Baptiste Veistroffer e i girasoli © ASO / Charly Lopez
Diari e Réportage

Odio l'estate: il caldo, la noia, il Tour de France

Un viaggio nei nostri ricordi e nell'amore, giallo e sconfinato, per la Grande Boucle

14.07.2026 17:36

Io odio l’estate. Con tutte le mie forze. Non il caldo, non il mare, non le birrette in spiaggia o il ventilatore acceso. Odio il vuoto su vuoto di luglio e agosto. Da ragazzino, pochi giorni dopo la fine dell’anno scolastico avrei preferito cinque ore di matematica piuttosto che starci dentro. Odio il concetto impositivo tratto da una convenzione sociale sciatta e burina che decide per te, in base a una stagione, quando è il tempo per divertirti, per andare in vacanza, per scopare, per leggere un libro o compilare la settimana enigmistica. Non so, sarà un pezzo di ribelle adolescenza che in me non è ancora maturato, un fascio di nervi e rabbia scaturito dalla perdita dei riferimenti dell’avviluppante routine. Un contrasto ostinato all’idea di crescere e ingoiare anche ciò che è aspro. Non so e forse non mi interessa. L’ho odiata dal primo giorno.

In quegli anni, del liceo, della formazione, delle passioni, del rimuginio, dell’imparare a soffermarsi è comparsa quella maglia gialla lì. Il modo migliore per accomodarsi in un non luogo. Sentirsi un altro e in qualche modo sparire. Lì in mezzo a quei 180 circa. Senza retorica, senza l’epica dei “faticatori della strada”, in una concezione cinica ed egoista. Il Tour de France è un ponte di luce, uno stargate, un tappeto volante che ti trascina altrove. Quattro, cinque ore davanti la TV per respirare, per fuggire dai lacci, dalle catene e da sé stessi. Qualche settimana l’anno per riconoscersi e sentirsi libero.

(Lorenzo Sangiuliano)

Tour de France 2024 © Gruber Images
Tour de France 2024 © Gruber Images

È estate, la scuola è finita, e per i compiti delle vacanze c’è ancora tempo. Nell’aria c’è il profumo del caffè della moka che borbotta sul fornello della nonna, mescolato a quell’odore preciso eppure indescrivibile della cucina di formica in penombra, con la tapparella abbassata per tenere fuori la calura di luglio.

Ho nove anni, forse dieci. Il nonno è seduto a capotavola, piantato davanti al televisore a tubo catodico, il volume un po’ troppo alto. Non è un esperto, lui: non sa chi sia il capitano e chi il gregario, storpia i nomi dei corridori francesi e parla sopra al cronista per la maggior parte del tempo. Però il Tour gli piace, eccome. Gli piacciono le strade bianche di sole, i tornanti, le scritte a bomboletta sull’asfalto e la gente ai bordi che urla come fosse una festa di paese.

Io me ne sto sdraiata sul divano, con un piede nudo appoggiato al pavimento di graniglia fresca. A un certo punto, sullo schermo, compare lui: la bandana, gli orecchini, quello scatto in salita che sembra lasciare tutti fermi. «Hai visto Pantani?», dice il nonno, a nessuno in particolare. Non serve essere esperti per capire.

Il Tour, per me, sarà sempre quella cucina.

(Silvia Cannas Simontacchi)

Ognuno di noi quando pensa a qualcosa ha un’immagine predisposta dentro di sé con cui la identifica. Magari non tutti, ma sicuramente molti di noi, quando pensano al Tour si immaginano il gruppo compatto transitare in mezzo ai campi della proverbiale pianura francese che è in verità fatta di colline. C’è un motivo se quell’immagine è così profondamente saldata all’idea di Tour e quella ragione è il giallo. Quel genere di istantanea funzione perché il gruppo colorato passa in mezzo a campi gialli, gialli come il Tour. Se poi uno zoomma all’interno della propria anima si accorge che il caratteristico colore giallo dei campi attraversati dal gruppo è in molti casi frutto dei girasoli in fiore. Internet è pieno di foto del Tour che passa in mezzo ai girasoli; su Cycling Manager sono almeno vent’anni che hanno messo i campi di girasoli. Forse è inconscio o forse no, ma sicuramente è un legame imprescindibile. È la natura che fa marketing meglio dell’essere umano. E lo fa talmente bene che i girasoli fioriscono in gran numero anche fuori dalla Francia. E io questo l’ho capito da piccolo, allenandomi in bici intorno a casa: il Tour suona alle nostre porte facendo fiorire i girasoli. Crescendo ho anche capito un’altra cosa: il girasole per quanto sembri figlio dell’ottimismo attrae in verità le anime inquiete, Van Gogh ne ha dipinti a decine. E in fondo chi ama il ciclismo fino al midollo è per forza un’anima inquieta: a chi piace altrimenti una tale sofferenza? Ecco cos’è il ciclismo: uno sport per anime inquiete. E il Tour è un campo di girasoli.

(Francesco Dani)

© Yuzuru Sanada
© Yuzuru Sanada

Per chi, come me, ha avuto la fortuna di passare le estati in Romagna negli anni Novanta, il Tour de France è soprattutto un modo per tornare bambino. Erano le tre del pomeriggio. Le dirette integrali ancora non esistevano e, all’improvviso, la spiaggia cominciava a svuotarsi. Dai lettini e dagli ombrelloni ci si riversava verso il bar dello stabilimento balneare, dove un piccolo televisore a tubo catodico da 21 pollici diventava il centro del mondo. Centinaia di persone, strette una accanto all’altra, con gli occhi fissi sullo schermo.

Ricordo il brusio continuo di quei pomeriggi torridi, il rumore delle stoviglie che arrivava dalla cucina, le carte che sbattevano sui tavolini mentre gli anziani consumavano l’ennesima partita. Poi, d’un tratto, la voce di Adriano De Zan rompeva tutto: «Scatta Pantani!». E per qualche istante l’Italia intera tratteneva il fiato. Un Paese capace di dividersi su qualsiasi cosa, ma che davanti alle accelerazioni del Pirata si ritrovava improvvisamente unito, aggrappato alle imprese di un uomo tanto straordinario quanto fragile.

Forse è per questo che, oggi, da adulto, ogni estate carico la bici in macchina per seguire qualche tappa del Tour de France o, più semplicemente, per pedalare su quegli stessi passi alpini che quasi trent’anni fa facevano da sfondo a quelle imprese leggendarie. E ad ogni salita ritrovo le stesse emozioni di quei pomeriggi romagnoli, quando bastavano gli scatti di un uomo a far credere a un bambino che tutto fosse possibile.

(Umberto Bettarini)

Marco Pantani sulla ruota di Jan Ullrich, Tour de France 1998
Marco Pantani sulla ruota di Jan Ullrich, Tour de France 1998

A me prima il ciclismo nemmeno piaceva.

Per anni me lo sono ritrovato davanti senza capirci niente di niente, noioso e seccante nei pomeriggi di maggio, insensato nell’afa insopportabile di luglio – prima che mi folgorasse.

Ma come, è già finito il Giro? Ci sarà qualcosa dopo, no? E poi? E poi?

Il Tour – sempre e solo Tour, un’antonomasia – mi si è insinuato ancor più tardi nel cuore, complice il sospetto e la diffidenza. Il mio è un amore senza memoria, e le prime estati mi toccava ricominciare da capo, ogni volta. Ma è guardando il Tour ho iniziato a comporre i miei primi collage di beniamini, a guardare e capire davvero il ciclismo. Riconoscendo atti velleitari e sforzi indicibili, splendidi e inutili; addormentata sul divano per svegliarmi giusto un chilometro prima della volata, inginocchiata davanti alla tv di fronte a un miracolo sportivo. Urlando, soffrendo, sperando, le strade del Tour si facevano strada dentro di me: una ferita che spacca a metà l’estate, che lascia senza fiato e con una leggera vertigine, come la giovinezza.

C’è vita, dopo il Tour?

(Ilaria Pieri)

 

A cura di Umberto Bettarini, Silvia Cannas Simontacchi, Francesco Dani, Ilaria Pieri, Lorenzo Sangiuliano

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