Laura Trott e Jason Kenny, protagonisti assoluti ai Giochi 2016 © Twitter
Laura Trott e Jason Kenny, protagonisti assoluti ai Giochi 2016 © Twitter

Sei giorni di pista, d’amore e di magie

Sipario sul ciclismo su pista a Rio 2016, ultimi ori per Laura Trott, per il suo fidanzato Jason Kenny e per Kristina Vogel senza sella

Giornata da regine, l’ultima del ciclismo su pista a Rio de Janeiro. Laura Trott e Kristina Vogel sono le atlete simbolo degli anelli negli anni ’10, 7 titoli mondiali a testa nelle varie discipline (la tedesca in quelle veloci, la britannica in tutte le altre), giunte oggi rispettivamente al quarto oro olimpico (la Trott) e al secondo (la Vogel).

24 anni la bitrecciolona di Harlow, Essex; 25  la biondina dal sorriso sghembo, nata in Kirghizistan ed emigrata in Germania all’età di 6 mesi, insieme alla famiglia, mentre l’Unione Sovietica era in via di dissoluzione. Da un quadriennio (ma anche più) dominano nei rispettivi settori, la Trott più della Vogel, la quale però ha una concorrenza numericamente più qualificata (tra cinesi e russe, in diverse le hanno portato via qualche titolo in questi anni).

Si è chiusa nel loro nome la bella edizione brasiliana dei Giochi della pista, con un medagliere vinto – esattamente come nelle ultime due Olimpiadi – dalla Gran Bretagna, 6 ori (2 in meno rispetto a Londra 2012), 4 argenti e 1 bronzo; in totale, 5 di questi 6 ori finiscono a casa Kenny-Trott, con tre vittorie per il velocista (Velocità individuale e a squadre, infine – oggi – Keirin) e due per la sua fidanzata (Inseguimento a squadre e Omnium).

Brava l’Olanda del Keirin (Elis Ligtlee oro tra le donne, Matthijs Buchli argento tra gli uomini), in linea con le attese la Germania della Vogel (oro nella Velocità individuale, bronzo – con Miriam Welte – in quella a squadre); primo oro olimpico nel ciclismo per la Cina (Velocità a squadre con Tianshi Zhong e Jinjie Gong), e un oro straordinario anche per l’Italia con Elia Viviani nell’Omnium, una gara di cui abbiamo già scritto fiumi di meritate parole.

Le sconfitte? La Francia, appena un bronzino nella Velocità a squadre maschile, ma la sensazione – lasciata nel Velodromo Olimpico di Rio – di un settore da rifondare totalmente, visto che i vecchi leoni (Grégory Baugé, François Pervis, Michael D’Almeida) sono forse agli ultimi ruggiti (almeno i primi due, ultratrentenni); e l’Australia, un movimento che dieci anni fa dettava legge in maniera impressionante, e che oggi torna a casa con due medaglie, un argento nell’Inseguimento a squadre (dopo una dura lezione subita ad opera della GBR) e un bronzo con l’eterna Anna Meares nel Keirin, ma anche qui siamo di fronte a un’atleta da tempo nella fase discendente della carriera.

In generale, tanto spettacolo, forti emozioni, protagonisti all’altezza della situazione (da Bradley Wiggins a Jason-tre ori-Kenny, dal tignoso e cattivo Mark Cavendish al Viviani che ha impressionato tutti, anche quelli che tifavano per altri corridori): tutto molto bello, avrebbe detto un vecchio cronista, caricando a dovere le l di “bello”.

 

L’Omnium dell’ennesima consacrazione di Laura
Laura Trott era già in testa dopo la prima giornata di gara nell’Omnium femminile, 118 punti per lei contro i 110 della belga Jolien D’Hoore e i 108 dell’americana Sarah Hammer. Seconda nello Scratch, prima nell’Inseguimento e nell’Eliminazione, il suo livello prestazionale non lasciava intendere possibili passaggi a vuoto nella seconda giornata. E infatti.

Nella sessione mattutina di oggi la straordinaria inglesina ha conquistato il secondo posto nei 500 metri vinti dalla specialista australiana Nettie Edmondson (tempo di 34″938), con la francese Laurie Berthon terza, la D’Hoore quarta e la Hammer quinta. Nuovo allungo in classifica, quindi (156 per Laura, 144 per D’Hoore, 140 per Hammer).

Come non bastasse, Trott ha quindi vinto il Giro Lanciato (in 13″708) davanti alla Edmondson e alla Berthon; quinta e settima Hammer e D’Hoore, e classifica ormai indirizzata con 196 punti per Laura, 172 per le due rivali più vicine. Con la Edmondson a 168, D’Hoore e Hammer erano le uniche che sulla carta avrebbero potuto contendere l’oro alla Trott nella Corsa a punti finale. Le altre (a partire da Berthon e Kirsten Wild a 140) troppo lontane per sperare di rientrare in gioco: recuperare 56 punti alla leader della classifica era impresa del tutto proibitiva; anche recuperarne 24 (da parte di Sarah e Jolien) era abbastanza remota, come ipotesi.

Con questo stato di cose, la prova finale dell’Omnium si è svolta sotto il perfetto controllo della britannica, che ha conquistato qualche punto nei primi sprint, poi ha lasciato andare le avversarie più lontane (soprattutto la danese Amalie Dideriksen, la neozelandese Lauren Ellis e la cubana Marlies Mejias) alla caccia di giri su giri (3 a testa per le atlete citate), e si è limitata a controllare le due più vicine.

Tanto che insieme a loro ha conquistato il suo unico giro, poco prima di metà gara. Come ad avvisare le rivali: non provate ad andarvene, che vi metto il sale sulla coda.

La prova è stata vinta dalla Dideriksen con ben 85 punti (73 quelli di Ellis e Mejias), ma quel che più conta è che la classifica finale ha sancito il dominio della Trott: prima con 230 punti, 206 per la Hammer d’argento, 199 per la D’Hoore di bronzo, 189 per Ellis e Dideriksen, 181 per la stradista Wild, sesta.

 

Velocità con una Vogel incontenibile (anche senza sella!)
Intanto procedeva il torneo della Velocità femminile, giunto agli ultimi turni. Dai quarti era emersa già fortissima Kristina Vogel, che aveva superato nettamente per 2-0 l’hongkonghese Wai Sze Lee, mentre Rebecca James aveva dovuto sudare per piegare la cinese Tianshi Zhong (pur imponendosi anche lei per 2-0). Senza storia la doppia sfida Katy Marchant-Simona Krupeckaite (2-0 senza praticamente dover sprintare), e molto netta la differenza anche tra la vincitrice del Keirin Elis Ligtlee e la russa Anastasiia Voinova (2-0 anche in questo caso).

Le semifinali hanno chiarito chi erano le due cicliste più in forma oggi: la James si è disfatta della Ligtlee senza troppi complimenti, ma ancora una volta è stata la Vogel a destare la migliore impressione, piegando senza tentennamenti la Marchant. Quest’ultima ha poi vinto la finalina per il bronzo sulla Ligtlee (2-0, seconda volata molto equilibrata ma non è bastato alla gigante Elis).

La finale per l’oro è stata un condensato della grande sapienza di Kristina Vogel a fronte della ruspante brillantezza della James. La prima volata è stata impostata dalla tedesca tutta all’esterno nell’ultimo giro di pista, e il fatto che la biondina dal sorriso sghembo abbia conquistato il punto la diceva tutta su quanto sarebbe stato difficile per la britannica ribaltare il risultato portando la sfida alla bella.

La seconda volata si è fatta desiderare: in partenza la Vogel ha chiesto l’intervento del suo meccanico per un problema alla sella. Una mossa che poteva essere interpretata come un tentativo di innervosire l’avversaria, ma che poi a posteriori ci saremmo spiegati per quello che era.

In questo caso la tedesca ha fatto volata di testa, subendo nel finale il ritorno della James ma stroncandola al colpo di reni. Un colpo di reni talmente potente da causare il distacco della sella, evidentemente fissata male (ecco qual era il problema!). Seduta sul canotto reggisella, la Vogel ha atteso l’esito del fotofinish, per poi abbandonarsi – una volta avuta conferma della vittoria – a un’esultanza che ancora ieri qualcuno non avrebbe previsto, viste le difficoltà di Kristina in qualifica.

 

Un Keirin infinito concluso dal “solito” oro di Kenny
Gran finale con il Keirin, che nel corso della giornata era passato dai vari turni eliminatori. In finale ci erano arrivati Jason Kenny, favoritissimo, il malese Azizulhasni Awang, il tedesco Joachim Eilers, il colombiano Fabian Puerta, il polacco Damian Zielinski e l’olandese Matthijs Buchli.

Grande era la tensione nel padiglione del Velodromo, se è vero che abbiamo assistito non a una ma a ben due false partenze. Nel senso che per due volte alcuni corridori (Kenny e Awang nella prima; Eilers nella seconda) hanno anticipato troppo il momento del lancio dietro il mezzo elettrico (non stiamo a spiegare tutti i dettagli, presumendo che chi è arrivato a leggere fin qui sappia almeno qualcosa della pista e del Keirin…), mettendo la ruota anteriore davanti a quella posteriore del “motorino”.

La giuria si è trovata a dover districare un bel nodo, e nella prima occasione ha optato – dopo interminabili minuti impiegati a visionare le immagini – per una magnanima amnistia nei confronti dei due corridori coinvolti. Chiaro che a quel punto, nella seconda occasione, non si poteva squalificare Eilers, perché altrimenti ci sarebbe stata una disparità di trattamento inaccettabile rispetto a Kenny e Awang; certo, gli altri tre (quelli che non avevano commesso errori) avranno masticato un po’ amaro, ma tant’è.

La gara ha visto un bell’allungo di Zielinski in avvio, ma poi nell’ultimo giro è salito in cattedra Kenny, che ha preso la testa della corsa dopo la sua classica progressione; notevolissimo il colpo d’occhio (nonché il coraggio) di Buchli, che si è letteralmente gettato all’interno, aprendosi un varco tra Eilers (poi rimasto appena giù dal podio) e Puerta e Awang che a sua volta rimontava fortissimo all’esterno.

Sulla linea d’arrivo, oro per Kenny, argento per Buchli, bronzo per Awang; a seguire, Eilers, Puerta e, un po’ staccato, Zielinski. Lacrime della fidanzatina Trott, soddisfazione per l’entourage UK, gioia per Olanda e Malesia (quest’ultima per una medaglia che non in troppi avrebbero pronosticato con certezza: la prima nel ciclismo per il paese asiatico). E parola fine sul romanzo della pista a Rio, con quel pizzico di rammarico che accompagna ogni volta la fine di una bella storia. Appuntamento a Tokyo 2020, e nel frattempo speriamo che il ciclismo su pista cresca come merita – nell’attenzione di pubblico e media – in questi prossimi quattro anni.

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