Ryan Gibbons al Tour de Langkawi 2017 © Daebong Kim
Ryan Gibbons al Tour de Langkawi 2017 © Daebong Kim

Cresce bene il soldato Ryan

Ritratto di Gibbons, velocista rivelazione di questo Giro

Una nuova lunga giornata ha portato il Giro dalla Calabria alla Puglia, costeggiando lo Ionio, giungendo nella splendida valle d’Itria per approdare ad Alberobello e i suoi celeberrimi trulli. Canovaccio sicuramente meno imprevedibile delle precedenti frazioni, tanto che affare da uomini veloci doveva essere questa tappa e così è stato, anche se l’insidioso attraversamento della cittadina barese, con curve, leggere variazioni di pendenza e restringimenti obbligava sicuramente al chi va là tutti coloro che la corsa rosa hanno ambizione di vincerla.

Tra i signori della volata invece continua a dominare la beata giovinezza, portando finalmente alla ribalta (ce lo attendevamo, infatti, fin da Olbia) il virtuoso Caleb Ewan, fin qui protagonista di una corsa ben poco memorabile e caratterizzata anche da circostanze sfortunate. È toccato proprio a lui questa volta avere la meglio su un Fernando Gaviria che continua a far innamorare coi suoi funambolismi negli ultimi 500 metri ma a cui questa volta sono mancati i canonici dieci metri e un pizzico di buona sorte in più per poter andare a timbrare il terzo successo parziale ma si sa che anche nelle volate la ruota può girare e, senza un vero e proprio padrone, premiare ora l’uno ora l’altro.

Ewan e Gaviria, due grandissimi talenti accomunati dall’anno di nascita, il 1994, in cui per la prima volta un certo Marco Pantani riusciva a salire sul podio sia al Giro che al Tour de France e dove nel calcio l’Italia vide infrangersi solamente ai calci di rigore contro il Brasile il sogno di diventare campione del mondo. Senza troppo clamore però, il 13 agosto dello stesso anno, appena 6 giorni prima rispetto a Gaviria e poco più di un mese dopo rispetto a Ewan, veniva al mondo a Johannesburg, in Sudafrica, un bambino vispo, che diversi anni dopo si sarebbe ritrovato a battagliare gomito a gomito proprio con i suoi coetanei ben più celebrati: parliamo di Ryan Gibbons, una delle rivelazioni di quest’avvio di Giro d’Italia.

Gibbons: una passione per gli sprint nata sotto il segno di Cavendish
Nelle file della Dimension Data le principali attenzioni per quanto riguarda gli arrivi a ranghi compatti erano, sulla carta, riservate a Kristian Sbaragli, che nella corsa rosa ha un’importante chance per ritagliarsi maggiori spazi in seno al team, forte anche della bellissima vittoria ottenuta alla Vuelta del 2015. Accanto all’atleta toscano però sta crescendo tappa dopo tappa il 22enne sudafricano, che grazie ad una smaliziata gestione dei finali di gara, resa ancora più complicata dall’assenza di veri punti di riferimento e dalle insidie del tracciato, sta diventando una presenza pressoché fissa degli ordini d’arrivo di questa edizione (e sappiamo bene quanto sia complicato l’esser costanti in un simile contesto, tanto più se si è ancora giovani e non si gode di un pedigree notevolissimo come quello di alcuni colleghi).

L’ottavo posto di Olbia, in un arrivo in cui il gruppo si era visto sorprendere dal colpo a sorpresa Lukas Pöstlberger, poteva apparire come un exploit estemporaneo dovuto anche alla concitazione del finale ma le successive frazioni hanno confermato come la bella prestazione inaugurale non fosse affatto casuale: a Tortolì, in un altro arrivo complicato, è giunta la settima posizione; a Cagliari, in un finale reso difficilissimo dal vento, è giunto nelle prime posizioni del gruppo (14esimo per la cronaca); a Messina, in un’altra volata dominata dalla difficoltà nell’individuare la giusta traiettoria, un nuovo settimo posto mentre ieri, nel finale dalle caratteristiche già descritte ed in cui divenivano fondamentali le tempistiche d’azione e la scelta della traiettoria migliore in curva, un buon sesto posto che, al momento, ne fa la miglior prestazione ottenuta in questo Giro numero 100, che sta rappresentando la prima grande gara a tappe a cui prende parte.

Come molti connazionali la storia di Gibbons è nata sulle ruote grasse, in sella ad una Mountain Bike per seguire la passione di famiglia partecipando alle prime competizioni sugli sterrati. Quando poi gli orizzonti di Ryan si sono allargati sempre più, ecco che il passaggio alla bicicletta da strada è divenuto naturale, sognando magari di ricalcare le orme di Robert Hunter, il primo atleta sudafricano a vincere una tappa in un grande giro, o soprattutto quelle di Mark Cavendish, che di Gibbons rappresenta l’idolo incontrastato fin dalla gioventù. Caso ha voluto che oggi i due si siano ritrovati a condividere l’avventura nello stesso team e che da “Cannonball” egli cerchi di carpire più segreti possibili. Le basi velocistiche sembrano essere già molto buone e in più c’è chi giura che, proprio come Cavendish, Ryan sia uno duro a morire, di quelli che non accettano la sconfitta così facilmente.

Il vivaio Dimension Data e l’approdo in Europa le tappe fondamentali per la crescita
A rappresentare una tappa fondamentale nell’evoluzione di questo ragazzo però vi è sicuramente il progetto inizialmente portato avanti dalla MTN-Qhubeka, che mirava innanzitutto a creare un vivaio di giovani talenti sudafricani e non, oltre alla missione per certi versi umanitaria che il team si era prefissato inizialmente nel continente africano. Cambiata la denominazione però la Dimension Data, pur con i distinguo del caso, non ha del tutto accantonato l’idea d’individuare tra le proprie file i prospetti più interessanti del domani ed ha così deciso di dare un’importante chance a Gibbons, che già nel corso della seconda stagione tra gli juniores aveva potuto vivere qualche importante esperienza in Europa, cavandosela già egregiamente in un contesto del tutto nuovo.

Le annate successive, con la partecipazione a diverse gare in Belgio, in Francia e anche nel nostro Paese hanno finito con l’arricchire ancor di più un bagaglio già interessante, consentendo anche di cogliere qualche importante risultato (tra questi il settimo posto colto alla Coppa Bernocchi dello scorso anno). Chi però considera Gibbons esclusivamente un velocista sbaglia, poiché Ryan dimostra già ora di poter reggere le salite non troppo lunghe meglio di tanti altri sprinter: diversamente non sarebbe riuscito a conquistare una gara a tappe come il Tour de Langkawi (in cui ha conquistato anche un successo parziale) tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo scorso, gara che seppur decurtata della salita simbolo di Genting Highlands qualche asperità che preclude il successo ai velocisti puri la conserva anche ora.

Tutto fa presagire ad un’evoluzione che possa portare Gibbons a specializzarsi non solo come mero sprinter, quanto come atleta adatto anche ai percorsi più mossi, in grado quindi di poter dire la propria anche in alcune classiche (seguendo un percorso analogo a quello mostrato da Colbrelli o da Matthews, per intenderci). Intanto però questo Giro d’Italia rappresenta una prima palestra importante in cui il suo nome qualcuno se lo starà già appuntando. In attesa di alzare al più presto le braccia al cielo, proprio come l’idolo di sempre Mark Cavendish. Ai posteri, come sempre, l’ardua sentenza.

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