Nikki Hamblin aiuta Abbey D'Agostino a rialzarsi dopo la caduta © Getty Images
Nikki Hamblin aiuta Abbey D'Agostino a rialzarsi dopo la caduta © Getty Images

Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere

A Rio manifestazioni di sportività ma anche critiche e lamentele più o meno velate

Per alcuni atleti già solo il fatto di riuscire a partecipare alle Olimpiadi è il coronamento di una carriera, fatta di sacrifici e rinunce, anche se non riescono a lottare per una medaglia. Per altri la lotta per il podio è essenziale per non tornare a casa con una cocente delusione. Gli atleti, si sa, sono persone eccezionali dal punto di vista sportivo, quasi degli alieni per i loro gesti atletici non alla portata di noi comuni esseri umani, ma sono anche delle persone che devono gestire emozioni contrastanti, momenti di grande gioia e momenti di grande dolore. E in questo non sono poi così diversi da noi.

C’è chi sa vincere, si guadagna la sua medaglia, e magari ammette di aver avuto dalla sua la dea bendata. Come, per esempio, il nostro Niccolò Campriani che, dopo aver vinto il suo secondo oro olimpico nella carabina 50 m 3 posizioni, ha ammesso di aver avuto fortuna e che il russo Sergey Kamenskiy, medaglia d’argento, avrebbe meritato di vincere al suo posto, per la condotta di gara avuta sin dalle eliminatorie. Nessuno avrebbe protestato se non l’avesse detto, nessuno gli avrebbe rimproverato di essere stato troppo fortunato, ma lui, coerente con le sue proteste contro il nuovo punteggio, che di fatto annulla in finale ciò che si è fatto durante la fase eliminatoria, ha scelto di sottolineare la bravura e il merito dell’avversario.

C’è chi in un momento di difficoltà, invece di pensare al proprio tornaconto personale, alla propria gara, si ferma ad aiutare un’avversaria in difficoltà. E poi viene anche premiata. È una storia ormai ben nota quella delle due atlete impegnate nelle qualificazioni dei 5000 metri femminili, che ha fatto emozionare il web. A quattro giri dalla fine della corsa, uno scontro tra la statunitense Abbey D’Agostino e la neozelandese Nikki Hamblin le ha portate entrambe per terra. La statunitense ha subito aiutato la collega ad alzarsi, poi quando è stata lei ad avere problemi a causa di un ginocchio dolorante è stata Nikki a fermarsi per aiutarla a raggiungere il traguardo. Conclusa la gara in penultima e ultima posizione, quindi eliminate, il loro gesto è stato, però, particolarmente apprezzato dalla giuria che ha deciso di ammettere entrambe alla finale. Peccato soltanto che Abbey non abbia potuto disputare la gara a causa della gravità del suo infortunio al ginocchio. Non saranno ricordate per una medaglia vinta ma di sicuro verranno ricordate negli annali dello “Spirito Olimpico”.

Purtroppo, però, ai Giochi ci sono anche quelli che lo spirito olimpico non sanno proprio dove stia di casa. Ci sono quelli che non sanno perdere e trovano il modo di farsi notare per la loro scarsa intelligenza e maturità sia a livello umano sia a livello sportivo.

In alcuni casi, soprattutto dove il risultato viene deciso da una giuria, si può anche arrivare a comprendere una reazione negativa alla sconfitta. È il caso del pugile irlandese Michael Conlan che, nel suo incontro dei quarti di finale della categoria sotto i 56 kg (i pesi gallo per gli addetti ai lavori), dopo l’annuncio della vittoria del suo avversario, il russo Vladimir Nikitin, ha mostrato il dito medio alla giuria per sottolineare il disappunto per un giudizio considerato inaccettabile. In questo caso, però, non ce la sentiamo di condannarlo del tutto (anche se ci sono altri modi per protestare). La strana interpretazione del combattimento da parte della giuria del pugilato è stata sottolineata dai fischi del pubblico presente nell’arena e dai post sui social degli utenti del web. Se il primo round era stato più equilibrato, il secondo e il terzo erano sembrati dominati dall’irlandese. Ma la giuria non l’ha vista allo stesso modo. Ma qui, purtroppo, entra in ballo un problema che si pone ad ogni edizione dei Giochi Olimpici, negli sport che si affidano al giudizio umano.

Chi, invece, davvero non ha saputo perdere e non ha scusanti per la reazione manifestata alla fine della gara è stato Renaud Lavillenie. Nella sua gara di salto con l’asta, lo strafavorito transalpino si è visto soffiare l’oro all’ultimo salto dall’atleta di casa Thiago Braz Da Silva. Nel momento in cui si è apprestato al suo ultimo tentativo, prima di abdicare, si è ritrovato a saltare coperto dai fischi del pubblico carioca. Inutile dire che il salto è stato un flop e Lavillenie si è dovuto accontentare dell’argento. Intervistato dalla tv francese, l’atleta, in preda a una cocente delusione, si è paragonato addirittura a Jesse Owens, atleta di colore statunitense che vinse 4 ori nelle Olimpiadi di Berlino 1936, davanti agli occhi dei gerarchi nazisti che avevano incentrato quell’edizione dei Giochi sulla celebrazione della superiorità della razza ariana. Sicuramente non è facile concentrarsi per saltare in mezzo ai fischi di uno stadio che spera nella medaglia dell’atleta di casa, ma questo non giustifica l’inglorioso paragone. Le proteste provenienti ancora una volta dal web hanno costretto l’astista francese a fare le sue scuse pubblicamente, per poi scoppiare in lacrime sul secondo gradino del podio.

Anche gli atleti italiani si sono resi protagonisti di uscite di scena con caduta di stile. Arianna Errigo, dopo la sconfitta al primo turno nel fioretto individuale, se l’è presa col suo allenatore, colpevole di aver dato dei consigli all’altra italiana Elisa Di Francisca. Una bimba dell’asilo avrebbe reagito meglio. Hanno, invece, scelto la facile strada di accusare di doping i loro avversari russi, il pugile Clemente Russo, eliminato nei quarti di finale della categoria 91 kg da Evgenij Tiščenko, e lo sciabolatore Aldo Montano, eliminato negli ottavi di finale nella prova individuale di sciabola da Nikolaj Kovalëv. Non hanno proprio resistito dal tirare in ballo l’annosa “questione russa” per giustificare una prestazione non proprio esaltante. Del resto è più facile dare la colpa agli altri, piuttosto che prendersi le proprie responsabilità. Con buona pace del fair play e dello spirito olimpico.

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