1000 parole per Marco: Pantani nella quarta uscita di Muri
A 22 anni dalla sua morte, la newsletter di Cicloweb raccoglie le voci di chi lo vide correre, crollare e diventare leggenda, anche per chi non c'era, o era troppo piccolo per ricordare
Alla sua quarta uscita, la newsletter di Cicloweb si ferma. Si ferma per guardare indietro, verso un lutto che il ciclismo italiano non ha mai finito di elaborare. Sabato 14 febbraio è stato il 22esimo anniversario della morte di Marco Pantani, e abbiamo scelto di dedicargli questo numero perché siamo la generazione che ha iniziato a seguire il ciclismo quando lui non c'era più, o che al massimo lo ricorda da bambini.
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"L'ultima volta che se n'è andato Pantani": quando scrivere di Marco diventa necessità
In questo numero recensiamo un libro curato da Filippo Cauz e Gino Cervi, un progetto benefico che ha raccolto 39 voci del giornalismo ciclistico per raccontare Pantani. Marco Grassi, direttore di Cicloweb, vi ha partecipato "di straforello", come dice lui, con un capitolo che spiega cosa ha rappresentato Marco per chi, come noi, sente il bisogno di tramandare una memoria che non è solo sportiva, ma umana.

1000 parole per Marco: un'antologia di voci per la generazione che non c'era
Alcuni di noi non ricordano il '98, l'accoppiata Giro-Tour che fermò l'Italia. Non eravamo a Madonna di Campiglio il 5 giugno 1999, quando tutto crollò. Non tutti abbiamo visto le sue ultime, disperate corse. Eppure sentiamo il bisogno di tramandare la sua memoria, perché il ciclismo che seguiamo oggi è figlio anche di quel lutto, di quella fine troppo presta.
Per questo abbiamo raccolto le voci di chi c'era. Gianni Mura, che la notte del 14 febbraio 2004 scrisse l'epitaffio più bello e doloroso. Simone De Luca, il giornalista che gli tese il microfono fuori dall'Hotel Touring e lo vide "completamente stralunato e distrutto". Diego Armando Maradona, che da lontano riconobbe in Pantani un fratello nella gloria e nella solitudine. Claudio Gregori e Marco Pastonesi, che trasformarono le sue imprese in letteratura.
Non è celebrazione retorica né agiografia. È il tentativo di capire chi fosse davvero quell'uomo che Mura chiamò "Pantadattilo", un fossile capace di riportare il ciclismo ai tempi eroici mentre lo proiettava nel futuro. È il modo per custodire ciò che le nostre cronache non potranno mai restituire: l'emozione di averlo visto pedalare, la tragedia di averlo visto cadere.
Perché, come scrive Pastonesi, "il ciclismo è lo sport che ha più memoria". E noi, che non c'eravamo, abbiamo il dovere di preservarla.
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