Matteo Pelucchi all'arrivo sull'Etna al Giro d'Italia 2017 © Jesús Rubio - AS
Matteo Pelucchi all'arrivo sull'Etna al Giro d'Italia 2017 © Jesús Rubio - AS

Il pelo sullo stomaco

Il primo podio di Mareczko, l’encomiabile sofferenza di Pelucchi e Losada: quando il Giro diventa sfida alla paura

Una corsa in bicicletta è una continua sfida, oltre che contro sé stessi, anche ad una delle componenti imprescindibili dell’essere umano in quanto tale: la paura. In alcuni momenti verrebbe la voglia di chiudere gli occhi per non pensare a ciò che solamente un istante dopo potrebbe accadere, azzerando qualunque sinapsi e lasciandosi unicamente guidare dal fato. Tirare un po’ troppo il freno o non tirarlo affatto mentre si affronta una discesa, una curva oppure mentre si tenta d’infilarsi in un pertugio che parrebbe inaccessibile può determinare la differenza tra una vittoria o una sconfitta, tra lo stare in piedi o cadere rovinosamente a terra, tra lo stare agganciati a ruota del rivale diretto o perdere quella decina di metri che può significare il perdere definitivamente contatto.

Naturalmente una corsa come il Giro d’Italia può produrne a decine di situazioni come queste, che risaltano maggiormente nel momento in cui i diretti interessati finiscono per esaltare al massimo livello il gesto atletico. O semplicemente devono preoccuparsi di portare la pellaccia al traguardo, in quel commovente e ammirevole senso di quotidiana sopravvivenza che porta a fare cose impensabili per i comuni mortali, col solo scopo di riuscire a tagliare il traguardo e poter ripartire il giorno successivo per continuare la propria avventura. In due giornate la Sicilia ha offerto le ideali due facce dello sprezzo del pericolo, tra il saltare da una ruota all’altra in uno sprint convulso e il vivere un vero e proprio calvario per poter portare la bici al traguardo.

Jakub Mareczko, il primo lampo di un talento atteso
La maggior parte dei fiumi d’inchiostro al termine della frazione che ha avuto il suo epilogo a Messina si sono riversati per l’ennesima celebrazione di Fernando Gaviria, capace di dare un nuovo saggio del proprio talento, assistito anche da una preparazione ottimale della volata, in cui vi era solamente d’apporre una firma sprigionando tutta la propria esplosività.

Chi però ha rubato veramente l’occhio in questa occasione è stato Jakub Mareczko, uno che nelle passate stagioni si è imposto all’attenzione come uno dei più interessanti talenti del pedale nostrano nella prospettiva di un futuro radioso come sovrano degli sprint. “Kuba” e il suo baricentro basso, che ricorda l’approccio agli sprint di un campione conclamato come Mark Cavendish, è un altro dei tanti ragazzi che avrebbero potuto avere una concreta chance come pistard e che si sono ritrovati (e c’è da capirli) a dover per forza di cose concentrare tutta la propria attenzione sulla strada. I suiveurs più attenti però non dimentico la scuola della pista che sempre sa farsi largo per dirimere situazioni intricate, tanto più che se in passato ti sei cimentato in una disciplina come il Keirin il fatto tuo dovresti saperlo in termini di scelta di tempo, scatto esplosivo e colpo d’occhio.

Possedere un rush finale tra i più devastanti, dopo essersi districati nella mischia ed aver scelto alla perfezione il lato della strada in cui concentrare la propria volata possono essere le chiavi principali di una volata vincente. Viceversa, occorre concentrarsi su dove si è sbagliato, dove l’attimo non è stato fuggente o dove sarebbe valsa la pena di una sgomitata in più o la trenata di un compagno a tirar fuori dai guai. Jakub è stato splendido nell’ultimo chilometro: lottava che era una bellezza contro sprinter decisamente più scafati e vedergli prendere la ruota di Greipel per poi superarlo a doppia velocità è stato un piacere per gli occhi.

Potenza pura unita a quella buona dose di coraggio che è impossibile non possedere in simili frangenti, per poter passare a fil di transenna prima di compiere il colpo di reni decisivo. Sarebbero bastati 20 metri in più o semplicemente la bravura di Gaviria e della Quick Step hanno fatto la differenza? Entrambe le cose, probabilmente. Di certo la Messina che attendeva in festa Vincenzo Nibali ha potuto finalmente ammirare le grandi doti di un ragazzo che, per varie motivazioni, non aveva ancora avuto la possibilità di dire la propria in uno sprint di una grande corsa a tappe. Lo step successivo sta nel confermarsi, nel riuscire ad acquisire resistenza sufficiente a non perdere contatto ogni qual volta gli strappi si fanno più arcigni e non relegarsi così a mero velocista da Tour de Langkawi o da Tour of Turkey, con rispetto parlando. Il ragazzo italo-polacco di fegato al momento ne ha, se la volontà riuscirà ulteriormente a crescere si divertirà e ci divertirà molto.

Il commovente calvario di Pelucchi e Losada
Avere del pelo sullo stomaco però, come dicevamo, significa riuscire ad osare e prendere qualche rischio in più nell’affrontare una discesa, per riguadagnare posizioni importanti nel plotone o, semplicemente, per non accumulare distacco e vedere il gruppo sfilare irrimediabilmente via. In simili frangenti un errore d’impostazione in una curva o una situazione imprevedibile possono costituire i prodromi di una rovinosa e dolorosa caduta.

Matteo Pelucchi, per mestiere e per assonanza nel cognome, è uno che di pelo sullo stomaco e sprezzo del pericolo si è sempre inteso ed ha fatto i propri punti di forza, anche per colmare quella idiosincrasia alle salite che caratterizza un po’ tutti i velocisti puri. Venendo giù dalla Portella di Femmina Morta però qualcosa martedì pomeriggio è andata storta ed immediatamente, una volta appurato che non vi erano danni irreversibili, si è materializzata l’immagine di un ragazzo che sembrava reduce da un furioso combattimento corpo a corpo o magari aggredito da una muta di cani rabbiosi: maglia e pantaloncini a brandelli, oltre settanta chilometri di tappa ancora da affrontare e, soprattutto, l’ascesa finale all’Etna che per una ruota veloce è già durissima di suo.

Proprio lì si è avuto il senso del livello a cui possono spingersi la forza di volontà e l’umana sofferenza, nel percorrere ogni singolo chilometro con la voglia di mollare tutto e gridare tutta la propria disperazione ad un fato tutt’altro che benevolo. Eppure l’abbiamo visto tagliare il traguardo, distrutto nel fisico e nel morale ma con la consapevolezza di aver brillantemente superato un’altra prova severissima del gramo (in troppe giornate questo è) mestiere di ciclista.

Eppur non è stato l’ultimo a presentarsi in cima all’Etna l’altro giorno: dietro di lui Alberto Losada, gregario spagnolo votato alla causa di Ilnur Zakarin, dopo aver assistito al meglio Joaquim Rodriguez nelle passate stagioni. Anche per lui una caduta nella medesima discesa citata in precedenza ha avuto conseguenze ben poco simpatiche, con la testa dell’omero uscita fuori di binario. La prima tentazione sarebbe stata quella di recarsi in ospedale, curarsi e prendersi le dovute giornate di riposo. Ma un Giro è pur sempre un Giro e va onorato come meglio non si potrebbe. Forse anche oltre le proprie possibilità. Una veloce sistemata in ambulanza, anche se il braccio malconcio era e malconcio è rimasto e via verso il traguardo. 38’46” sono serviti per attenderlo dopo l’impresa di Polanc.

Ieri di tornare a casa neanche a parlarne e così altri 159 chilometri sono trascorsi da Pedara a Messina, con l’inevitabile dolore ad accompagnare la marcia e che lo ha costretto a mollare la presa proprio in vista del circuito conclusivo. Altri sette minuti di ritardo e l’ultima posizione nella generale a quasi un’ora da Jungels, sopravanzato proprio da Pelucchi, che di buttarsi nella mischia di quello sprint che tanto vorrebbe poter disputare proprio non aveva la possibilità, al netto di rischiare ulteriori guai. Ci resta però l’immagine di due ragazzi che hanno mostrato un notevole attaccamento alla causa e disposti letteralmente a vender cara la pelle prima di alzare bandiera bianca. Qualcuno li chiama eroi, forse sono semplicemente ciclisti.

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