Aru marca Froome sulla salita del Mont du Chat © Bettiniphoto
Aru marca Froome sulla salita del Mont du Chat © Bettiniphoto

Tra Aru e Froome non è successo nulla

Negazionismo spinto per Aru e Froome sull’ambiguo attacco in salita. Un modo per celare le insicurezze di entrambi

Avete presente quella parte del Vangelo in cui a San Pietro tocca negare di aver conosciuto Gesù? Non serve essere buoni cristiani per ricordarsela, visto che l’episodio è abbastanza emblematico come comune esperienza di vita vissuta. In breve: tre persone in rapida successione gli chiedono se ci aveva avuto a che fare, lui nega sempre più scazzato, dopodiché sbatte la porta e va via dalla conferenza stampa. Sì scusate, la storia originale era un po’ diversa, c’era un gallo che cantava e una profezia, però il succo é lo stesso: quando ti trovi a negare tre volte una cosa che per tutti é evidente, per uscirne bene devi far vedere che sei pure arrabbiato. Ed è quello che ha fatto Chris Froome oggi. Già, ma per quale motivo Chris Froome avrebbe dovuto essere arrabbiato? Stando a ciò che riferiscono i protagonisti, oggi sul Mont du Chat tra lui e Fabio Aru non è successo proprio niente.

La giornata tranquilla di Fabio Aru
Fabio Aru era decisamente l’uomo più atteso oggi. Sulla Planche des Belles Filles aveva dimostrato di possedere un ottimo cambio di ritmo, e di poter passare davanti al trenino Sky facendo anche marameo, cosa che ad esempio nell’ultimo Tour non è mai avvenuta. Ma oggi sarebbe stata tutta un’altra storia: tre salitoni Hors Categorie e molteplici altre salite, tanto da sbuffare, stantuffare e faticare, sforzi prolungati e non brevi apnee, insomma tutto un altro tipo di sforzo. Fabio aveva una gran voglia di dimostrare di essere nella dimensione di contendente per il successo finale e non solo per il podio, trascinato dalla tracimante e cieca ambizione che da sempre lo caratterizza.

E “cieca” non è un termine usato a caso, o per offendere, perché bisognava essere proprio ciechi ed in piena estasi sportiva, per non accorgersi di essere passati sotto l’ascella alzata della maglia gialla, alzata per richiedere assistenza meccanica, mentre si produceva in una fiammata che già faceva un po’ meno male rispetto a quella della Planche, visto che Quintana, e poi Porte, gli si sono accodati abbastanza agevolmente. Poi, dopo 1′ di questo spettacolo, Aru ha capito (o qualcuno, urlandogli in radiolina, deve averglielo fatto capire) che la mossa fatta non era proprio il massimo della saggezza, con 12 tappe ancora da disputare, tra l’altro, e sbuffando si è chetato per un bel po’.

Jakub Fuglsang, il diversamente gregario
L’Astana a quel punto ha optato per un saggio piano B, che prevedeva di mandare avanti Jakub Fuglsang, in maniera tale da riaverlo in utilizzo in caso di situazione calda, senza rischiare che finisse fuori giri durante le stilettate tra i big. Stilettate che hanno un po’ ridimensionato il livello dello stesso Aru che, beninteso, resta il miglior Aru mai visto finora, ma non sembra essere colui che potrà fare la differenza nelle prossime tappe di montagna. Anzi, ha dovuto correre sulla difensiva sulle frullate di Froome. La tattica con Fuglsang ha comunque funzionato alla grande, e l’Astana si è ritrovata con l’uomo in più negli ultimi 13 chilometri, cosa che garantiva qualche possibilità in più di trovare il successo di tappa.

O meglio, l’avrebbe garantita se al posto di Fuglsang ci fosse stato un qualsiasi altro corridore: bisogna sapere che il danese è nato con una rarissima mutazione genetica, e gli manca il gene del gregariato. In Astana, sin dai gloriosi tempi in cui voleva essere il co-capitano di Nibali al Tour 2014, il suo impiego al servizio della squadra è stato adattato alla sua forma di diversità: lo mandano avanti a far la sua corsa sperando che il capitano in qualche modo possa avvantaggiarsene. Non in questo caso, anche per mancanza di lucidità del capitano stesso, in verità: Aru non si risparmia neanche un po’ nell’inseguimento di Bardet e nel finale i due corrono come entità separate, con Fuglsang che si propone in una improbabile volata dai -500 metri, ed Aru che, non essendo proprio un portento degli sprint, non può far altro che passare il solo Fuglsang. Quinto e Sesto in un gruppo di sei: decisamente il tipo di risultato del quale un DS non si vanta, a fine gara.

Una personalità ancora da disciplinare
Riassumendo, in casa Astana i mezzi tecnici ci sono, eccome, ma l’interpretazione di questo Tour de France è senz’altro migliorabile: il negare di aver visto Froome alzare il braccio, nella dichiarazioni del dopo corsa, piuttosto che ammettere candidamente di aver fatto un errore preso dalla foga, lascia trasparire, oltre ad una certa ignavia, la difficoltà che Aru continua ad avere nel coniugare la sua fame di risultato con tutto il resto. Oggi Aru ha dimostrato, per chi non l’avesse ancora capito, che ciò che gli interessa soprattutto è vincere, e intimamente non gli importa come, sebbene debba faticosamente dimostrare il contrario e comunque darne conto alla stampa e ai tifosi. È per questa ragione che ha rinunciato a priori a partecipare ad un Giro d’Italia che partiva dalla sua isola. Ed è un difetto col quale Aru dovrà fare i conti prima o poi, perchè “incidenti” come quello odierno non sono d’aiuto, se vuoi vincere un Tour de France.

La giornata tranquilla di Chris Froome
L’ignavia di Aru è comunque nulla in confronto a quella palesata da Chris Froome in conferenza stampa. A quanto pare la maglia gialla non avrebbe visto quell’essere in maglia tricolore passargli sotto il naso per scattare, e dunque non si sarebbe incazzato come una iena per tale motivo aspettando il meccanico per sistemare il deragliatore che gli permetteva di salire solo con rapporti indecenti, e soprattutto, una volta rientrato in gruppo, non avrebbe tirato una bella spallatona al sardo spingendolo quasi verso il pubblico per ricordargli chi comanda, e Aru non si sarebbe quietato per un po’ al gesto. E a questo punto c’è da preoccuparsi, perché se ben due corridori, che in teoria dovrebbero marcarsi a vicenda, essendo i principali favoriti della Grande Boucle, e controllarsi a ogni mossa, non vedono l’uno quel che fa l’altro in uno dei momenti più importanti di tutto il Tour de France, beh rischiano che qualcuno un po’ più sveglio freghi entrambi, magari l’indomito Romain Bardet, oggi tatticamente il più gagliardo di tutti, o il sornione Urán.

Oppure la verità è un’altra, e cioè che Chris Froome, come si poteva immaginare, non è più lo schiacciasassi di una volta. Resta comunque l’uomo che riesce a far più male di tutti in salita, specie adesso che Porte è fuori dai giochi, ma un tempo dopo le sue frullate non restava nessuno alla ruota, oggi restano in 6. E a differenza dell’anno scorso, alcuni di questi 6 sono in grado di saltare il suo treno e farlo squagliare. Insomma, anche senza quello che alla vigilia era quotato come il principale rivale (Porte), questo Tour Froome se lo dovrà davvero sudare, e non sopporta l’idea che un giovane insolente possa arrivare a sfidarlo in maniera così spudorata. Da qui l’apparente rimozione del gesto: anche questo sintomo di una certa debolezza di un re che non ha tutta questa voglia di lasciare il suo scettro.

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