Tejay van Garderen al foglio firma © Bettiniphoto
Tejay van Garderen al foglio firma © Bettiniphoto

Se Tejay fugge da sé stesso…

La parabola di Van Garderen, dalle grandi attese al crollo psicologico

Da Tirano a Canazei il Giro si è concesso nuovamente una giornata da consacrare alla verve dei fuggitivi, con quella calma apparente che non può di certo essere classificata come riposo attivo, dato che all’occorrenza c’è da menare convinti sui pedali. Un inizio con Aprica e Tonale a dare il là all’avventura del giorno ed ecco, uno dopo l’altro, circa quattro decine di corridori ad intraprendere quel nuovo cammino che avrebbe dovuto condurre alla gloria o, quantomeno, agli applausi di un pubblico sempre caloroso.

Abbiamo ammirato Mohoric, inesauribile nelle sue trenate prima in solitaria e poi al servizio dei propri compagni; abbiamo visto Polanc sognare maglia rosa e maglia bianca nello stesso tempo, con il pensiero ad un’altra magata stile Etna o tutt’al più in appoggio ad un Rui Costa a caccia di quella vittoria che manca alla propria personale collezione; tanta buona volontà italica, rinvigorita dal successo di Nibali e vogliosa di replicare coi vari Busato, Conti, Barbin, Puccio; poi, tra i solidi e immancabili protagonisti come Gorka Izaguirre, abbiamo visto Pierre Rolland riuscire finalmente a stoccare e colpire in maniera vincente, rispondendo alla grande a quel bisogno di concretezza preconizzato su queste pagine appena due giorni prima. Poi c’è una maglia rossonera, che di questi tempi viene associata alla voglia di tornare ai gloriosi fasti di un tempo e che anche ciclisticamente parlando si riverbera in una decisa voglia di riscatto: la maglia è quella della BMC naturalmente, il protagonista invece è Tejay Van Garderen.

Tanto si è parlato sul ragazzo originario di Tacoma, schieratosi per la prima volta al via del Giro d’Italia con legittime ambizioni di ottimo risultato (il che si traduce almeno nella top 5): nei mesi scorsi la polemiche innescate circa la durata dei grandi giri e soprattutto quella che vide coinvolta la Movistar nella cronometro a squadre dell’ultima Vuelta Catalunya, in cui gli spagnoli furono penalizzati proprio a vantaggio della BMC, non hanno contribuito a creargli molte amicizie specie tra gli appassionati ma tant’è. Le ambizioni e i buoni propositi invece si sono presto offuscati ancora una volta, tra il Blockhaus e la cronometro del Sagrantino fino al definitivo naufragio appenninico sulla strada verso Bagno di Romagna. Puntualmente quindi si è riaperta la diatriba su un Van Garderen incapace di mantenere le attese e riuscire quindi a compiere quel deciso salto di qualità che ci si attende da lui da qualche anno.

Davvero però è così semplicistico liquidare il discorso su Tejay secondo facili locuzioni? In realtà quella che sta emergendo è una realtà decisamente più complicata che rivela una fragilità interiore che pian piano deflagra, in cui il “fallimento sportivo” rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. Probabilmente fuggire via, confondendosi in un nugolo di avventurieri per poi magari cercare il colpo di classe nei chilometri conclusivi può aiutare, così come l’avere accanto il conforto di un navigato pedalatore come Francisco Ventoso. Azzerare i pensieri almeno per un po’, sperando di ritrovare spensieratezza nel vorticoso trascinarsi di una centesima edizione che punta dritto al suo epilogo. Annullare il proprio ego a cinquanta all’ora, beccando la fuga buona e sperando nel calore di un giorno qualunque che può diventar speciale. Un tredicesimo posto in una fuga come tante non cambia nulla, la voglia di rinascere e reinventarsi invece decisamente sì.

Tejay Van Garderen: parabola di un talento altalenante
La vera e propria esplosione del ciclismo negli Stati Uniti d’America, iniziata negli anni Ottanta per merito di Greg Lemond e proseguita nei controversi anni Novanta e Duemila dall’era dei Lance Armstrong, Tyler Hamilton, Floyd Landis e Levi Leipheimer (per giungere in tempi decisamente più recenti a Chris Horner) ha sicuramente avuto tra i propri effetti quello di creare un movimento in grado di sfornare sempre più ragazzi in grado di essere protagonisti non più sulle strade patrie ma nei maggiori appuntamenti ciclistici di tutto il mondo, magari con l’apice da toccarsi proprio al Tour de France, destinato ad essere, soprattutto per via dei precursori, il punto nodale per la svolta della carriera di un corridore yankee.

Tra i tanti nomi venuti alla ribalta, quello di Tejay Van Garderen era apparso subito come uno dei più interessanti: forte sul passo, ottimo in salita, insomma il perfetto prototipo del nuovo atleta da gare a tappe a cui affidare la “santa missione” della vittoria nella Grande Boucle. Chiare origini olandesi nel cognome, al punto che la storia non poteva iniziare a muovere i primi importanti passi nelle file dell’ultraflorido vivaio della Rabobank, con cui Tejay ha affrontato le stagioni nella categoria Under 23, con la possibilità di sostenere le prime importanti esperienze nel ciclismo europeo. Prestazioni spesso convincenti e quel feeling con la Francia destinato a sbocciar presto, con una vittoria di tappa nel 2008 e un secondo posto nella classifica finale nel 2009 per l’inezia di un secondo (battuto da Romain Sicard) al Tour de l’Avenir, ovvero lì dove gli aspiranti protagonisti della Grande Boucle iniziano a mostrare di che pasta sono fatti.

Quindi il trasferimento nell’HTC-Columbia, con le prime importanti dimostrazioni nelle brevi gare a tappe (podio nel Delfinato con terza posizione nella stagione d’esordio del World Tour) e quindi il trasferimento nella BMC, per poter compiere il definitivo salto verso la completa maturazione. Una scelta apparsa vincente, testimoniata da un’ottima stagione 2012, in cui proprio il Tour ne rivelò le perfette qualità d’atleta da grandi giri: due quarti posti nel prologo di Liegi e nella cronometro di Besançon e una tenuta in salita migliore addirittura del capitano designato Cadel Evans, quasi a testimoniare l’ideale passaggio di consegne tra i due, dimostrato dal quinto posto finale e dalla conquista della maglia bianca di miglior giovane. Non solo: in settembre l’ottimo quarto posto ottenuto a Valkenburg nella prova a cronometro iridata, col bronzo sfumato per soli 5”, mostrarono un corridore in grado di poter pensare decisamente in grande in futuro.

Qui però iniziarono i problemi: il 2013, nonostante ottime prestazioni nelle brevi gare a tappe (vittorie in California e nell’USA Pro Challenge) non vi fu la conferma delle belle prestazioni dell’anno precedente al Tour de France, concluso lontanissimo dalle posizioni di vertice ma la successiva stagione, in cui la Grande Boucle gli portò in dote un nuovo quinto posto finale, oltre alle consuete buone prestazioni nelle gare a tappe, sembrava poter rimettere le cose al loro posto. Si giunse quindi al 2015, probabilmente il vero e proprio punto di rottura: dopo un avvicinamento ottimale, Tejay affrontò il Tour mostrando una buonissima regolarità, anche se spodestare Froome dal trono appariva impresa decisamente ostica. Eppure stando lì, resistendo in salita e facendo il proprio a cronometro, il podio sembrava essere davvero praticabile a cinque giorni dalla conclusione. Poi l’influenza, malanni che possono essere sempre dietro l’angolo nelle tre settimane, la crisi nera verso Pra-Loup, il mesto abbandono. Qualcosa che si rompe. Nelle brevi gare a tappe qualche buon guizzo continuò ad arrivare ma nei grandi giri qualcosa non sembra più funzionare come prima. Ritiri alla Vuelta, Tour de France concluso in posizione di rincalzo. Fino al Giro d’Italia attuale, vissuto quasi totalmente da attore non protagonista.

La depressione dietro un rendimento al di sotto delle attese?
Ci si è quindi chiesti che cosa non vada per il verso giusto in un ragazzo giunto alla soglia dei trent’anni e per il quale l’agognato salto di qualità sembra bruscamente divenuto un miraggio. Una risposta all’enigma sembra essere giunta dall’articolo pubblicato su Corriere.it a firma di Gaia Piccardi, in cui vien fuori l’immagine di un Van Garderen estremamente demotivato, chiuso in lunghi silenzi e incapace di svegliarsi dal torpore che trae le sue origini nell’incapacità di riuscire a ripagare le grosse aspettative rivolte in lui. Con le tinte fosche donate anche da una magrezza apparsa eccessiva e che ripropone il problema dei reali benefici che il drastico modellamento del fisico di un’atleta possa portare, con tutto ciò che ne potrebbe derivare a livello di scompensi psicologici.

Un Tejay che appare inerte e quindi anche avvolto dall’imbarazzo di dover giustificare il proprio rendimento agli occhi dei direttori sportivi e dei compagni di squadra, con parole che iniziano a pesare come macigni quindi. «Ma andate a vedere cos’è un ciclista…», scrisse un giorno Marco Pantani in uno degli ultimi malinconici pensieri ed oggi, di fronte all’analisi della parabola di un atleta che rischia di smarrirsi irrimediabilmente, quelle parole ritornano potentemente attuali. La giornata trascorsa a far fatica ieri sulla strada verso Canazei potrebbe aver dato nuova linfa a chi probabilmente cerca innanzitutto la pace interiore e la voglia di tornare a divertirsi svolgendo il proprio mestieri. Per lo meno è la cosa che adesso ci si augura.

Come reagire? L’esempio Rolland e le classiche tra le possibilità
In un quadro simile non appare quindi molto facile tracciare sviluppi circa la curva che possa assumere il prosieguo di carriera di un ragazzo che pure avrebbe ancora qualcosa da dare a questo sport ma se dovessero arrivare risposte positive in merito vengono in mente due possibili soluzioni. La prima appare suggerita proprio dal fresco esempio di Pierre Rolland: il francese, per propria scelta, ha deciso di accantonare ogni velleità di classifica nel partecipare alle grandi corse a tappe, concentrando esclusivamente il proprio focus sui traguardi parziali, da ricercare attraverso una sistematica presenza nelle azioni a lunga gittata. Niente più piazzamenti di rincalzo poco memorabili per l’immaginario collettivo, a vantaggio di azioni spettacolari e che, in caso di esito positivo, possono restare ben impresse nella memoria degli appassionati.

La seconda chiave di lettura, proposta già nel corso del commento dei telecronisti Rai nel corso della tappa, potrebbe invece ipotizzare un Van Garderen in grado di riciclarsi in corridore in grado di dire la propria in corse di un giorno particolarmente impegnative quali la Liegi-Bastogne-Liegi o il Giro di Lombardia, senza tralasciare anche la Freccia Vallone (e tenendo a mente che il mondiale di Innsbruck del 2018 sembra strizzare decisamente l’occhio ai passisti-scalatori). Senza dimenticare neppure la possibilità di farsi ancora valere come specialista delle cronometro, visto che una medaglia mondiale Tejay andò vicinissimo a conquistarla. Insomma percorsi di carriera alternativi sembrano possibili ma solo se si riuscirà a recuperare la giusta serenità in un ragazzo per cui la pressione del risultato sembra essersi fatta decisamente opprimente. Chissà, magari ci sarà tempo per vederlo ancora tentare una fuga in questo Giro d’Italia, con esiti forse più fortunati. Per chi però sembra in fuga principalmente da sé stesso vi son ben altre ascese da scalare, al cui confronto Mortirolo o Stelvio son sembrate passeggiate di salute.

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile Versione stampabile