La Milano-Sanremo © RCS Sport
L'Artiglio di Gaviglio

Indurire il percorso della Sanremo? Mai nella vita!

Magari ci si può inventare qualcosa dalla media distanza per rendere la corsa più movimentata, ma gli ultimi 40 km devono rimanere così come sono, o la Classicissima perderebbe la sua unicità

22.03.2024 08:24

E così Tadej Pogačar è di nuovo arrivato a tanto così dal vincere la Sanremo, ma ha dovuto arrendersi e Philipsen e Matthews e accontentarsi di un posto sul podio, comunque il primo a queste latitudini. E subito c’è chi è tornato a rispolverare uno dei tormentoni più abusati di questo nostro tempo: non mangiare più carne per salvare gli animali dalla macellazione, spostarsi in bici o coi mezzi pubblici per ridurre le emissioni, e indurire il percorso della Milano-Sanremo per tagliar fuori i velocisti.

Come se un velocista resistente della classe di Jasper Philipsen – già capace di fare secondo alla Roubaix, tra le altre cose – non fosse un vincitore all’altezza, e come se al di fuori di Van der Poel, dello stesso Pogačar o magari di Van Aert (che, mannaggia a lui, sabato neanche c’era!) non ci fossero altri corridori degni di alzare le braccia in via Roma.

Poi ci si è messo anche Alberto Bettiol che, a precisa domanda, ha proposto di trasformare il finale della Classicissima in un circuito che preveda la doppia scalata a Cipressa e Poggio, seguendo l’esempio della Strade Bianche che da quest’anno ha bissato i passaggi sulle Tolfe e Colle Pinzuto. Ora, a parte che per stare entro i 300 km di corsa, a quel punto, bisognerebbe spostare la partenza come minimo nell’incantevole Voghera (altro che tornare a Milano!), ma poi cosa ci guadagneremmo da un simile stravolgimento della gara? E peggio ancora sarebbe, appunto, inasprire a tal punto il percorso dall’escludere completamente dal pronostico le ruote veloci.

Il quarto d'ora finale della Sanremo non ha pari nel ciclismo

La Milano-Sanremo © RCS Sport
La Milano-Sanremo © RCS Sport

Perché l’unicità della Sanremo sta proprio nella sua imprevedibilità, e in quel quarto d’ora finale di pura adrenalina che non ha pari in tutta la stagione: un pathos che, forse, qualche volta si raggiunge all’ultimo giro del Mondiale, o magari alla resa dei conti di un Giro o di un Tour, ma che solo alla Milano-Sanremo si ripete, puntualmente, ogni anno. E pazienza se poi, a vincere, è Van der Poel oppure Ciolek: perché comunque, ogni anno, la corsa rimane in bilico fino all’ultimo mezzo metro dei quasi 300 km di cui si compone, ed è questo che ne costituisce il suo indiscutibile fascino.

Anche da un punto di vista tecnico, poi, passare due volte sulla Cipressa cambierebbe poco, tantomeno sul Poggio che è poco più di un falsopiano: perché per quanto si possa fare la corsa dura da lontano, per quanto si possano mettere alla frusta i velocisti sui saliscendi dell’Aurelia, alla fine, non sono certo queste le salite capaci di far esplodere un gruppo di professionisti.

Ed il turning point di ogni Milano-Sanremo rimane ciò che succede in fondo alla discesa del Poggio quando, ad un paio di chilometri dall’arrivo, la corsa imbocca corso Cavallotti entrando nel centro di Sanremo: è qui che, nel volgere di pochi istanti, la storia della Classicissima può pendere a favore dell’attaccante o di chi insegue. E la variabile fondamentale non è data né dal numero dei cacciatori, né da quello delle lepri, bensì da chi sono i cacciatori, e chi le lepri.

Per restare all’esempio di sabato scorso, se Van der Poel non avesse saputo di avere a pochi secondi Philipsen, molto probabilmente avrebbe dato manforte all’azione di Pogačar. E di sicuro non si sarebbe mai e poi mai messo in testa al gruppo proprio, guardacaso, in corso Cavallotti, per andare a chiudere sul contropiede di Mohorič: se l’ha fatto, se cioè ha sacrificato le sue ultime residue chances di successo, è stato solo per la consapevolezza che, a quel punto, il cavallo vincente in casa Alpecin era diventato Jasper, maglia verde dell’ultimo Tour e velocista più forte al mondo.

Quante altre volte, invece, proprio la sparata in corso Cavallotti si era rivelata vincente, e a prescindere da quanto fosse numeroso il gruppo, perché nessuno era riuscito ad organizzare l’inseguimento in quei pochi e cruciali secondi? Stuyven nel 2021 aveva forse qualcosa in più rispetto a Mohorič quest’anno? No, semplicemente il belga, a differenza di Matej quest’anno, ebbe la fortuna di non essere inseguito da un campione del mondo interamente votato alle ragioni di squadra.

Stravolgere la Classicissima per trasformarla in una copia sbiadita della Liegi?

Se poi, invece, l’idea è quella di mettere qualche altro centinaio di metri di dislivello nel percorso, per rendere anche la prima classica monumento dell’anno un traguardo alla portata di Pogačar, tanto peggio! Significherebbe andare ad inserire asperità ben maggiori di un doppio passaggio su Cipressa e Poggio (magari il Testico, o la Pompeiana di cui tanto si era parlato una decina di anni fa) e ottenere, così, di stravolgere completamente una corsa il cui fascino risiede proprio nella sua incertezza.

Significherebbe tagliar fuori i velocisti e la gran parte degli uomini da pietre, riducendo la contesa ai corridori da Ardenne, ma quando a quelle classiche manca ancora un mese e, quindi, questi ultimi non potrebbero essere ancora al top della condizione. E quando, appunto, hanno già a loro disposizione l’Amstel, la Freccia, la Liegi e pure il Lombardia ad ottobre.

Tutt’al più, se proprio si vuole movimentare un po’ lo svolgimento della Sanremo senza intaccarne il delicatissimo equilibrio, si può pensare di inserire uno strappo a 80-90-100 km dal traguardo, meglio se ogni anno diverso, per non dare punti di riferimento al gruppo: se ci pensiamo, infatti, alla lunga anche le Manie avevano smesso di rappresentare un fattore, nelle ultime edizioni in cui erano state affrontate. L’orografia della Liguria, da questo punto di vista, offre l’imbarazzo della scelta agli organizzatori, anche senza bisogno di frane che rendano obbligatorie simili deviazioni nell’entroterra.

Ma l’importante – ribadisco, e chiudo – è non toccare nulla negli ultimi 40 km. E se necessario questi ultimi 40 km devono diventare Patrimonio Unesco, Parco Naturale, Riserva WWF, quello che volete: ma che nessuno si azzardi a toccarli. E vedrete che, in questo modo, lo stesso Tadej ci troverà molto più gusto, quando finalmente riuscirà a trionfare anche in via Roma!

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