Il podio finale del Giro d'Italia under 23 © Giro d'Italia under 23
Il podio finale del Giro d'Italia under 23 © Giro d'Italia under 23

Sette giorni in un alfabeto

Tutto il Giro d’Italia under 23 dalla A di Areruya alla Z di Zahiri

Se n’è andata abbastanza in fretta la settimana che ha contraddistinto, finalmente, il ritorno in calendario del Giro d’Italia Under 23. Sette giornate contraddistinte da intenso agonismo, gioie, dolori, sofferenze ed anche tanto colore nei villaggi di partenza, dove chiacchierando e mangiucchiando, fotografando e sbicchierando si approcciava sempre con una punta di ottimismo la lunga giornata che si originava.

Una settimana dove a farla da padrone sono stati loro: gli atleti che sognano di diventar campioni e di poter dimostrare il loro valore nel professionismo. Tra il serio ed il faceto ci concediamo una carrellata celebrativa e spiritosa al tempo stesso, seguendo un rigoroso ordine alfabetico.

A come Areruya
Fu così che un mattino, lungo la strada che saliva irta verso Osimo, un grido si levò verso il cielo: “Areruya! Areruya!”. Perché si sa, in certi frangenti le apparizioni mistiche sono possibili, altroché! Invece a palesarsi è stato un ventunenne africano a dimostrarci che in questo ciclismo tutto il possibile ed anche il Rwanda il suo bel momento di celebrità può meritarselo. La gamba che scappava l’aveva già dalla Romagna e giorno dopo giorno, a furia di chilometri e batoste, ha saputo forgiare la sua ascesa, nel vero senso della parola, al successo. Il tutto senza indugio, o forse sì viste le volte che ha dovuto voltarsi per realizzare quel che stava combinando. Vai ragazzo e sia la gloria nell’alto dei cieli!

B come Bais, Bevilacqua, Baccio
Fosse nato francese l’etichetta “Enfant du Bais” sarebbe suonata alla grande, invece per una settimana è stato spesso Mattia a suonare la sveglia al gruppo, invitato a giocare all’acchiapparello un giorno sì e l’altro pure. Da trentino verace non si è perso d’animo ogni qualvolta l’azione non fosse giunta agli esiti desiderati, l’importante è provarci sempre e se nella specorata ci si diverte anche, tanto meglio! Una filosofia che può benissimo far sua anche il Simone della Zalf, passista eccellente e tra le rivelazioni dell’anno, anche se quando di cognome fai Bevilacqua e le temperature si fanno torride, l’invito primario è quello d’idratarsi bene ancor prima di fare un bel sorso degli altri contendenti. Del resto i buoni passisti possono originare anche dalla Sicilia e amare particolarmente le cronometro: il buon Paolo della Mastromarco lo sa bene e a Campocavallo è andato vicino dal regalarsi un pomeriggio…da Baccio accademico! E d’altronde “The answer my friend is blowin’ in the wind”…

C come Conci, Covili, Cherkasov
“Ma com’è conciato il ciclismo italiano al giorno d’oggi!” sarà stata una delle esclamazioni più gettonate in questi ultimi tempi, in cui le vittorie e i buoni risultati dei nostri iniziavano ad apparire come miraggi. E invece arriva Conci ad acconciare un finale per nulla disprezzabile in cui guardare con ottimismo al futuro. Uno scatto di qua, una stretta di denti di là ed ecco che basta semplicemente chiamarsi Nicola invece di Tarquinio il Superbo per arrivar settimo in ordine di graduatoria. Tante buone speranze come quelle di Luca il modenese, che su questo Giro puntava molto e che probabilmente ha iniziato a ballar sul serio proprio quando il locale s’approssimava alla chiusura. Che gatta ci Covi e, visto che il talentino della Colpack non era presente, che almeno ci Covili! Se poi farete la dovuta attenzione vi accorgerete di aver cercato tracce anche di un russo in maglia Gazprom, che zitto zitto s’è appropinquato alla top ten, centrandola in extremis. Come dite? Si chiama Cherkasov colui che cercavate? Allora Bingo!

D come Dlamini e Di Felice
“Va forte quel ragazzo, e che diamine!” O meglio “e che Dlamini!” . Questo Giro Under 23 ci ha fatto scoprire quotidianamente Nicholas, energie da vendere e speranze verdi come la maglia che ha scelto d’indossare. Che i grimpeur buoni arrivino anche dal Sudafrica, lì dove il continente africano ha il suo estremo meridionale, comincia a non essere così inusuale. Se poi neppure le cronometro dispiacciano a questo statuario ragazzone è proprio il segno che si stia entrando in una nuova dimensione. O forse occorrerebbe dire Dimension (Data). Già, le cronometro…Chi deve farle per puro istinto di sopravvivenza e portare quindi a casa la pellaccia in un Giro già sufficientemente duro, non hai poi molto da divertirsi. E così il pescarese Francesco marchiato Altopack si è ritrovato a disputarla con un fardello di 4 minuti e mezzo supplementari, ovvero quelli di ritardo riferiti alla partenza a cui si è presentato dopo una diatriba relativa alle misure della propria bicicletta. Risultato? Fuori tempo massimo e vi possiamo assicurare che un abruzzese costretto ad abbandonare la corsa il giorno prima di riabbracciare le strade di casa Di Felice non ha proprio nulla.

E come Ermenault
Un Giro d’Italia va interpretato, come la miglior tradizione ermeneutica insegna e così fa anche Ermenault, che in virtù di un fisico possente e lunghe leve, pesta sui pedali come meglio non potrebbe. Del resto è pur sempre uno che può dire di aver battuto Ganna nell’Inseguimento individuale. Il vento in faccia come stile di vita, la fuga da tentare già nella prima tappa e un’altra mancata solo perché l’inseguimento, scherzo del destino, non si è rivelata abbastanza redditizia. Il transalpino però ci mette tutto sé stesso anche in appoggio ai compagni. Un tipo tutto anima e core o forse dovremmo dire “anima e Corentin”.

F come Fabbro, Fedeli, Fortunato
Per andar forte in bici occorre picchiare come fabbri. O forse come Fabbro. Solamente che Matteo, che qualche numero interessante sta dimostrando di averlo, l’unica cosa che continua a picchiare in questo 2017 di lacrime e sventura è la clavicola sinistra, che sovente va in pezzi. Così è stato in Colombia alla Vuelta Juventud, così si è ripetuto a Gabicce Mare, appena ventiquattrore dopo aver tenuto alta la bandiera italiana nell’azione decisiva verso Forlì. Tanti saluti ai buoni propositi e via al festival dell’imprecazione. Le stesse di chi, magari come l’Alessandro della Colpack, ruzzola in terra il primo giorno e convive per tutta la settimana con dolori al costato e il fondato dubbio che una costola almeno possa aver fatto crack. Indomito, ha proseguito l’avventura portandola a termine per quanto possibile. Del resto occorre esser Fedeli alla causa. Quando a pochi giorni dal Giro invece Lorenzo se l’è vista brutta in un incontro ravvicinato con un furgone, si è sentito sicuramente un ragazzo Fortunato, come quello che nelle scorse annate sapeva mostrare sprazzi di talento mirabili. Ha sognato un piazzamento tra i primissimi, l’ultima giornata si è rivelata la peggiore. Ritenta, sarai più Fortunato.

G come Garavaglia
È assodato che il Giro Under sia una gara che valga, vuoi quindi che non si adatti a Garavaglia? In effetti il milanese è stato a galla per un bel po’, provando a cercare il colpo a sorpresa proprio nell’occasione più importante. Tanti chilometri al vento prima di rimbalzare sulle pendenze di Campo Imperatore e veder finirci il proprio bel piazzamento, al vento. D’altronde può andar così: se non osi non sai e anche se le gambe sembran fare Giacomo Giacomo l’importante è crederci sempre e comunque.

H come Hamilton, Hindley e Hodeg
Quando si evoca una doppia H e il contesto non è quello sportivo, più di un pensiero lugubre può pervadere la mente. Parlando di sport invece tutt’al più la doppia H può suscitare dolci ricordi ai più attempati sostenitori di una squadra nerazzurra di calcio a caso. Di questo Giro invece ricorderemo senz’altro Hamilton e Hindley, che di professione non sono certamente due cantanti folk ma piuttosto sanno pedalare più che bene. Più che folk è stato rock, anche quando la sorte sembrava metterci lo zampino. Una botta a testa nelle due giornate più importanti ma forse il rammarico per quei pochi secondi che li ha divisi dalla gloria più elevata. L’aussie power è stato più che ribadito comunque e ci è piaciuto anche parecchio. Così pure la verve di un velocista colombiano che sembra avere un cognome teutonico e che almeno una maglia dipinta di blu l’ha portata a casa. Il ragazzo si farà ma non paragonatelo già a Gaviria.

I come Italiani
Cosa aspettarsi dai nostri connazionali in questo Giro? Ci siamo arrovellati per giorni e giorni e poi alla fine scopriamo che qualcuno, come il Davide della Maltinti, aveva la risposta già nel cognome. Perché un Giro è fatto anche di facce e personaggi nuovi e non è detto che debbano esser campioni. Anche perché non è detto che si nasca essendo una Cima ma se di nome ti chiami Imerio come il mitico “Gamba secca” Massignan puoi star certo che qualcosa di buono in sella d una bicicletta nella vita la combinerai di sicuro.

J come Jakobsen
Di questi tempi sulle strade italiane percorse da un Giro anche l’Olanda vuole la sua parte e se nella massima categoria ci siamo trovati un Dumoulin che piglia tutto il cucuzzaro, tra gli Under 23 abbiamo trovato il campione nazionale recante un italianissimo Fabio come nome. Peccato che di spazio per le ruote veloci non ve ne sia stato poi tanto, altrimenti sarebbe stato interessante vederlo sfrecciare in qualche occasione in più. A Gabicce, nell’unico vero tentativo, s’è visto sverniciare da Philipsen e per lui, che in stagione aveva vinto in tre occasioni, non è stato semplice dover accettare la piazza d’onore. Pazienza di Giobbe. O forse di Jakobsen.

K come Knox
Ok, il suo cognome non evoca decisamente bei ricordi a Perugia e dintorni, ma primo questo Giro non ha neppure sfiorato le terre umbre e secondo lui viene dalla Gran Bretagna. In salita non va malaccio ma ha vissuto giornate migliori di quelle dell’ultima settimana. In certi casi serve una volontà d’acciaio Inox. Forse però basta semplicemente quella di Knox.

L come Lonardi e Logica
In una corsa in cui la parola sembrava che fosse stata abolita, le occasioni utili sembravano ridotte al lumicino. Cosicché già la prima frazione, con quei Tre Monti messi lì a complicare la marcia e quasi ad azzerare le possibilità di sprint, rappresentava un bel rebus. Eppure, non fosse stato per Powless, la volata probabilmente la si sarebbe avuta ugualmente e lì il Giovanni della General Store avrebbe cercato di giocarsela. A lui il merito di aver colto il primo podio italiano di questa edizione, gli fosse riuscito il colpo sarebbe stato un Lonardi da Vinci. Comunque il tutto sembra dover seguire un disegno ben preciso ed è quindi anche normale che un Giro Under 23 abbia la sua logica. O magari il suo Logica. Che poi il veronese del Gavardo la sua discreta figura è pure riuscito a farla. Anche senza doverci ragionare troppo.

M come Monaco e Martínez
In un Giro i sentimenti possono essere contrastanti: dalla soddisfazione di chi ne approfitta per crescere e imparare alla delusione di chi su quella gara aveva puntato molto. Alessandro è un ragazzo di belle speranze che veste la maglia dell’Hopplà e forse un giorno una simile gara lotterà per vincerla. Anche perché non è l’abito che fa il Monaco, non credete? Di tutt’altro tenore invece la prova di chi sulle strade di casa volava solo poche settimane prima ed invece in Italia è volato in terra invece. Proprio lì Sergio si è ritrovato in alto mare o forse…in alto Martínez.

N come Nika
Non è mancato neppure un tocco d’Albania in quest’edizione multinazionale come non mai ed è toccato ad Iltjan provare a tenere alta la bandiera con l’aquila bicipite. Per lui, che fu bronzo mondiale da junior a Firenze, di occasioni buone non ve ne sono praticamente state e così ha svolto un buon lavoro in appoggio ai compagni. Non avrà i lineamenti aggraziati come la Nike di Samotracia ma almeno un po’ di testa si.

O come Onesti
Ecco un altro ragazzo che confidava nella possibilità di riuscire a sprintare al meglio ed invece nulla da fare. Emanuele però ha dimostrato che in gara occorre essere… Onesti e quindi riuscire nell’obiettivo secondo quello che le proprie forze consentono. Inutile incaponirsi se proprio non se ne ha di più o se le tappe adatte sono quelle che sono. Anche se quest’anno la firma è riuscita a mettercela anche lui.

P come Padun, Philipsen, Powless
Padun dimonio, occhi di bragia. Lo chiamereste così uno che come Mark ha provato concretamente a vincerlo questo Giro Under ma si è visto respinto soprattutto da una cronometro contraddistinta dalla malasorte, lui che dalla maglia rosa era ad un tiro di schioppo. La stoffa c’è e qualche volta sta anche alla sorte cucire l’abito adatto. Anche perché il talento, se evidente, emerge ad ogni occasione utile, come nel caso di Philipsen, diciannovenne ma con tanta voglia di stupire senza lesinare il contributo alla causa. Come dice un noto detto “ci rivedremo a Filippi”, anche se a noi basterebbe rivedere questo Jasper Philipsen. A volte invece occorre tirar fuori tutta la propria determinazione per sopperire alle difficoltà incombenti. Powless era partito come meglio non avrebbe potuto, vestendosi di rosa a Imola, dov’è sfrecciato come chi va in caccia della Pole Position. Poi, uno dopo l’altro, ha perso quasi tutti i compagni di squadra ed ha dovuto sostanzialmente arrangiarsi. Ce ne vuole però per far affondare l’ammiraglio Neilson, che il suo bel posto in classifica se l’è ampiamente meritato.

R come Riabushenko, Romano, Raggio
Basta solo osservare la sua maglia per capire con chi si ha a che fare. Un blu stellato sfoggiato in mezzo ad una parata di stelle. Come quelle che lui fa vedere agli altri nelle giornate di maggior vena. Riabushenko è un perfetto nome da lottatore dell’Est e il fatto che lo attendano nella massima categoria non sorprende di certo. Ha avuto un fido compare in Francesco Romano, a cui si deve l’unico acuto da tenore di un’Italia a forte rischio d’afonia. Del resto lui, più che un osservatore Romano si è comportato da guastatore Romano e la sua aria genuina da ragazzo del Sud ha reso il tutto più gradevole. Già, perché le ambizioni possono risplendere come un raggio di sole. Tanto più che se ti chiami Luca di nome e Raggio di cognome problemi di luminosità non dovresti mai averne e nemmeno avere problemi con il Raggio della ruota. Se riesci ad agguantare un decimo posto che sembrava insperato ad un certo punto non si può che essere raggianti.

S come Sivakov
Signorsì. O meglio SignorSivakov. Una settimana per costruire un capolavoro senza neppure l’assillo di dover vincere per forza pure una tappa. Non ha affinità con l’Ivan Drago di Rocky ma in quanto a solidità si può dire che sia difficile buttarlo giù. Niente titubanze, un controllo ottimale ed una maglia rose che per forza di cose non poteva sfuggirgli. Di nome fa Pavel come Tonkov, uno che l’Italia imparò a gradirla anno dopo anno. Sarà così anche per lui, che proprio nella nostra terra ha visto la luce a due passi dal Piave? Lo straniero è passato, altroché! Ma in questi casi, come tradizione ed educazione vuole, è solamente applaudito.

T come Tagliani e Tivani
Per far bene in un Giro bisogna esserci tagliati o bisogna essere Tagliani? Nel dubbio Gallina vecchia fa buon brodo e se le cose si mettono male si può sempre tagliare la corda con una bella fuga. Esattamente come ha pensato l’argentino che si chiama German, che il colpo risolutore l’aveva quasi trovato verso San Valentino, roba che quasi faceva innamorare. In fondo però in un simile contesto si amano un po’ tutti, anche perché il coraggio è una di quelle cose che ad un ciclista non deve far mai difetto.

V come Vitiello
Il plotone vive di giorni strani, tanto che alla foga animalesca dettata da certe partenze rapidissime fa da contraltare l’uniformità simile a quella delle greggi. Ad Angelo, che di cognome fa Vitiello, è toccato il gareggiare per la rappresentativa marchigiana, con l’entusiasmo di chi necessita di accumulare determinate esperienze. Eh si, ci vuole proprio un D’Amico in certi casi, per poter dimenticare la fatica che determinate tappe porta ad accumulare. Tutto sommato va bene anche così.

W come Welten
Cosa non desiderare se non la vittoria? Un qualcosa da bramare ardentemente, come forse faceva Bram, che alla possibilità di vestire la prima maglia rosa avrà pensato di certo. Peccato per quel Powless scappato via che ha impedito di legare idealmente il filo degli olandesi in rosa. Col risultato che poi di volate praticamente non se ne son viste e sono quindi iniziate intense giornate in cui la parola d’ordine era: tirare, tirare e ancora tirare. In sostanza il Giro dei dolori del giovane Welten.

Z come Zaccanti, Zilio e Zahiri
Cascare a ripetizione prima di una delle gare che aspetti per tutto l’anno è una di quelle cose da non augurarsi. Eppure per Filippo il bergamasco le cose non erano nate sotto i migliori auspici. Tra una giornata e dura e l’altra, però lo spazio per tentar la fuga c’è stato e a Casalincontrada a momenti riusciva l’intento. Sarà per questo che qualche ora dopo ha deciso di darci un taglio, sacrificando la chioma fluente e diventando così Zac-canti (che ti passa). Nella Zalf invece prima della decisa entrata in scena di Conci il meglio l’aveva dato Giacomo, con una condotta di gara che l’ha proiettato in alto e fatto pure sfiorare un podio. Che fosse destinato a rimanere un Zilio unico? Chi può dirlo. Senza dubbio se hai a che fare con l’Africa puoi imbatterti in uno Zahiri, che tutto è tranne che uno stato d’antica memoria. Piuttosto la conferma di un presente senza dubbio florido anche per un Paese come il Marocco, che con l’alfiere dell’Unieuro si è attestato tra le prime quindici posizioni della classifica finale. Scusate se è poco!

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