Montreal 2026 (ovvero di come si legge una corsa)
Per tutti l'alibi è sempre che Pogacar è nettamente più forte, ma che succede quando non c'è? Che la mentalità e l'approccio tattico fanno la differenza e forse gli azzurri non hanno interpretato pienamente questa esigenza

Che la prova iridata di Montreal 2026 degli uomini elite sia stata qualcosa di formidabile (così come quella al femminile del giorno precedente a onor del vero) è assolutamente innegabile. Ed è inutile specificare pure che l'assenza di Tadej Pogacar è stato l'elemento principale che ha consentito tutto ciò, ma ovviamente anche un tracciato esigente e una gara all'arrembaggio da parte di chi si sentiva battuto.
Molti spenderanno fiumi di parole in merito a questi concetti - nel nostro caso Gaviglio in un artiglio - ragion per cui non vale la pena di farlo una volta di più. Piuttosto non si deve perdere tempo a notare che gli uomini più attesi hanno passato la giornata a rincorrere senza poi raccogliere niente (Del Toro si è dovuto accontentare di un 5° posto, Evenepoel e Seixas addirittura si prendono rispettivamente il 12° e il 15°), mentre molti degli atleti che compongono la top10 hanno corso decisamente all'attacco. In parte questo si spiega con i difetti intrinseci dei tre nomi testé citati: il belga alterna spesso giornate da dominatore ad altre in cui bisticcia con sé stesso, mentre il messicano ha più volte mostrato lacune sulle lunghe distanze (oggi comunque molto meno che in passato) e forse lo stesso vale per il giovanissimo francese che aveva superato le 6 ore di corsa solo al mondiale dell'anno scorso prima di questo. Ma in parte è invece da ricondurre al vecchio e polveroso manuale del ciclismo, che ogni tanto ci dimentichiamo ma resta valido, soprattutto quando si corre per nazionali e le dinamiche di squadra sono totalmente diverse.
E su questo mi voglio focalizzare: senza voler sottrarre all'amico Dancelli la sua nuova rubrica (È la corsa che fa la corsa), mi sento in dovere - anche sotto costrizione di alcuni compagni di redazione - di condividere le impressioni con cui ho vissuto a caldo la corsa, seguendo il mio istinto da direttore sportivo, per di più abituato a partire frequentemente senza il favorito della corsa in squadra. Quando la gara entra in quella fase magica (quantomeno per lo spettatore) in cui nessuna squadra ha la forza di tenere chiusa la corsa (vuoi per il percorso, vuoi per le forze in campo, vuoi per entrambi come in questo caso) ci sono alcune regole fondamentali che saranno sempre valide e a cui possono sottrarsi solo quei pochi corridori che, almeno in teoria, hanno le gambe per rimescolare le carte con azioni in prima persona. Ma attenzione: come si è appena visto, anche per quei corridori è un grosso rischio sottovalutare certe dinamiche.
I fondamenti della tattica nel ciclismo
Prima regola fondamentale: mai mollare la testa della corsa. Quando non c'è controllo, è matematico che l'andatura di una fuga sufficientemente numerosa e con le squadre giuste sia più costante che all'inseguimento, perché davanti si gira e ci si danno cambi, mentre alle spalle sono in pochi a dover tirare e spesso non hanno voglia o forza di farlo.
La seconda regola fondamentale è il corollario della prima: se non sei il più forte corridore in gruppo (o potenzialmente tale) si seguono i tentativi degli altri e non si parte in prima persona. In questo modo si minimizza il rischio e massimizza l'effetto. Chiaramente questa regola decade progressivamente con l'avvicinarsi del traguardo: se l'andamento della gara offre l'occasione di partire al momento giusto e si sente di aver qualcosa da dare in più degli altri, vale la pena di tentare, ma per eseguire questa variante al meglio si deve essere cecchini (leggere alla voce Carapaz, paragrafo Tokyo 2021)
Sempre seguendo una reazione a catena scatta la terza regola: mai esporsi. Per questo scopo seguire gli attacchi degli altri senza muoversi in prima persona è fondamentale e consente di avere più libertà di azione quando si prova il colpo da cecchino appena descritto (leggere alla voce Varese 2008, con Bettini specchio per le allodole e Ballan che fa il colpo della vita, sintetizzando all'estremo).
Altra regola importantissima: prevedere chi parte e stargli a ruota. Se nel momento delle azioni più importanti ci si fa trovare 10 posizioni indietro si consumano tantissime energie in più che possono essere fatali; prima si prende la ruota di chi parte e poi si capisce se ci si può restare; non il contrario, perché altrimenti è già troppo tardi.
Infine una regola meno scontata, ma fondamentale soprattutto quando si corre senza radioline e il corridore deve fare da solo: le tattiche progettate prima di partire si possono modificare e se un corridore non è disponibile nel momento in cui era previsto, qualcuno deve sopperire, anche il capitano in prima persona se necessario. E questo si riallaccia al primo punto: non dovendo mai mancare un elemento in testa alla gara (quantomeno sulle azioni rilevanti) è meglio che l'uomo di punta prevenga subito, anziché dover aggiustare la corsa dopo.
Dal teorema alla dimostrazione
Non è certo un caso che tra le pochissime nazionali ad aver eseguito alla lettera queste semplici ed intramontabili regole ci sia proprio quella statunitense che si è portata a casa il titolo. Nel tentativo che ha caratterizzato quasi tutto il finale e animato soprattutto da Van der Poel era presente Quinn Simmons, consentendo così agli altri di correre sulle ruote. Se poi i più forti avessero avuto le gambe per restare soli e rientrare, Simmons si sarebbe trovato davanti senza essersi dovuto affidare alla speranza di tenere le ruote di gente teoricamente più forte di lui in salita; viceversa se la gara fosse rimasta aperta (come poi è accaduto), Jorgenson e McNulty avevano la possibilità di stare sempre a ruote e giocarsi le cartucce in un secondo tempo. E McNulty ha proprio fatto questo, sentendo la gamba per farlo in un momento buono per prendere vantaggio e dopo essere stato nascosto per decine di km.
Abbastanza bene si è mossa pure la Gran Bretagna, che posizionando Onley nella fuga ha lasciato Pidcock (che poteva quasi permettersi di correre da favorito) libero di stare a guardare. Onley è saltato giusto un attimo prima che si rimescolassero tutte le carte e a quel punto Pidcock avrebbe potuto fare quello che ha fatto McNulty, ma evidentemente, anche a causa di una caduta, non ha avuto le gambe giuste al momento giusto (tranne forse l'ultimo giro, dove con Ciccone era quasi riuscito a sganciarsi e in quel caso McNulty era avvicinabile). Da un certo punto di vista anche il Belgio si era posizionato correttamente, con Van Aert in testa (peraltro vero iniziatore di quel tentativo), ma poi né lui né Remco hanno avuto la solidità necessaria per essere nel vivo dell'azione.
Il nodo dolente viene quando si parla dei nostri connazionali. Sia chiaro: nessuno vuole sminuire una comunque buona prestazione, così come allo stesso tempo non si potevano pretendere miracoli da corridori che comunque hanno speso quello che avevano in corpo. Ma guardando alle regoline già enumerate, queste energie sono state spese correttamente? Tendenzialmente no. Mancare di entrare nel tentativo con Van der Poel, Simmons, Onley e Roglic (e prima Van Aert e Charmig) con la Francia già completamente disciolta e Del Toro praticamente privo di gregari affidabile ha significato (e lo si capiva subito) doversi assumere in prima persona la responsabilità dell'inseguimento per più giri a causa della superiorità numerica (unica squadra oltre agli Stati Uniti a piazzare 3 corridore nei primi 20). Non c'è cosa più paradossale di dover aggiustare una gara di cui alla partenza non si aveva alcuna responsabilità. Infine va anche specificato che quello era il classico tentativo da non mancare: corridori di quasi tutte le squadre più importanti, compreso qualche capitano, che non sono partiti tutti insieme, ma in 3 o 4 tempi; tipico momento in cui si capisce che il gruppo concede e anziché dover decidere in un istante se entrare o no si hanno più occasioni per capire che è il caso di muoversi.

Si potrebbe obiettare: ma in quel tentativo probabilmente ci doveva entrare qualcuno che in quel momento non aveva gamba. Sbagliato: vogliamo forse dire che Ciccone alla vigilia era più favorito di Van der Poel e Van Aert? Che motivo c'era di stare a rincorrere con chi potenzialmente aveva la possibilità di levarti di ruota in salita? Seconda possibile obiezione: ma quanto vuoi che abbiano tirato Scaroni e Piganzoli. Sbagliato pure questo: se non tiravamo noi, non tirava nessuno; tirare piano o fermarsi e guardarsi si traduce per la testa della corsa nella differenza tra guadagnare 5" o guadagnarne 30". Con Ciccone davanti ci sarebbe stato un corridore in più che dava cambi, un vantaggio più elevato e un motivo in meno per Van der Poel di rilanciare ad ogni giro per evitare il rientro degli inseguitori. Altra obiezione prevedibile, a tal proposito: Van der Poel li ha cotti tutti, Ciccone sarebbe saltato per aria. Anche questo non regge, in due direzioni: da una parte meglio rischiare di saltare seguendo la tattica che dava più garanzie di trovarsi in testa nel finale di corsa, piuttosto che correre come se si fosse il favorito finendo per arrivare 9° (o vogliamo dire che a un mondiale esiste un obiettivo diverso dalla medaglia, quantomeno in partenza?); dall'altra parte Quinn Simmons, che è stato sempre con l'olandese e gli è pure arrivato a ruota sul traguardo (4°), mostra che era assolutamente possibile resistere senza essere fenomeni (Simmons e Ciccone possiamo tranquillamente tenerli sullo stesso piano, anche se con caratteristiche diverse) e avere ancora gambe nel finale.
Ma mettiamo che tutto ciò sia opinabile (ed in parte lo è, ci mancherebbe)… se la strategia giusta fosse stata correre su chi si pensava potesse fare la differenza, questa è stata correttamente eseguita? Anche su questo fronte non sono mancati errori grossolani, forse anche dettati dalla fatica; specifico una volta di più che qui non si sta sminuendo la prestazione o parlando dal divano col joystick in mano, ma è sempre bene ricordarsi che ricerche scientifiche hanno dimostrato che tutti gli essere umani mollano ben prima di aver portato i muscoli a saturazione da un punto di vista di respirazione cellulare, quindi - in parole povere - tutti mollano prima di aver dato tutto e a volte, nel giorno giusto, la testa fa la differenza tra essere McNulty ed essere Evenepoel. Innanzitutto si era capito presto che Del Toro sarebbe scattato in salita praticamente sempre; voi direte “facile col senno di poi!”, ma in realtà si capiva benissimo già al primo giro in cui la fuga era fuori, altrimenti non avrebbe messo a tirare l'unico compagno di squadra a disposizione (peraltro relativamente debole) fino all'imbocco dell'ascesa principale. Ergo il cecchino della situazione avrebbe preso la sua ruota per ridurre al minimo il dispendio energetico ed avere la situazione sotto controllo. E, vedi un po' i casi della vita, sul primo tentativo di Del Toro, alle spalle del messicano, di Evenepoel e Seixas chi non si era fatta sorprendere era proprio McNulty, mentre Ciccone lì è arrivato da dietro chiudendo un buco.
L'altra lacuna è stata muoversi fuori tempo per quasi tutta la corsa: bisogna essere chiari, quell'istinto c'è chi ce l'ha e chi non ce l'ha e uno scatto sbagliato a volte può infilarti in un circolo vizioso che ti porta a non essere mai nel tentativo giusto. Ma veniamo alla corsa nello specifico. Dopo che fai sacrificare Scaroni e Piganzoli per evitare che i primi vadano a 2', se in cima partono Pidcock e Healy non deve essere Scaroni a chiudere: lì Ciccone deve essere nelle primissime posizioni e balzare subito sulle ruote, perché in questo modo si crea un tentativo di gente solida che può chiudere sulla testa mentre dietro salta di nuovo l'accordo. E pure stavolta, chissà come mai, Jorgenson e McNulty sono stati i primi ad accodarsi nel dubbio, senza attendere Del Toro, Seixas od Evenepoel. Che il momento per provare fosse buono (a parte il fatto che andarsene in cima ad una salita quando il gruppo rallenta è sempre buono) ce lo conferma il successivo scatto solitario di Ben Healy, partito a ridosso del nuovo passaggio dal traguardo, che è riuscito ad evadere e rientrare sulla testa poco prima che si rimescolasse tutta la corsa. In quel momento hai due possibilità: o vai subito sulla ruota di Healy e magari vai in via in 2 o 3 (o magari vengono dietro tutti, questo nessuno può saperlo) rientrando più rapidamente sulla testa e cambiando lo svolgimento tattico della corsa, oppure lo lasci andare e sceglie consapevolmente di stare coperto costi quel che costi. Qui arriva un nuovo errore: Ciccone scatta a salita in corso, fuori tempo, senza riuscire ad agganciare Healy e venendo ripreso dagli inseguitori su una fiammata di Del Toro, rischiando pure di perdere le ruote sullo scollinamento perché al gancio. Andare nel panico nel gruppo fermo e fare lo scatto del disperato funziona molto raramente, perché non risolvi quasi mai il problema e ti esponi inutilmente: o stai vigile e segui i tentativi degli altri che sono già partiti, oppure resti a ruota e persegui la tua scelta fino in fondo, calcolando il rischio nella speranza di non farsi mai vedere fino al momento decisivo.
Quando a due giri e mezzo dalla fine tutto andava rifatto da capo è iniziata un'altra gara e in quel caso non si può dire che Ciccone si sia mosso male. Ha intelligentemente seguito ed alimentato il primo contropiede di Jorgenson, che era poi l'anticamera dello scatto di McNulty. Solo col senno di poi possiamo dire che andava seguito pure Brandon, ma se qualcuno lo avesse fatto, allora ciò significherebbe che non avrebbe fatto lo scatto giusto al momento giusto e non avrebbe vinto la maglia iridata, perciò parliamo di un'altra corse. E come si accennava in precedenza il tentativo di Ciccone all'ultimo giro era invece sensato e se fossero andati via in due c'era la concreta possibilità di rientrare davanti. Se proprio dovessimo fare i pignoli insopportabili, il momento di partire era forse più verso la vetta, dove in tutte le prove in linea è sembrato più semplice fare la differenza.

Perché correre così?
Tutto quello che avete letto finora non deve essere interpretato come una totale stroncatura di Ciccone o degli azzurri in generale. Quando si è sul ring con la responsabilità di una nazione sulle spalle è complicatissimo fare determinate scelte e correre liberi da condizionamenti, per cui gli applausi rimangono per tutti. Ma se quella di ieri fosse stata una qualunque gara di una qualunque categoria (da esordienti a professionisti inclusi) un direttore sportivo avrebbe spiegato ai suoi atleti che queste scelte insieme hanno influito sul risultato finale e che l'atteggiamento di partenza può essere l'elemento decisivo. Insomma nessuno vuole dire che correndo in altro modo avremmo sicuramente vinto l’oro, ma certo non lo avremmo mai vinto correndo così. In tutto questo ragionamento però bisogna chiedersi: com'è che tutti invece si dicono contenti e di aver fatto quello che dovevano fare, compreso il CT Amadio? Ribadisco: nessuno si aspetta gente che si strappa i capelli, ma almeno dire con eleganza di essere mancati in qualche tentativo era pronosticabile. Ciccone toglie però ogni dubbio: ha dichiarato che lui doveva seguire Del Toro, Evenepoel e Seixas. E allora essendo stata l'unica nazionale con 3 uomini nei primi venti oltre agli Stati Uniti, è mai possibile che a nessuno sia venuto a mente che avremmo dovuto correre come gli Stati Uniti? Ma soprattutto, con che coraggio siamo partiti intenzionati a stare a ruota di gente che se stava bene ci avrebbe molto probabilmente staccato?
Ecco, diciamo che in uno dei mondiali più clamorosi di sempre, in cui saper correre faceva la differenza, proprio la nazionale che ha insegnato al mondo come ci si inventa una corsa di questo tipo, ha scelto, invece, di ancorarsi a quel maledetto modo di correre che ha rischiato di contagiare tutti negli anni '10 e che appare, vivaddio, sempre più superato (almeno nelle classiche). Questo, sinceramente, mi dispiace.