Elisa Di Francisca sul podio di Rio © Getty Images - Dean Mouhtaropoulos
Elisa Di Francisca sul podio di Rio © Getty Images - Dean Mouhtaropoulos

Lì dove il fioretto è religione

Nessuno come Jesi, baricentro della scherma mondiale da oltre trent’anni

Jesi è un (bel) comune in Provincia di Ancona; la cittadina murata è nota per aver visto crescere fra gli altri l’ex allenatore dell’Inter Roberto Mancini e l’attrice Virna Lisi, il violinista Giovanni Battista Pergolesi e l’attuale Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.

A livello sportivo è però la capitale non solo italiana quanto mondiale di una specialità sportiva che tanto lustro ha dato al Belpaese: è il fioretto che ha posto sulle cartine del mondo il municipio marchigiano, rendendolo centro di gravità per un’attività praticata con profitto in altre località di Italia e Francia, giusto per restare nelle nazioni guida di tale arma.

La scuola jesina vede come data di inizio il 1947: è il quell’anno che viene fondato da Ezio Triccoli il Club Scherma Jesi. Costui è uno, se non il principale, dei protagonisti del miracolo fiorettistico italiano: nato nel 1915, viene fatto prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale dall’armata britannica ed è lì, in un campo di concentramento di Sua Maestà, che viene a conoscenza di tale disciplina grazie ad un sottufficiale che gli insegna la tecnica di base.

La sua è una scuola rivoluzionaria, fatta di accorgimenti e modifiche rispetto alla dottrina classica del fioretto. I grandi successi non arrivano subito, visto che bisogna attendere gli anni Ottanta per il primo, grande campione: Stefano Cerioni conquista il bronzo olimpico (a vent’anni) a Los Angeles 1984, in una prova vinta dal veneziano Mauro Numa. L’atleta jesino occuperà il gradino più alto nella prova a squadre californiana e quattro anni dopo, a Seoul.

Ma non è l’attuale commissario tecnico della Russia il diamante più lucente della scuola jesina: a risultare di un altro pianeta sono le donne. La prima è Giovanna Trillini, classe ’70 e oro a Barcellona 1992 e campionessa mondiale in tre occasioni. La sua sarebbe potuta essere una carriera da asso pigliatutto se sulla sua strada non avesse trovato una compaesana, ancor più assetata di successi e con la quale i rapporti non saranno dei più idilliaci.

Lei è Valentina Vezzali, forse la sportiva femminile più importante della storia italiana: nata nel 1974, l’attuale deputato è risultata praticamente ingiocabile per la concorrenza cittadina, nazionale e mondiale per quasi quindici stagioni nelle quali ha conquistato tre ori olimpici di fila. Sydney 2000, con la Trillini costretta al bronzo, Atene 2004, con la Trillini piegata 15-11 in finale, e Pechino 2008, con la Trillini quarta e battuta nella finalina dall’altra azzurra Margherita Granbassi.

Per la Vezzali anche un argento nel 1996 ad Atlanta (Trillini terza), un bronzo a Londra 2012 e sei mondiali vinti fra il 1999 e il 2011. A livello di squadre una carestia per le altre nazioni: fra 1995 e 2015 le azzurre, con Trillini e Vezzali colonne portanti in quasi tutte le rappresentative, hanno fatto loro tredici primi posti. A loro si è aggiunta, a metà anni 2000, anche Elisa Di Francisca.

Nata nel 1982 e avvicinatasi alla scherma grazie alla sorella, la Di Francisca è l’attuale capofila del fioretto jesino: a Londra 2012 proseguì il filotto del comune come luogo di nascita della medaglia d’oro della prova individuale. A Rio de Janeiro, pur in un’età non più giovanissima, è riuscita ad entrare in finale perdendo per una sola stoccata contro la temibile russa Inna Deriglazova (e, a bocce ferme, con più di qualche rimpianto per l’atteggiamento tenuto nella seconda delle tre riprese).

Anche per la Di Francisca si aggiunge l’oro a squadre londinese, possibilità non realizzabile nella rassegna carioca: questo a causa della infausta decisione presa nel 2004 dal CIO, e supinamente avvallata dalla federazione internazionale della scherma, di lasciare limitato a dieci il numero di eventi nei Giochi Olimpici a seguito dell’introduzione nell’appuntamento ateniese della sciabola femminile. Le dodici prove della scherma (fioretto, sciabola e spada per ambo i sessi, a livello individuale e a squadre) vedono la perdita ad ogni edizione di una gara a squadre maschile e una femminile.

Nel 2016 a saltare fra gli uomini è la sciabola a squadre, fra le donne proprio il fioretto a squadre. Questa eventualità ha dunque, visto il risultato delle prove individuali (tra le donne la già citata russa Inna Deriglazova, tra gli uomini il siciliano Daniele Garozzo) e di quella a squadre maschile (Russia su Francia e Stati Uniti), ecco che Jesi non potrà fregiarsi di avere un fiorettista campione olimpico dopo otto edizioni di successo. Appuntamento per porre subito fine al digiuno a Tokyo 2020, per una città non abituata a restare a lungo a mani vuote.

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