Ricognizione © I.P.
Ricognizione © I.P.

Evian-les-Bains (proprio quella dell’acqua minerale) brulica di turisti variamente consapevoli, cicloentusiasti e addetti ai lavori, compreso quello della EF in fila davanti a noi alla boulangerie, al quale la proprietaria spiega che no, non esistono sandwich vegetariani. Una sfilza di bandierine gialle è drappeggiata sul corso principale, ovunque nelle vetrine ci sono biciclette, pois rossi e maglie verdi. Facciamo tappa qui, anche noi, come il Tour.

Questa è l'acqua

Tutto sembra perfettamente normale nella sua straordinarietà: qui la corsa è endemica, eccezionale senza essere stato d’eccezione, e si respira nell’aria cristallina d’altitudine e nel profumo di caffè che esce dai bus delle squadre. Il sole batte forte sulle rampe che si inerpicano sulla Côte de Larringes: saliamo lentamente lungo sentieri e strade secondarie, ma se mi giro il lago trova sempre il modo di spuntare tra le fronde degli alberi e il mormorio dell’acqua che scende a valle accompagna il ritmo del nostro respiro.

L’acqua, a Evian-les-Bains, è ovunque © I.P.
L’acqua, a Evian-les-Bains, è ovunque © I.P.

Io sono già stata tra queste montagne.

La me di quattro anni fa sorride dall’altra sponda del Lemano dopo cinque ore di attesa concentrate nella schiena verde di Wout van Aert che emerge dal gruppo, quel genere di euforia che solo le sue vittorie sembrano infondere nella folla. Quel genere di cose che ti fanno venire voglia di scriverci su.

You and I and dominoes

La cronometro è un esercizio di scomodità, pazienza e misura ma, come quasi ogni cosa nel ciclismo, democratica: nessuno rimane davvero indietro, anche quando viene ripreso e superato, nessuno passa senza suscitare la ola della folla schierata a bordo strada. Rifletto sulla mia natura di suiveuse, stavolta senza maglie, sempre senza cartelli: solo la nuda voce che si spezza, le mani che formicolano a furia di applaudire al passaggio dei corridori. La curva belga che vedo poco più in basso rispetto a dove ci siamo accampati ci segnala il passaggio dei connazionali issando ogni volta il tricolore; i danesi, rimasti senza Vingegaard da supportare, raddoppiano se possibile il tifo per Pedersen e gli altri scandinavi.

Il ritmo dei passaggi è sostenuto, ma non martellante, e mi verrebbe quasi voglia di schiacciare un pisolino all’ombra mentre il gruppo si sgrana di fronte a noi. La gara, vista la situazione, è qualcosa che rimane inevitabilmente sullo sfondo: un esercizio di geometria, linee che vanno da un punto di partenza a uno di arrivo, il loro percorso. Se qualcuno va forte, i minuti dal successivo sembrano ore. Ma c’è una certa intimità nel passaggio dei corridori e, nella loro solitudine, alla fine ti sembra di conoscerli tutti un po' di più.

Come le tessere un enorme domino - punti e linee - lungo 26 chilometri, il passaggio dell’ultima saetta gialla è il segnale per sciogliere la compagnia. Non ho mai abbandonato così presto una postazione. La vista del panorama dall’alto ci spoglia di quella sensazione di incompiutezza, mentre telefono alla mano seguiamo le ultime pedalate della tappa. E il ritorno sembra sempre più breve dell’andata.

Interdit au public © I.P.
Interdit au public © I.P.

La sera rimaniamo in città: il sole indugia e ancora si vede in giro qualcuno che porta addosso i segni della corsa, una macchina ritardataria col numero della carovana attaccato al parabrezza. Dal lago sale un vento freddo che ne increspa la superficie e un po’ mi fa pensare che, partito il Tour, a Evian sia finita anche l’estate.