Franco Bitossi ed Eddy Merckx con alcuni giocatori del Cagliari (si riconosce in primo piano Ricky Albertosi) alla Sei Giorni di Milano del 1971 © Wikipedia
Lo Stendino di Gambino

Metti una sera alla Sei Giorni di Milano: amarcord con Silvio Martinello

Un evento che trascendeva lo sport, corridori tenuti "prigionieri" nel velodromo, quell'epoca aurea interrotta dal crollo del tetto del Palazzone nel 1985; e quando la Sei Giorni rinacque brevemente al Forum di Assago era già un altro ciclismo

24.01.2023 18:35

C'era un tempo che oggi sembra lontano ma, in realtà non così distante, in cui la stagione ciclistica combaciava con quella meteorologica boreale. Le corse australiane, sudamericane e nel Golfo non esistevano ancora. Per cui i campioni del pedale, per tenersi in forma da novembre a fine febbraio, avevano fondamentalmente due opzioni: ciclocross o pista. Era quella l'epoca d'un ciclismo pieno di fascino ancorché centrato sull'Europa, intesa a ovest del Muro di Berlino. Il lungo, e per ora ancora soppresso, ponte d'inizio novembre segnava la fine della stagione su strada con il Trofeo Baracchi: 100 chilometri di cronometro a coppie con i più grandi campioni, quasi sempre in lotta tra loro ma a volte accoppiati in formazioni la cui composizione rasentava il diabolico. Eppure in tutto ciò c'era una logica profonda, quella dell'introduzione al trimestre delle Sei Giorni, di cui il Baracchi era il logico antipasto in quanto corso da squadre di due corridori.

Racconta Silvio Martinello, oro olimpico ad Atlanta 1996 nelle corsa a punti e soprattutto ultimo grande seigiornista azzurro: “All'inizio degli anni ottanta, quando ho esordito io, le Sei Giorni erano delle piccole corse a tappe coatte in quanto i protagonisti vivevano per una settimana interamente dentro al velodromo in cui, oltre a correre, trascorrevano le loro giornate, nutrendosi e dormendo in orari decisamente improbabili: sveglia a mezzogiorno, seguita da colazione e massaggi; pranzo alle cinque del pomeriggio per poi scendere in pista dalle otto, gareggiando fino alle due di notte; infine, la cena prima di coricarsi. Poi, con gli anni, soprattutto per motivi logistici, i regolamenti diventarono meno rigidi e ai corridori fu consentito di dormire in alberghi non lontani dai velodromi”.

“La stagione – prosegue il campione padovano – era molto intensa, consistendo di 15 eventi, più o meno divisi equamente da una breve pausa natalizia. Dal punto di vista organizzativo la Germania era il paese dominante, allestendo una mezza dozzina di gare. Il format tedesco prevedeva l'inizio il giovedì alle otto di sera con la conclusione il martedì a mezzanotte. Teoricamente il mercoledì era dedicato ai trasferimenti da una sede a quella successiva  ma non sempre era così perché se uscivi dalla Germania magari cominciavi altrove 18 ore dopo la fine della precedente gara”.

Per l'Italia, il momento topico arrivava a febbraio quando andava in scena la Sei Giorni di Milano, atto conclusivo dei 100 giorni sulle piste del vecchio continente. La kermesse meneghina, nata sostanzialmente nel 1961, dopo un fugace biennio alla fine degli anni venti nel segno di Costante Girardengo, era ben più d'una gara ciclistica. Disputata, in principio, al Palasport di Piazza 6 Febbraio all'interno del quartiere fieristico, la corsa assunse una dimensione sontuosa a partire dal 1976 quando tenne a battesimo l'appena completato Palazzone, la nuova casa dello sport milanese edificata a San Siro accanto allo Stadio Meazza. Per quasi un decennio la settimana della Sei Giorni diventò un punto focale imprescindibile di quella Milano da bere che si affermava prepotentemente nel mondo in sintonia con l'ascesa della sua icona: Bettino Craxi.

A rendere imperdibile l'evento per l'alta borghesia cittadina non era, però, solo la gara ciclistica, organizzata dalla Federazione Ciclistica sotto la regia di Nino Recalcati, che ogni anno assicurava la presenza dei più grandi fuoriclasse italiani e stranieri, accoppiati nella tradizionale combinazione campione della strada con specialista della pista. Quello che rendeva unica l'occasione, spesso coincidente con le festività carnevalesche, era il contorno artistico e mondano che portava industriali e professionisti lombardi a spendere milioni per assicurarsi un tavolo al ristorante posto nel parterre al centro della pista, sottostante al palco delle esibizioni canore. Se, ciclisticamente parlando, gli anni sessanta sono da associarsi alla coppia lombardolandese formata da Gianni Motta e Peter Post, non vi è dubbio che la regina della Sei Giorni di quegli anni sia stata Mina, immancabile presenza canora sulla pedana di Piazza 6 Febbraio.

Successivamente, negli anni al Palazzone di San Siro, la corsa ebbe anche lo scopo di ridestare, dopo il letargo invernale, la mai sopita rivalità tra Beppe Saronni e Francesco Moser che, con cinque successi, resta il primatista assoluto della manifestazione. Il crollo del tetto del Palazzone, il 17 gennaio 1985, pose fine a questo periodo aureo, apprezzato molto più oggi che sul momento. Ci vollero, infatti, ben 10 anni per rimettere in moto le cose. A fare questo nobile tentativo non fu più la Federazione ma RCS che, per un quadriennio dal 1996 al 1999, organizzò la Sei Giorni  nel nuovo Forum di Assago, aperto nel 1990.

Questo secondo periodo di gare è legato indissolubilmente al nome di Silvio Martinello, trionfatore di tutte le edizioni, tre volte in coppia con il suo partner istituzionale, Marco Villa, attuale Commissario Tecnico della pista, da lui tradito nel 1998 a favore dello specialista belga Etienne De Wilde. “Laddove fu pregevole l'idea di riproporre la manifestazione – sottolinea il cinque volte iridato – indubbiamente, nei 12 anni di pausa dall'ultima edizione al Palazzone,  il mondo del ciclismo su pista si era fortemente evoluto rendendo molto meno competitivo, rispetto ad una coppia di specialisti, l'un tempo tradizionale connubio tra un campione della strada ed un seigiornista. A monte, inoltre, c'era il problema tecnico della pista in sé che, non essendo fissa ma montata appositamente per l'evento, non era sufficientemente inclinata in coincidenza delle curve, cosa che comportava la necessità di decelerare per non finire per la tangente”.

“Mi addolora dirlo – conclude l'attuale commentatore tecnico di Radio Rai – ma tanti fattori diversi, dall'aumento dei costi organizzativi al passaggio ad una nuova  generazione meno interessata all'attività su pista, rendono estremamente difficile il ritorno ad un calendario invernale di attività strutturata”. Triste ma purtroppo vero: non resta, per chi ha già superato il mezzo secolo, ricordare con nostalgia gli inverni in cui gli anelli in legno delle grandi città continentali diventavano il proscenio di affascinanti sfide tra campioni leggendari che accendevano fantasia ed entusiasmo tra gli appassionati della bicicletta al punto da coinvolgere anche le grandi firme del giornalismo italiano. Indimenticabile, in tal senso, fu l'esperienza della autorevole cronista d'assalto Camilla Cederna, così famosa da abbattere qualunque barriera sessista dell'epoca. Incaricata dal settimanale politico l'Espresso d'intervistare il sette volte campione del mondo Antonio Maspes, la Cederna rimase fortemente turbata quando, entrando nel box del sommo velocista, si trovò davanti un gigantesco barattolo contenente una pomata le cui indicazioni, scritte esternamente a caratteri cubitali, non lasciavano dubbi: culo.

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