Chris Froome in conferenza stampa © ASO - Alex Broadway
Chris Froome in conferenza stampa © ASO - Alex Broadway

Assalto a Froome: è l’anno buono?

I favoriti del Tour: Quintana, Porte e Aru in prima fila per spodestare un Chris sottotono. Contador da decifrare

Ciclisticamente parlando, il mese di luglio vuol dire solo una cosa. Ossia Tour de France. Da Düsseldorf i 198 iscritti prenderanno il via per un’avventura lunga 3540 km attraverso quattro paesi, cinque catene montuose e tanto altro. Numerosi hanno l’ambizione, altri si limitano al desiderio, di salire sul podio degli Champs Élysées. Ma prima di gustarsi l’applauso della folla, prima di mettersi in posa per i fotografi con l’Arco di Trionfo sullo sfondo, la strada è molto lunga e tanti sono i candidati.

Froome per la quarta: gran squadra, ma un 2017 che lascia dubbi
Inevitabile partire dal detentore del titolo, colui che punta a conquistare l’ennesimo (il quarto) successo finale. Christopher Froome giunge tuttavia all’appuntamento chiave del suo anno con le peggiori credenziali da quando si è messo in proprio. Nelle (poche, cinque) corse a cui ha preso parte, il keniano non ha mai vinto. E, soprattutto, non ha mai convinto, non riuscendo mai a staccare gli avversari in salita.

Nel 2013 si presentò al Tour con nove vittorie, nel 2014 con sei, nel 2015 e nel 2016 con cinque. E tutte le volte con almeno una graduatoria generale in carniere. Dunque, quali potrebbero essere le cause per questo evidente calo di rendimento e di risultati? Forse una maggior forza dei rivali? O un normale logorio fisico dovuto all’avanzare dell’età e/o alla rigidissima preparazione in seno al team? Probabilmente un mix fra le due, ma non solo. Non è un segreto che l’ex Barloworld punti a conquistare quest’anno sia il Tour che la Vuelta, compiendo un’impresa che non si verifica da tempo (per la precisione, dal 1978 con Bernard Hinault).

Dal canto suo Froome ha, oltre all’esperienza e all’indubbia capacità di prepararsi a puntino per gli obiettivi, una squadra formidabile. Il Team Sky che lo sosterrà è, sulla carta, una delle migliori formazioni mai apparse nella storia del Tour. Nomi come Henao, Landa e Thomas (quest’ultimo, per sua stessa ammissione, non nella stessa forma del Giro) sarebbero leader e potrebbero puntare al podio; qui invece, assieme alla garanzia Nieve e al già iridato Kwiatkowski, saranno vagoncini dell’armata nerazzurra. Il cui capitano, ancora una volta, parte con i favori del pronostico.

Porte e l’occasione della vita
Chi, quest’anno, ha effettuato un ulteriore salto di qualità è Richie Porte. Il tasmaniano ha affrontato quattro corse a tappe (e una in linea, la Cadel Evans Road Race, dove è andato in fuga venendo ripreso all’ultimo km); ebbene, in ciascuna di esse ha vinto, portandosi a casa le generali di Down Under e Romandie. Non vi è riuscito alla Paris-Nice per sbadataggine nei ventagli e al Dauphiné, stritolato dai mind games di Froome e dalla poca compattezza della squadra.

Ecco, questi sono i principali problemi a cui dovrà far fronte. Finora, nei grandi giri a cui ha preso parte, l’australiano ha sempre avuto una giornata negativa; talvolta per sfortuna (vedi al Tour 2016 o al Giro 2015), talvolta per sua mancanza di gambe (è il caso del Tour 2014), impedendogli di salire sul podio di un grande giro almeno una volta. Il BMC Racing Team a suo supporto è forte ma non fortissimo: (soprattutto) Caruso e Roche saranno gli ultimi a stare con lui, mentre De Marchi, Moinard, Wyss e anche Van Avermaet dovranno impegnarsi nelle fasi precedenti.

Per l’ex Mastromarco, che proprio oggi ha prolungato il contratto, questa pare l’occasione della vita. Gli anni passano (a gennaio saranno trentatré); la forma appare la migliore della carriera, così come il morale con cui si approccia all’appuntamento. Per quanto visto da gennaio ad oggi, lui sarebbe da individuare come il più accreditato per la vittoria finale. Ma un grande giro, e il Tour in particolare, è qualcosa di diverso dalle restanti corse.

Dopo il Giro, Quintana vuole il Tour. Con Valverde al fianco
L’unico che arriva al Tour con un grande giro già disputato in stagione è Nairo Quintana. Il colombiano, al pari di Froome, puntava ad un’altra accoppiata storica (e ancor più prestigiosa), ma il secondo posto del Giro ne impedisce il raggiungimento. In Italia l’andino ha veramente brillato solo sul Blockhaus; nelle altre frazioni ha dato la sensazione di non essere al top della forma, avendo tentato di conquistare la Corsa Rosa “di conserva”. E, alla fine dei conti, non vi è andato molto lontano, dato che il solo Dumoulin lo ha scalzato.

Nelle tre precedenti esibizioni alla Grande Boucle, Naironman non è mai sceso dal podio; quest’anno il suo obiettivo dichiarato è ovviamente di continuare il filotto, piazzandosi però nella posizione privilegiata. Dopo la fine del Giro, Quintana è tornato in patria, per allenarsi in altura sulle strade di casa, in quello che è la sua consueta modalità di preparare gli appuntamenti. Stando alle indiscrezioni, i test preparatori sono decisamente incoraggianti, per cui il colombiano si indirizza alla corsa nel migliori dei modi.

E il Tour, quest’anno, ha solamente 37 km a cronometro contro i 69 del Giro. Oltre a diverse salite con pendenza a doppia cifra, non certo una consuetudine per la corsa transalpina. Con Quintana, una buona Movistar dove spicca, ovviamente, Alejandro Valverde; l’eterno murciano ha affermato che, quest’anno, non cercherà di curare la propria classifica, ma si dedicherà anima e corpo al più giovane compagno. In ogni buon conto, mai dimenticare l’Embatido: in un drappello di una decina di unità, lui ci sarà. E, forse, potrebbe essere l’unico “gregario” (se così si può dire) presente.

Contador, ultimo tango a Parigi?
Nell’albo d’oro figurano due vittorie, ma Alberto Contador, in cuor suo, se ne sente tre. Tante sono infatti le edizioni in cui il madrileno è salito sul gradino più alto del podio di Parigi. Ma, come noto, il successo 2010 gli fu tolto per le note vicende. Quello che risalta è che lo spagnolo o vince o non sale sul podio (discorso che si estende anche a Giro e Tour), elemento alquanto singolare.

Quest’anno l’iberico non ha ancora vinto, pur mostrandosi assolutamente competitivo in Andalucía, alla Paris-Nice, al Catalunya e al País Vasco, prove tutte chiuse al secondo posto. Ha invece deluso, e parecchio, al Dauphiné, piacendo sostanzialmente solo nella cronometro. In salita non pare più possedere il medesimo spunto dei rivali (e tantomeno quello che ha messo in atto per quasi un decennio).

In quella che, probabilmente, sarà la sua ultima occasione di provare a lottare per la vittoria (a dicembre gli anni saranno 35, e nel 2018 le indiscrezioni lo vogliono rivolto al Giro), Contador avrà una squadra più che buona in salita. Felline, Gogl, Mollema, Pantano e l’eterno Zubeldia, chiamato al posto del sospeso dell’ultim’ora Cardoso, garantiscono profondità. Ma saprà il capitano finalizzare il lavoro?

Aru in formissima: in compagnia di Fuglsang una coppia intrigante
Al Tour non doveva nemmeno esserci, ma stai a vedere che Fabio Aru ha fatto un affare a disputare la Boucle e non il Giro. Dopo il problema al ginocchio che gli ha impedito di gareggiare sulle strade di casa, a cui si è sommata la tragedia di Michele Scarponi, il morale del sardo era decisamente ai minimi. Così come la forma, dovuta di fatto ricostruire da capo.

Solo che, sorpresa sorpresa, al Dauphiné l’isolano ha più che sorpreso, disputando un’eccellente settimana. E al campionato italiano la ciliegina sulla torta con una prepotente e netta vittoria. Ricorda tanto il percorso che un suo ex compagno di squadra aveva vissuto nel 2014…

Aru al Tour, dunque. E con quali ambizioni? Probabilmente per la vittoria è ancora presto; tuttavia, vista l’attuale condizione (confermata anche dal ds Martinelli) decisamente valida, il podio non è e non deve essere una chimera. Con lui, in un’Astana non troppo robusta per le salite, un altro co-capitano come Jakob Fuglsang; il danese si è meritato l’investitura vincendo il Dauphiné con una grande azione nella giornata conclusiva e vuole provare a giocarsi le sue opportunità come leader.

Gli altri: Bardet e il peso della Francia, Martin e Majka snobbati ma sempre lì
Fatti questi nomi, ve ne sono molti altri che puntano a ben figurare, pur con diverse sfumature. A cominciare da Romain Bardet, secondo un anno fa e con un percorso che pare cucito su misura. Ma il francese, che pure può contare su una AG2R La Mondiale ottimamente strutturata per le frazioni più impervie, non ha dato le stesse impressioni del 2016, pur disputando una stagione molto regolare.

L’anno scorso fu nono, ma il risultato non lo ha soddisfatto (tanto che si è autodefinito “un idiota” per come ha gareggiato). Daniel Martin è ulteriormente cresciuto nella sua esperienza in maglia Quick Step Floors e anche al Dauphiné, chiuso al terzo posto, è piaciuto. Potrebbe essere un outsider per il podio parigino. Un po’ come Rafal Majka, di cui parla sempre poco ma che i risultati li porta a casa: per il polacco della Bora-Hansgrohe già un podio in carriera (alla Vuelta 2015) e un interessante giovane al suo fianco come Emanuel Buchmann.

Chaves-Yates per la Orica, Urán-Talansky per la Cannondale. Meintjes, Izagirre, Gesink e altri ancora
Un grande punto di domanda aleggia su Esteban Chaves. Il bravo e simpatico colombiano è stata la rivelazione del 2016, finendo sul podio al Giro e alla Vuelta e conquistando Il Lombardia. Da allora una fastidiosa tendinite che lo ha lasciato ai box per l’intera primavera; il rientro al Dauphiné non è stato sufficiente, per cui pare difficile vederlo curare le posizioni alte di classifica. Nella Orica-Scott è presente una più che valida alternativa in Simon Yates, il cui obiettivo primario si chiama maglia bianca.

Un punto di domanda perenne è Rigoberto Urán: dopo i due secondi posti consecutivi (2013 e 2014) al Giro, il colombiano è andato in calando. Anche quest’anno il leader, con Andrew Talansky (altro corridore poco pronosticabile), della Cannondale-Drapac non ha mostrato le risposte sperate; un piazzamento tra i migliori 5 sarebbe un grande risultato. Indecifrabile è Robert Gesink: l’olandese, spesso sfortunato, potrebbe anche tentare di rincorrere i successi parziali. Così come dovrebbe fare il suo compagno di squadra al Team Lotto NL-Jumbo Primoz Roglic, da tenere d’occhio anche nelle due cronometro.

Punta a far classifica, per la prima volta in carriera nei grandi giri, Ion Izagirre. Il basco del Bahrain Merida è una macchina da guerra nelle corse di una settimana, in cui raramente esce dai primi 7-8. Ma saprà tenere sui 21 giorni? Probabilmente no; in caso di risultato in top 10, sarebbe da guardare positivamente. In queste posizioni è solito bazzicare Louis Meintjes; il sudafricano è un altro che punta alla classifica per i giovani ed è reduce dall’ottavo posto del 2016. Con lui alla UAE Team Emirates anche Darwin Atapuma e Diego Ulissi che possono dargli un aiuto. Cercherà infine, libero dalle pressioni di classifica, un successo di tappa Thibaut Pinot (FDJ), così come il connazionale Pierre Rolland (Cannondale-Drapac) mentre l’altro galletto Warren Barguil (Team Sunweb) non è ancora al top a causa di una frattura al bacino.

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