte irregolarità vengono assorbite da sospensioni, pneumatici e massa del veicolo, mentre in bicicletta ogni vibrazione arriva direttamente al ciclista. Un fondo sconnesso aumenta la fatica, peggiora il controllo del mezzo, allunga gli spazi di frenata e rende più difficoltoso l'utilizzo della ciclovia per bambini, anziani e ciclisti meno esperti. Le criticità diventano ancora più evidenti per chi utilizza handbike, tricicli, cargo bike, biciclette con rimorchio o altri cicli adattati.
È proprio questo il punto centrale del report: una ciclovia è una infrastruttura pubblica, quindi deve essere progettata per essere utilizzabile dal maggior numero possibile di persone, non soltanto da chi possiede una gravel o una mountain bike.
Quanto aumenta la fatica
Uno degli studi citati confronta il consumo energetico richiesto dalle diverse superfici assumendo come riferimento un asfalto regolare. A confronto, una pavimentazione asfaltata irregolare richiede già circa il 20% di energia in più. I masselli possono arrivare al 30-40%, mentre la ghiaia fine richiede circa il 50% di energia aggiuntiva. Nel caso della ghiaia grossolana il fabbisogno energetico può addirittura raddoppiare.
In sostanza, pochi chilometri di fondo sconnesso possono non essere un problema durante una breve uscita, ma su una tappa di 80 o 100 chilometri, magari con borse e temperature elevate, incidono in maniera significativa sulla stanchezza e sulla distanza percorribile.
Cosa raccontano i dati europei

Il report analizza oltre 150.000 chilometri di infrastrutture ciclabili europee classificati tramite OpenStreetMap utilizzando il parametro smoothness, che descrive la regolarità della superficie.
Circa il 90% dei tratti asfaltati viene valutato come buono o eccellente. Per la ghiaia compatta questa percentuale scende intorno al 19%, mentre la ghiaia grossolana resta sotto il 6%.
Risultati molto simili emergono anche dalle ispezioni effettuate tra il 2021 e il 2025 su oltre 12.600 chilometri appartenenti a dodici itinerari EuroVelo. Il 93% dei tratti asfaltati o in calcestruzzo è stato giudicato ben percorribile, mentre gran parte dei percorsi in ghiaia è stata classificata come moderatamente percorribile o peggio.
Questo non significa che ogni strada bianca sia problematica. Significa però che mantenere nel tempo una qualità costante delle superfici non pavimentate è decisamente più difficile.
Il paradosso della sostenibilità
Un altro aspetto interessante riguarda l'impatto ambientale. La ghiaia stabilizzata richiede emissioni inferiori durante la costruzione iniziale, ma necessita di manutenzioni molto più frequenti. Piogge intense, siccità, erosione, passaggio di mezzi agricoli e dilavamento rendono necessari continui ripristini.
Secondo le stime riportate, dopo circa sette anni il vantaggio iniziale viene annullato. Dopo quindici anni un chilometro di pista in ghiaia stabilizzata può aver prodotto oltre dieci tonnellate di CO₂ equivalente in più rispetto a una realizzata in asfalto.
È un dato che ribalta una convinzione molto diffusa: la sostenibilità non dipende soltanto dai materiali utilizzati durante l'inaugurazione, ma anche dalla loro durata e dalla manutenzione necessaria negli anni successivi.
Questo non significa asfaltare ovunque
L'asfalto, però, non è la scelta migliore in ogni situazione. Nei tratti soggetti ad allagamenti frequenti può risultare preferibile il calcestruzzo, più resistente all'acqua. In alcune aree naturali o forestali, dove le radici degli alberi rendono problematica una pavimentazione tradizionale, la ghiaia continua ad avere un ruolo importante.
Anche i percorsi destinati alla mountain bike o alle discipline off-road rispondono a esigenze completamente diverse rispetto a una ciclovia turistica o a un collegamento tra due centri abitati.
La scelta del fondo dovrebbe quindi partire dalla funzione dell'infrastruttura, non da valutazioni esclusivamente estetiche.
I dettagli fanno la differenza
Il report richiama anche l'attenzione su aspetti che vengono facilmente sottovalutati.
Una superficie perfettamente liscia perde gran parte della propria efficacia se attraversamenti, cordoli e giunti creano continui dislivelli. Allo stesso modo, radici affioranti, canalette mal progettate o pavimentazioni sconnesse possono compromettere l'accessibilità anche di una ciclovia recentemente realizzata.
Per questo motivo la qualità di un'infrastruttura non dipende soltanto dal materiale utilizzato, ma dalla progettazione complessiva e dalla capacità di mantenerla efficiente nel tempo.
Una ciclovia si giudica dopo dieci anni, non il giorno dell'inaugurazione
Quanto emerge dal report CycleRight è particolarmente interessante soprattutto per il contesto italiano.
Troppo spesso il dibattito si concentra sul numero di chilometri realizzati o sul costo iniziale dell'opera. Una rete ciclabile realmente efficace dovrebbe invece essere valutata considerando chi la utilizzerà, quanto sarà accessibile, come reagirà agli eventi climatici sempre più estremi e quali interventi di manutenzione richiederà negli anni.
Non esiste quindi una superficie perfetta per ogni percorso. Esiste però una progettazione capace di scegliere il materiale più adatto in funzione degli obiettivi dell'infrastruttura.
