Tom Dumoulin tra Nairo Quintana e Vincenzo Nibali sul podio finale del Giro d'Italia 2017 © Bettiniphoto
Tom Dumoulin tra Nairo Quintana e Vincenzo Nibali sul podio finale del Giro d'Italia 2017 © Bettiniphoto

Questa festa rosa ci appartiene

Dumoulin, Quintana, Nibali, tre settimane di passione, e un Giro d’Italia che amiamo, e che tutto il mondo ci invidia

Fatica, lacrime, caldo; e puzza di sudore, e puzza di cacca, profumo d’imprese anzi vago sentore, e difesa e catenaccio, palla in tribuna e palla fai tu, tattiche che non ci azzeccano, qualcuno ha la febbre, qualcuno ha paura di esporsi, qualcuno ha speranze e poco altro, qualcuno neanche quelle. E gambe vuote, gambe belle, gambe che spingono rapporti impossibili, gambe che frullano in montagna, discese che non fanno differenze, altre che le fanno, attacchi a sorpresa, non-attacchi a sorpresa, ma tanto sole, tanti bei paesaggi, tanta stordente bellezza, tanta oceanica folla per le strade, tanta Italia, tanto magone dentro perché non siamo all’altezza di quello che abbiamo, che il mondo ci invidia, che non sappiamo valorizzare, ma invece il Giro ci valorizza, è un’eccellenza del paese, anzi del Paese, del sistema-Paese, siamo forti, siamo fighi, ma non vinciamo una tappa, anzi una sì, e la vince sempre lui, il baluardo a cui come ciclismo siamo aggrappati da una vita.

La corsa rosa, che bella storia. Il Giro100, l’hashtag che tutti nel mondo hanno conosciuto. Il Giro d’Italia 2017, la corsa che tutti nel mondo hanno imparato ad amare. Tre settimane da brivido, da urlo, da noia a volte, da sonno e da risvegli improvvisi, tre settimane di vicende inattese, tre settimane che ci rappresentano in pieno, noi Italia, la nostra capacità di fare le cose, il nostro senso per l’estetica, la nostra competitività declinante, il nostro saper dare sempre un colpo d’ala. Possiamo dire che siamo orgogliosi di questo caravanserraglio che per tre settimane ci ha tenuti avvinti, noi e tutti gli altri, a sé, alle sue storie, ai suoi scenari, alle pieghe del suo racconto pieno di pagine, alcune in bianco, alcune ricche di aggetivi, alcune enigmatiche? Giro, ti amiamo. Nudi nell’anima al cospetto della tua imponenza, del tuo splendore, del tuo 100-volte-essere-Giro, semplici ultimi testimoni di una storia più grande di noi. Giro, ti amiamo.

 

Tom, Nairo, e una sfida che è appena cominciata
Per la prima volta un olandese ha vinto la corsa rosa. Non che in passato in tanti ci siano andati vicino, giusto Breukink a fine anni ’80, e Kruijswijk 12 mesi fa. Il Giro d’Italia ha battezzato un corridore forte, fortissimo, destinato a riempire ancora tante pagine di ciclismo nei prossimi anni, ancora al Giro, certo, e al Tour, e non solo. Tom Dumoulin è partito in sordina, lui ci credeva, noi molto meno, ma ha avuto ragione.

Il cronoman che resiste in salita, quello che soffre i troppi dislivelli e le eccessive altitudini, ma che conduce in porto un progetto immaginato, studiato, desiderato e poi messo in atto con grande caparbietà e capacità, e alla fine che gli vuoi dire se non, disarmato e ammirato, complimenti, grandissimi complimenti Tom, hai scritto una pagina che apre una nuova era. Un’era di cui sarai tra i capofila. Tu e Nairo, ovviamente.

Tu e Nairo perché a un grande vincitore fa per forza da contraltare un grande sconfitto, e in questo caso è Quintana, che oggi ha rivelato di aver avuto la febbre in montagna, e per questo a tratti non ne aveva, e nonostante ciò ha portato a casa un secondo posto importante nel segno della continuità ad altissimi livelli nei GT.

Ma non è una scusante la febbre, non può recriminarci Nairo, perché esattamente come la diarrea fulminante dell’Umbrail per Dumoulin, la febbre di Quintana fa parte della corsa, del gioco; è una fragilità che il sudamericano ha, e l’ha già evidenziata altre volte, in altri GT non è stato bene a tratti, già nel 2014 ma lì poi seppe vincere, e al Tour del 2016. Solo che lui è lo Sciamano, è imperscrutabile, celato nella sua espressione reale da una maschera che intimorisce gli astanti, e da cui non traspare nulla. Ma la febbre fa parte della corsa, del gioco. Dovrai essere più forte delle tue debolezze, Nairo.

Che sfida infuocata tra i due, a volte più a parole e a sguardi che sui pedali, gli sguardi assassini post Asiago, sui rulli nel retropalco d’arrivo, che momento di fantastico climax, prima della coltellata finale. Si faranno male, vicendevolmente, ancora per anni, questi due. E noi, a casa, o in strada, a godere.

Si faranno male per anni perché Dumoulin è appena cominciato e ha una strada lunga davanti a sé, nel 2018 vorrà vincere il Tour de France e oggi – anzi, in queste tre settimane – abbiamo capito che se si mette in testa una cosa è una macchina da guerra. E perché Quintana voleva la doppietta, gli sfuggirà, ma ha fatto secondo al Giro, vedremo cosa raccoglierà in Francia, ma ha la voglia del grandissimo. Non sempre è al meglio, ma quando lo è dà i brividi. È d’uopo ricordarlo perché in troppi l’hanno dimenticato, nel vederlo balbettare in questa terza settimana. Hanno dimenticato chi è Quintana.

 

Nibali, l’ultimo baluardo è sempre lui
E poi c’è il terzo della lista, il terzo del podio, il terzo della classifica, ma il primo per gli italiani, primo da anni e per altro tempo ancora, in futuro. Vincenzo Nibali. Più che un nome, un trademark, che richiama volontà, tenacia, fantasia, incapacità di accettare i verdetti scritti in anticipo, imprevedibilità, umoralità, rabbia e capacità di rinascere dai propri stessi buchi neri. Lo vogliamo dire che è un corridore fantastico, lo Squalo dello Stretto?

Emoziona come pochi. Illude a volte, poi si stacca come sul Blockhaus, o come a Oropa, ma poi nelle tappe più dure viene fuori, ti vince sullo Stelvio – o giù dallo Stelvio se preferiamo – si tiene in gioco fino alla fine, prova quel che può, non trova terreno adattissimo alle proprie caratteristiche negli ultimi giorni, ma va bene uguale, terzo non è primo, terzo non è secondo, ma terzo è bello lo stesso. Nono podio in un GT, come Fausto, e la storia non è ancora finita, anche se, certo, il corridore non è più quello del 2012 o del 2013 o del 2014 o del 2015, ma come potrebbe, del resto?

Il tempo passa, ogni nuova uscita di Vincenzo Nibali nel ciclismo di vertice si accompagna a un po’ di malinconia nostra, e sempre un po’ di più, perché ben sappiamo che ogni volta è una volta di meno al momento in cui saluterà il ciclismo pedalato. Ma da qui ad allora, quando sarà sarà, vogliamo godercelo, e un podio al Giro piace sempre. Sempre.

 

Il Giro dell’internazionalità e della crisi italiana
Il Giro100 non poteva che essere il più internazionale di sempre, e diamo atto a RCS Sport di aver lavorato alla grande in questa direzione. Top 5 con atleti di 5 nazionalità diverse. Le 4 maglie ad atleti di 4 nazionalità diverse. Le 21 tappe vinte da atleti di 12 nazionalità diverse. E tanto mondo in gara, il primo atleta africano a conquistare una classifica (minore quanto può essere quella dei traguardi volanti, ma bravo Daniel Teklehaymanot!), e soprattutto un’attenzione dall’estero che non è forse mai stata tanto diffusa.

E non è solo una questione di attenzione, ma oseremmo dire di amore. Un feeling speciale, instaurato quest’anno più che mai da ogni parte del pianeta in direzione Italia, in direzione Giro. In queste settimane abbiamo sbirciato con interesse le prime pagine ciclistiche d’Olanda, di Francia, di Spagna, di Gran Bretagna… ci hanno riempito il cuore. E ci hanno fatto capire che il Giro è patrimonio non solo degli appassionati italiani, ma di tutti. Del Giro si parla bene. È considerata la corsa a tappe più divertente, più appassionante, e anche stavolta in un modo o nell’altro si è stati all’altezza della fama: se non con imprese destinate a restare nella memoria collettiva, con un equilibrio e una suspense che hanno tenuti avvinti fino all’ultimo chilometro tutti quelli che si sono avvicinati alla corsa rosa.

Il risvolto della medaglia, per gli appassionati italiani, è che si è potuto esultare solo in un’occasione, nella già citata tappa dello Stelvio vinta da Vincenzo Nibali. Mai il paese ospitante aveva ottenuto un risultato così scarno. Ma questo dipende non dal Giro, che giustamente deve essere aperto al mondo. Questo dipende da un movimento nazionale irriformato e sin qui irriformabile, questo dipende dalle secche in cui navighiamo ormai da troppi anni, dipende da un settore giovanile che si è drammaticamente impoverito.

Mentre festeggiamo per tre italiani in top ten (Nibali terzo, Pozzovivo sesto, Formolo decimo), non possiamo non notare che due di loro sono ben oltre i 30 anni. Son mancati anche tanti dei nostri protagonisti, proprio assenti perché non selezionati dalle rispettive squadre. Manca un team di riferimento italiano (anche se la UAE Emirates di fatto lo è), e anche questo inevitabilmente si riverbera sulla condizione attuale del nostro ciclismo di vertice. Ma mancano soprattutto politiche di base per rilanciare l’attività a livello giovanile. Se speravamo che Di Rocco, presidente della Federciclismo, chiudesse la sua epoca oscura, non era per antipatia personale o per rabbia cieca e ingiustificata. Era perché sapevamo che saremmo arrivati proprio a questo: una sola vittoria in 21 tappe. Un movimento tenuto in piedi da Nibali. Ma Di Rocco in gennaio è stato rieletto per un altro quadriennio. Appunto: un ciclismo irriformabile.

 

Un percorso con qualche falla di troppo
Il buon lavoro di RCS Sport è stato parzialmente affievolito, nella percezione, da un disegno del percorso che ha evidenziato diverse pecche. Non ogni anno può venir fuori il tracciato perfetto, ma l’impressione è che per tenere il piede in cento scarpe, evidenza resa necessaria dall’importanza dell’edizione celebrativa numero 100, il direttore Mauro Vegni abbia finito col partorire un figlio sghembo.

È mancata una tappa mista in più (poteva essere la seconda in Sardegna, o quella di Terme Luigiane se fosse stata disegnata con più brio nel finale, o un secondo appuntamento appenninico nella seconda settimana), è mancato un terzo weekend all’altezza della tradizione, con una tappa di Oropa dal disegno discutibile che però ci stava, a patto però che l’indomani si apparecchiasse la tavola per una giornata più spettacolare e appassionante.

Il tappone principale (doppio Stelvio) al martedì gridava vendetta, ma soprattutto è risultata carente l’ultima frazione in linea, con un versante del Monte Grappa realmente risibile per fungere da scenario degli assalti finali prima del redde rationem contro il tempo.

Considerata la bellezza di alcuni percorsi degli anni passati, possiamo senz’altro concedere a Vegni tutte le attenuanti del caso, riconoscere l’eccezionalità dell’edizione 2017, come già fu quella del 2009 (il Giro del Centenario), piuttosto sciapa. A patto però che questo fattore non diventi tendenza; a patto che per strizzare l’occhio al Froome di turno (che poi però sdegna l’ipotesi di fare il Giro) non si piallino i versanti delle salite, non si scelga di togliere anziché aggiungere. La specificità del Giro d’Italia, ciò che l’ha reso così amato nel mondo, non può essere svenduta in cambio di vaghe promesse di cartellone. I big internazionali vanno attratti in altre maniere. Siamo fiduciosi che per il futuro RCS sappia trovare il giusto mix, visto che il grande capo Urbano Cairo pare orientato a dare ancor più smalto alla corsa rosa. Lo vedremo e giudicheremo alla prova dei fatti.

 

E ora? Come li passiamo i prossimi 11 mesi?
E ora, che facciamo? I pomeriggi di maggio sono stati interamente assorbiti dal fantastico viaggio rosa, ora resta il solito vuoto che ci attanaglia alla fine di una storia così bella. Ma durerà poco, vedrete. Il tempo di metabolizzare il tutto, poi verremo assorbiti da altre corse, da altre avventure, e poi come al solito ci sarà da indagare sul percorso del 2018, ci sarà da scoprire sedi di tappa e salite che verranno affrontate, e poi il nuovo disegno diverrà realtà, e poi ci arrovelleremo su quale sarà la prossima startlist, e poi passeremo mesi a fantasticare su chi farà cosa e in quale tappa, e intanto conteremo i giorni che mancano, con l’ansia di sempre, con il piacere di ogni anno.

Chi pensa che il Giro d’Italia si esaurisca nello spazio agonistico di tre settimane, sbaglia di grosso. Il Giro resta dentro, pronto a rinnovare ogni santa stagione se stesso e a riannodare il filo che lo tiene legato agli appassionati; a tutti noi. Il Giro 2017 non è finito oggi, ma durerà altri 11 mesi. Il Giro 2018 non inizierà tra 11 mesi, ma è partito oggi. E il nostro posto in carovana è il medesimo di sempre: in prima fila, a soffrire; sbraitare… gioire. Godere!

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