Megan Guarnier, prima vincitrice del Women's World Tour © Velofocus
Megan Guarnier, prima vincitrice del Women's World Tour © Velofocus

Guarnier regina del primo Women’s World Tour

La statunitense domina la prima edizione della nuova challenge UCI. Longo Borghini quinta, Boels-Dolmans tra i team

Con la Madrid Challenge by La Vuelta, domenica in Spagna si è conclusa ufficialmente la prima edizione del Women’s World Tour che ha visto il successo della statunitense Megan Guarnier: 31enne della Boels-Dolmans ha avuto una stagione di altissimo livello piazzandosi costantemente tra le migliori in tutte le prove più importanti, ma la vera differenza l’ha fatta tra maggio e luglio quando ha vinto in successione il Tour of California, la Philadelphia Cycling Classic ed il Giro Rosa mettendo tra sé e tutte le altre un divario di punti praticamente incolmabile. Addirittura Megan Guarnier ha avuto la certezza matematica del trionfo con due gare di anticipo: dopo le due gare di Vårgårda, a cui lei non ha partecipato, il suo vantaggio in classifica era di 332 punti contro i 240 ancora in palio tra Plouay e Madrid.

Leah Kirchmann, bella rivelazione
Alle sue spalle, staccata alla fine di 322 punti, si è piazzata la canadese Leah Kirchmann, una delle più belle rivelazioni della stagione, ma di certo non una sorpresa assoluta: la 26enne canadese in passato aveva già attratto l’attenzione degli addetti ai lavori come diversi risultati interessanti, su tutti il 3° posto a La Course by Le Tour nel 2014, ma quest’anno ha finalmente deciso di trasferirsi in una formazione europea, Liv-Plantur, e affrontare tutta la stagione nel vecchio continente ed i risultati si sono visti. La Kirchmann, atleta veloce e resistente, ha ottenuto una sola vittoria nel Women’s World Tour, il prologo del Giro Rosa, ma ha disputato ben 15 delle 17 prove in programma (curiosamente ha saltato proprio le due nordamericane) e quasi sempre è tornata a casa con buoni risultati.

Dominio totale della Boels-Dolmans
A seguire troviamo poi altre tre atlete della Boels-Dolmans capaci di chiudere il Women’s World Tour nelle prime sei posizioni. L’iridata Elizabeth Armitstead è partita fortissima, poi con l’arrivo dell’estate è un po’ calata per via della preparazione ai Giochi Olimpici e della vicenda dei controlli antidoping saltati che di sicuro non l’ha aiutata ad essere mentalmente al 100% fino in fondo: nonostante tutto la britannica ha chiuso al terzo posto con quattro lunghezze di vantaggio sulla compagna di squadra Chantal Blaak, al sesto posto invece si è piazzata Evelyn Stevens che proprio a Plouay ha terminato la sua carriera con un bellissimo omaggio delle compagne che l’hanno accompagnata sul traguardo applaudendola e celebrandola. Ovviamente, con un dominio tale, la vittoria della Boels-Dolmans nella classifica a squadra è stata solo una cosa automatica: la corazzata olandese è riuscita a staccare la Wiggle High5 di più di 600 punti, sopra i 1000 punti invece il distacco della RaboLiv, terza, che almeno ha conquistato la maglia di prima delle giovani con Katarzyna Niewiadoma.

Longo Borghini sempre miglior italiana
Per quanto riguarda le atlete italiane gli unici successi ottenuti nella primo Women’s World Tour sono a firma di Giorgia Bronzini, vincitrice di due tappe a San Fior e Legnano al Giro Rosa: la piacentina però non è andata oltre la 28esima posizione finale, la migliore azzurra è stata invece come prevedibile l’ossolana Elisa Longo Borghini che, pur saltando diverse prove poco adatte a lei, è riuscita a piazzarsi quinta a soli 22 punti dal podio della Armitstead. Molto buona anche la stagione di Maria Giulia Confalonieri, tredicesima, mentre poco più indietro è arrivata Marta Bastianelli che con il suo podio di domenica a Madrid, unito alla vittoria di Emilia Fahlin in Svezia, ha portato la Alé Cipollini fino all’ottavo posto nella classifica a squadre.

Ma è cambiato qualcosa?
Fin qui abbiamo fatto parlare i numeri, ora dobbiamo anche stilare un bilancio finale di quest’annata di svolta con il passaggio dalla Coppa del Mondo al Women’s World Tour. Di sicuro non si può parlare male di questa nuova sfida lanciata dall’UCI, ma il giudizio non può neanche essere particolarmente positivo perché di veri e propri cambiamenti non se ne sono visti se si esclude il fatto di avere una classifica in cui oltre alle gare di un giorno: obiettivamente come primo anno non si poteva molto di più, ma intanto pare che diverse corse siano interessate ad entrare a far parte di questo nuovo World Tour, degli esempi sono il Boels Rental Ladies Tour in Olanda, l’Emakumeen Bira in Spagna ma ci sono voci anche sulla possibile creazione di una versione femminile dell’Amstel Gold Race. Però per il futuro non ci si può accontentare di così poco.

Nuovi eventi reclamano spazio
L’impressione, però, è che anche tra le donne il grande progetto di riforma a cui stava lavorando l’UCI si sia un po’ arenato, complice il fatto che in corso d’opera è cambiata la responsabile del ciclismo femminile ad Aigle: l’impressione è che, almeno per il momento, gli sforzi si concentreranno soprattutto sul calendario dove però non sarà per nulla facile continuare a equilibrare gli interessi di corse che hanno scritto piccole pagine di storia del ciclismo femminile, con le ambizioni dei nuovi eventi che cercano di imporsi fin da subito approfittando dei legami con alcune prove maschili. L’esempio di tutto questo è proprio quello della citata Amstel Gold Race che andrebbe a confliggere con la nuova collocazione dell’Emakumeen Bira.

Di sicuro da qui in avanti sarà fondamentale lavorare anche sull’aspetto tecnico delle corse, come abbiamo più volte detto in passato, per non rischiare che gare-kermesse come quelle di Parigi, Londra e Madrid, senza dubbio divertenti e molto ben organizzate, rischino di diventare decisive per Women’s World Tour.

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