Elia Viviani festeggia l'oro nell'Omnium a Rio 2016 © Bettiniphoto
Elia Viviani festeggia l'oro nell'Omnium a Rio 2016 © Bettiniphoto

Scusate se parliamo ancora di Olimpiadi…

A una settimana dalla fine dei Giochi di Rio 2016, un bilancio-excursus sugli azzurri impegnati nelle varie discipline ciclistiche

Si è conclusa da sette giorni un’altra edizione dei Giochi Olimpici, e come per gli altri sport, si fanno bilanci anche per quanto riguarda il ciclismo italiano. Ripercorriamo insieme le avventure della spedizione azzurra.

 

Quanta sfortuna per Vincenzo Nibali!
Iniziamo a considerare la nazionale maschile della strada. Il CT Davide Cassani ha allestito una formazione altamente competitiva ed incentrata sul più forte ciclista italiano degli ultimi 6-7 anni, Vincenzo Nibali. Il siculo dell’Astana ha trovato al proprio fianco due compagni di squadra: la seconda punta Fabio Aru, reduce da un altalenante Tour, ed il forte gregario (chissà ancora per quanto) Diego Rosa. I restanti due uomini provenivano dalla corazzata americana BMC, ed erano deputati a svolgere il “lavoro sporco” tra fughe e turni in testa al gruppo: Damiano Caruso ed Alessandro De Marchi.

Tutti gli italiani in gara, tranne l’ultimo citato, hanno preso parte al Tour de France, ottenendo la gamba giusta per affrontare la prova. In particolare Nibali ha sacrificato la Grande Boucle (vinta nel 2014) per affinare la gamba in vista del grande obiettivo stagionale, correndo di rimessa e risparmiando energie in Francia. La tattica di gara, perfetta, ha portato gli italiani nella condizione ideale: De Marchi ha tenuto la fuga del mattino sotto controllo, Caruso si è inserito puntualmente nel contrattacco e poi Aru e Nibali hanno fatto la differenza in discesa isolando gli altri favoriti come i francesi, Froome e soprattutto Valverde. Forse il solo Rosa ha un po’ fatto mancare il suo apporto, ma gli altri sono stati semplicemente perfetti.

Nell’ultima ascesa Nibali ha forzato, portando con sé soltanto Sergio Henao e  Rafal Majka. Con la medaglia in tasca, ha provato poi a concretizzare definitivamente, aumentando il ritmo in discesa. In questo punto è avvenuto il fattaccio: un fatale marciapiede ha privato l’Italia di una probabile medaglia, di possibili venature dorate, chiudendo l’Olimpiade di Nibali. Aru ha fatto ciò che poteva, strappando un sesto posto nel confronto diretto con corridori da classiche come Van Avermaet, Alaphilippe e Rodriguez.

Detto di Nibali, la sfortuna si è abbattuta doppiamente nella crono sull’Italia, costringendo ad un anonimo ventisettesimo posto il secondo cronoman, Caruso, afflito da dolori intestinali alla vigilia della prova.

 

Elisa Longo Borghini a tutto campo
Maggior fortuna ha avuto la spedizione femminile guidata da Edoardo “Dino” Salvoldi. Nella prova in linea Tatiana Guderzo, Giorgia Bronzini ed una monumentale Elena Cecchini hanno imitato i propri colleghi controllando la corsa fino alla decisiva salita di Vista Chinesa. Nella rampa finale è entrata in scena la leader Elisa Longo Borghini, che è rimasta in testa con le olandesi Anna Van Der Breggen ed Annemiek Van Vleuten, la svedese Emma Johansson e la statunitense Mara Abbott.

Van Vleuten ed Abbott hanno allungato nel finale di salita, mentre in discesa le altre tre non hanno forzato, con la Longo Borghini che ha seguito alla lettera le indicazioni fornite il giorno precedente dallo sfortunato Nibali. Non deve aver visto la prova maschile invece la Van Vleuten, che ha sbagliato una curva salutando Rio.

A questo punto la Longo Borghini si è trovata a giocarsi le medaglie con due atlete più veloci di lei, ed ha calcolato ogni eventualità decidendo di “sacrificarsi” al comando del terzetto riprendendo la Abbott e rinunciando ad ogni velleità di vittoria, ma assicurandosi una splendida medaglia di bronzo.

Se ottima è stata la corsa in linea, soprendente è stata la prova a cronometro, in cui la Longo Borghini (unica azzurra ai nastri di partenza) ha sfoderato una grandissima prestazione chiudendo quinta tra le grandi specialiste. Questa Olimpiade proietta quindi Elisa tra le grandissime del ciclismo femminile, facendo registrare miglioramenti sia in salita che sul passo, e le lascia la convinzione di poter puntare ad obiettivi sempre più ambiziosi.

 

Elia Viviani re della pista
Meglio ancora è andata al CT della pista, Marco Villa. Elia Viviani era la principale punta di una nazionale che ha visto un numero incredibile (pensando alle ultime edizioni di Pechino e Londra) di ciclisti. Data per scontata l’assenza dell’Italia nelle discipline veloci (Francesco Ceci per un pelo non si è qualificato per il keirin maschile, mentre le giovani del team juniores della velocità stanno arrivando e saranno sicuramente competitive a Tokyo), la delusione principale è arrivata dall’omnium femminile in cui si poteva realisticamente lottare per un posto, al cospetto di ben tre cinesi qualificate (una dalla Repubblica Popolare, una da Taiwan e l’altra da Hong Kong), anche se i problemi per Simona Frapporti (era lei la papabile) sono giunti principalmente dal numero di avversarie europee che si è trovata davanti nel ranking.

Altro escluso di lusso era il giovane quartetto dell’inseguimento maschile quarto ai Mondiali, ma i ben noti problemi-doping russi hanno permesso di ripescare Filippo Ganna, Liam Bertazzo, Simone Consonni, Francesco Lamon e la riserva Michele Scartezzini. Gli azzurri hanno battuto il record italiano con 3’55”724, sfiorando un incredibile accesso alla finale per il bronzo, mentre poi non si sono ripetuti nella finale per il quinto posto, giungendo sesti.

Le ragazze dell’inseguimento hanno poi replicato il piazzamento dei colleghi. Alla Guderzo già impegnata su strada si sono affiancate Francesca Pattaro, Silvia Valsecchi, Beatrice Bartelloni e Simona Frapporti. Le ragazze hanno battuto per ben due volte il record italiano segnando prima un tempo di 4’25”543 e poi un fantascientifico 4’22”964.

Infine il già citato Elia Viviani, oro nell’omnium maschile. Viviani ha messo a frutto le delusioni ottenute a Londra nelle precedenti manifestazioni. Alle Olimpiadi 2012 uno scarso rendimento tra chilometro ed inseguimento aveva relegato il già competitivo veronese al sesto posto; al Mondiale 2016 un’errata gestione della corsa a punti finale (decisiva nel nuovo regolamento entrato in vigore dopo il 2012) ha privato Elia dell’oro (e di tutte le altre medaglie) per due miseri punti.

Nelle prime prove Viviani ha mostrato di esser mostruosamente migliorato in chilometro, giro lanciato ed inseguimento (terzo-secondo-terzo), riscattando uno sfortunato scratch (solo settimo) e coronando il tutto con la vittoria nell’eliminazione. Viviani si è quindi ritrovato nella stessa situazione degli ultimi Mondiali, primo con un buon vantaggio ma con molti atleti non troppo distanti e decisi a recuperare il giro e 20 punti.

Se a Londra Viviani si era finito per marcare tutti, a Rio ha concesso il giro a Hansen, Gaviria e Kluge (con il brivido di una caduta causata da un contatto tra Cavendish ed il coreano Park, neutralizzata dai 5 giri di abbuono e senza conseguenze fisiche). Intanto il veronese ha marcato soprattutto Thomas Boudat e Mark Cavendish, mentre poi ha tenuto d’occhio anche Lasse Norman Hansen, in gran forma e molto competitivo sul passo, continuando però ad accumulare un punticino per volta. Nel finale la gestione dell’azzurro ha portato i suoi frutti: Viviani, in splendida forma, ha dominato terz’ultimo e penultimo sprint (nel primo dei due ha battuto due mostri come Cavendish e Gaviria nel diretto confronto) ed ha chiuso la pratica con 10 giri d’anticipo.

 

Sfortuna MTB, Fontana appiedato
Il minore contingente era in mano al tecnico della mountain bike, Hubert Pallhuber. Nella prova femminile presente al via la sola Eva Lechner, che arrivava con il biglietto da visita della preolimpica vinta. Purtroppo l’altoatesina ha corso con la gamba che aveva mostrato nel corso dell’anno chiudendo con un anonimo diciottesimo posto.

Il cross-country maschile aveva invece portato in dote l’unica medaglia del ciclismo a Londra (bronzo con Marco Aurelio Fontana) e provava a riconfermarsi proprio con il biker Cannondale. Il funambolo in effetti dopo la partenza si è ritrovato nel terzetto di testa con Nino Schurter ed il sorprendente Peter Sagan, Campione del Mondo su strada pronto all’azzardo in sella ad una MTB ed autore di una rapida e spettacolare rimonta dall’ultima posizione a cui era relegato non avendo mai gareggiato nella specialità in gare di livello. Purtroppo al termine della prima tornata un’improvvida pietra ha danneggiato le ruote di Fontana e Sagan, costretti a salutare ambizioni importanti.

Fontana ha poi rimontato fino al ventesimo posto (appena dietro ad Andrea Tiberi) e non sapremo mai come sarebbe andata a finire. Fatto sta che Schurter ha poi vinto con facilità, e c’è la grande sensazione che sia Fontana che Sagan (poi trentacinquesimo) sarebbero stati capaci di lottare per il podio. L’altro azzurro al via, Luca Braidot, dopo un ottimo inizio gara con vista podio ha perso leggermente contatto, raggiungendo comunque un’inaspettata settima piazza (per dire, davanti a Julien Absalon).

Assente ingiustificata ai giochi la BMX. Dopo i “fasti” di Manuel De Vecchi (qualificatosi a Pechino e Londra) il movimento è nelle mani del solo Romani Riccardi, non competitivo ad alti livelli, mentre è del tutto assente il movimento femminile. Si spera in giovani come Diego Verducci e Camilla Zampese, ma l’Italia deve colmare (con pazienza) un gap enorme.

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