Il podio del Mondiale Under 23: Jakub Mareczko è medaglia di bronzo © Bettiniphoto
Il podio del Mondiale Under 23: Jakub Mareczko è medaglia di bronzo © Bettiniphoto

Kuba ci rimane di bronzo

Terzo posto e qualche rimpianto per Mareczko nel Mondiale su strada Under 23. Vittoria al talentuoso norvegese Kristoffer Halvorsen

Lunedì scorso nella prima delle prove a cronometro di questa rassegna iridata qatariota l’Italia era salita sul podio con l’argento di Lisa Morzenti nella categoria donne juiores, oggi nella prima delle gare in linea è arrivata la nostra seconda medaglia con Jakub Mareczko terzo tra gli Under 23: un risultato che rendi soddisfatti solo a metà perché una medaglia iridata fa sempre piacere, ma resta la sensazione che nell’ultimo giro la squadra potesse fare molto meglio per lanciare il proprio velocista che a sua volta, nonostante l’esperienza di due stagioni piene tra i professionisti, non è riuscito a svettare su avversari giovani e talentuosi ma che finora hanno militato solo in squadra Continental semiprofessionistiche.

A conquistare la maglia iridata è stato il norvegese Kristoffer Halvorsen, ragazzo classe 1996 del Team Joker-Byggtorget (squadra con cui correrà anche nel 2017) che era considerato tra i favoriti per la gara odierna in virtù delle quattro vittorie stagionali tra cui una tappa al Tour de l’Avenir ed il GP d’Isbergues in Francia, corse professionistica di categoria 1.1 dove sì lasciò alle spalle Feillu, Planckaert, McLay, Coquard e anche lo stesso Mareczko, giunto solo decimo in quell’occasione. Vittoria meritatissima quella di Halvorsen, sia per la bella rimonta allo sprint sul tedesco Ackermann, sia per l’incredibile lavoro di squadra durante tutta la corsa: con soli sei elementi al via, la Norvegia s’è presa le responsabilità maggiori quando si è trattato di controllare la fuga e poi nel finale ha ancora avuto la forza per tenere il proprio capitano nelle posizioni d’avanguardia del plotone in vista dello sprint.

Ganna subito a terra, poi parte la fuga
Per la categoria Under 23 gli organizzatori avevano previsto un Campionato del Mondo interamente sul circuito di The Pearl con 11 giri (il primo non completo) ed un totale di 165.7 chilometri da percorrere: già lo poteva intuire dall’analisi delle planimetrie e ancora di più dopo aver visto le cronometro, oggi però è stato certificato che questo percorso, tortuoso ma interamente pianeggiante e su strade abbastanza larghe, che accomuna tutte le categorie non lascia molto spazio alla fantasia e all’inventiva per chi vuole provare ad impedire un arrivo generale in volata. Le uniche insidie possono essere il grande caldo, l’alta velocità e le tante rotonde presenti.

E proprio le rotonde hanno creato scompiglio nei primi chilometri delle gara odierna: in appena due chilometri oggi abbiamo avuto ben due cadute in gruppo, al chilometro 7 invece a finire a terra è stato Filippo Ganna che ha dovuto sostituire la bicicletta ed è ripartito dolorante e con l’obbligo di inseguire il plotone lanciato a grande velocità. L’avvio di corsa infatti ha visto diversi tentativi di fuga e, dopo un attacco di 13 uomini, la fuga buona è partita dopo circa 11 chilometri in vista del primo passaggio sulla linea d’arrivo: ad uscire dal gruppo sono stati Pascal Eenkhoorn (Olanda), Amanuel Gebrezgabihier (Eritrea) e Nuno Bico (Portogallo) che hanno subito guadagnato 45″ di vantaggio sugli inseguitori.

La fuga si infoltisce
Intorno al chilometro 20 sono riusciti a rientrare sulla testa della corsa anche Brian Gómez (Colombia) e Patrick Müller (Svizzera) che sono andati a formare quindi un quintetto di battistrada inseguitori a circa un minuto da Michael O’Loughlin (Irlanda), Greg Daniel (Usa), Jean Claude Uwizeye (Ruanda) e Mahdi Rajabikaboodcheshmeh (Iran), invece il plotone ha un po’ rallentato la sua andatura ed è finito a poco più di due minuti di distanza. Qui si è vista per la prima volta la Norvegia che si è messa in blocco nelle prime posizioni, più per tenere sotto controllo il distacco che per una reale voglia di andare a chiudere il gap il più velocemente possibile.

Al chilometro 60 la situazione di corsa è cambiata ancora con un ricompattamento tra i primi due gruppo: a questo punto, con poco più di 100 chilometri ancora da percorrere, avevamo un gruppo di nove fuggitivi con il plotone sempre intorno ai due minuti. I battistrada però hanno toccato il vantaggio massimo una quarantina di chilometri più avanti quando sono arrivati a toccare i 3’15” ai meno 65: un distacco abbastanza ballerino perché la Norvegia cercava di imporre un ritmo regolare ma non elevatissimo, altre nazioni invece tentavano accelerazioni isolate o addirittura dei contrattacchi poco sensati dal punto di vista come quello del russo Pavel Sivakov e dell’irlandese Daire Feeley che per alcuni chilometri sono rimasti davanti al gruppo di una trentina di secondi.

Il ritmo cambia negli ultimi 4 giri
Proprio come accadrebbe in una tappa per velocisti in un Grande Giro, il plotone ha iniziato a fare sul serio a 60 chilometri dal traguardo, ossia a quattro giri dalla conclusione: le nazionali interessate allo sprint si sono portate in blocco nelle prime posizioni con Kazakistan, Spagna e Norvegia a tirare, mentre alle loro spalle si erano organizzate anche Germania e Gran Bretagna. L’Italia è rimasta sembra abbastanza coperta nel gruppo con il solo Filippo Ganna che si è messo brevemente a forzare il ritmo attorno a metà gara, ma tra la caduta e la stanchezza accumulata per una stagione molto intensa non è riuscito a fare molto: a dire il vero i nostri non hanno mai dato prova di una grande compattezza e purtroppo questo problema si è sentito molto poi all’ultimo giro.

Tra i fuggitivi il primo ad arrendersi nel corso del terzultimo giro è stato l’eritreo Amanuel Gebrezgabihier, letteralmente bloccato dai crampi alla gamba destra tanto da doversi accostare a bordo strada per ricevere assistenza; destino simile per il colombiano Brian Gómez che invece ha alzare bandiera bianca nel giro successivo quando ormai, con 21 chilometri ancora da percorrere, la Norvegia aveva ridotto il distacco dalla testa della corsa sotto al minuto per la prima volta da quando erano scattati i primi tre attaccanti più di 120 chilometri prima.

Il ricompattamento e la volata
All’inizio dell’ultimo giro da 15.2 chilometri, i sette superstiti della fuga avevano appena 22″ di vantaggio e l’implacabile treno norvegese, orfano del solo Henrik Evensen che si era staccato poco prima, è andato riprenderli definitivamente a 10.5 chilometri dalla conclusione; a questo punto è arrivata davanti al gruppo anche la Germania che con i suoi formidabili passistoni ha alzato ulteriormente l’andatura per impedire che ci fossero scatti. La mossa più interessante però è stata quella della Francia a circa cinque chilometri dal traguardo quando, su un lungo rettilineo un po’ più esposto al vento, ha provato una sparata che ha messo il plotone in fila indiana e creato addirittura qualche piccolo frazionamento: stiamo parlando di strappi di pochi metri che sono stati prontamente ricuciti anche a causa di un nuovo cambio di direzione a 3500 metri dal traguardo.

Nel finale sono stati ancora i treni di Norvegia e Germania a prendere il sopravvento mentre l’Italia non è riuscita ad organizzarsi e solo Consonni prima e Minali poi sono riusciti a dare una piccola mano a Jakub Mareczko che comunque, lavorando molto di mestiere tra spallate e gomiti larghi, era riuscito a mettersi sulla ruota di Halvorsen e dei tedeschi. A lanciare la volata è stata proprio la Germania con Pascal Ackermann che per primo si è portato in testa: Kristoffer Halvorsen non si è fatto sorprendere, si è messo in scia e lo ha saltato negli ultimi metri passando a sinistra lungo le transenne. Mareczko invece si è trovato a dover passare sulla destra, lato leggermente più esposto al vento, e pur apparso in rimonta non è riuscito ad infilzare Ackermann al colpo di reni e si è dovuto accontentare della medaglia di bronzo.

Lontani gli altri azzurri
La grande prestazione di Germania e Norvegia è stata certificata anche dagli altri piazzamenti: per i teutonici troviamo infatti Phil Bauhaus, corridore già abituato al professionismo, in quarta posizione, per gli scandinavi invece c’è Amund Grondahl Jensen in quinta posizione; la top10 invece è stata completata nell’ordine da Jason Lowndes (Australia), Ivan García Cortina (Spagna), Aksel Nommela (Estonia), Jonathan Dibben (Gran Bretagna) e Alan Banaszek (Polonia).

Gli altri azzurri sono arrivati tutti abbastanza lontani: dopo Mareczko, infatti, il migliore è stato Riccardo Minali in 29esima posizione, Simone Consonni è arrivato 76° a 27″, Vincenzo Albanese 82° a 33″ e Davide Ballerini 100° a 2’15”; da notare che negli ultimi cinque chilometri due cadute hanno spezzato il gruppo nelle retrovie causando quindi questi distacchi. Filippo Ganna invece si è ritirato prima del penultimo giro. Per l’Italia resta comunque la soddisfazione di essere sul podio per il secondo anno consecutivo dopo un digiuno di ben sei edizioni: il ritrovato smalto dei nostri giovani a livello internazione è senza dubbio un’ottima notizia, ma il rammarico per l’occasione mancata oggi c’è.

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