Barguil primeggia a Foix, affiancato da Quintana e Contador; Landa sullo sfondo © Bettiniphoto
Barguil primeggia a Foix, affiancato da Quintana e Contador; Landa sullo sfondo © Bettiniphoto

Barguil festa nazionale, Aru festa razionale

Landa, Contador e Quintana all’attacco, ma il sardo non si scompone e mantiene la gialla a Foix. E la tappa va alla maglia a pois

Innanzitutto onore al vincitore di giornata. No, non è tra quelli che hanno un sellino sotto al sedere, perché lui ha un intero regno sotto di sé, un regno chiamato Tour de France, o ASO se preferite. Il vincitore del 14 luglio è Christian Prudhomme, il grande capo, quello che dopo le secche del 2016 ha deciso di cambiare tutto, di straformare (più che trasformare) la corsa che dirige, inserendo tappe strane, ai limiti dell’assurdo, e avendo – alla prova dei fatti – ragione su tutta la linea.

Da quanto non assistevamo a un TDF così avvincente? La tappa di oggi, già presa da sola, vale come un caposaldo del ciclismo degli ultimi 20 anni. Ci vuole certo anche fortuna, ci vuole che la Sky (possiamo dire “finalmente”? FINALMENTE!) perda la maglia gialla (grazie Fabio!) e quindi non debba recitare il solito copione, il solito tran-tran, anzi il solito tren-tren, quello che ammazza lo spettacolo, la possibilità di attaccare, anche la passione di chi assiste impotente da casa (o dalle strade della corsa). Une Foix dans la vie! Una volta nella vita, e che Foix sia anche la sede d’arrivo di questa 13esima frazione non è un caso. (Sì, la versione corretta è “fois”, ma oggi è giorno di licenze poetiche).

Ci vogliono corridori che non hanno niente da perdere e tanto da dare, ci vuole un Alberto Contador, che ancora una volta dimostra di saper terremotare le gare come nessuno; ci vuole un Nairo di nuovo ispirato, ci vuole un Mikel Landa riottoso, che vorrebbe essere ribelle, ma che alla fine è sempre circonfuso da quell’aura di malinconica rassegnazione di chi ancora una volta si ritrova a fare il gregario essendo più forte del capitano.

Ci vuole una tappa stramba, 100 km, disegnata ribaltando una serie di assunti che fino all’altroieri erano intoccabili, lasciando nel finale 30 km di discesa e pianura in cui succede di tutto, facendo in modo che la battaglia divampi subito – chilometraggio ridotto, salite più o meno in partenza – e alla fine bisogna ammettere che se il ciclismo è cambiato bisogna essere anche disponibili a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Accogliamo queste tappine da 100 km senza fare gli schizzinosi: ormai è diventata una regola, in queste frazioni lo spettacolo non manca mai. Ben vengano. Un giorno un tappone da 200 km, il giorno dopo una frazione lunga la metà: son sempre Pirenei, in fondo.

Barguil e Aru i vincitori odierni
Warren Barguil è un corridore molto bravo, anche sfortunato per via di alcuni infortuni che ne hanno punteggiato la carriera, anche a tratti incompiuto perché da uno così, quando passò, ci si aspettava che potesse lottare per la classifica generale del Tour, e non per quella della maglia a pois.

Però, onestamente, dopo l’atroce delusione di Chambéry, dove gli venne assegnata la sconfitta al fotofinish dopo che lui aveva esultato fino alle lacrime per quella che gli era sembrata una vittoria, quale cuor di pietra potrebbe essere scontento, oggi, per la sua affermazione a Foix? Il ragazzo poi ha 25 anni (ne fa 26 a ottobre), quindi ha ancora tempo per riprendere a crescere come si conviene. Nel 2013, da neopro’, illuminò la scena con due successi alla Vuelta. Oggi dopo quasi 4 anni riprende il discorso interrotto. Con merito, con gioia, con l’orgoglio del francese che vince nel giorno della festa nazionale.

E se per Warren è festa nazionale, per Fabio Aru è festa razionale: correre con l’ingombro della maglia gialla sulle spalle, e senza uno straccio di compagno accanto. Quanto può essere difficile, duro, complicato? Quanta mole di attributi ci vuole per venirne fuori a testa alta, e ancora in giallo? Quanto ci è piaciuto oggi Fabietto, il suo rincorrere solo alcuni e non altri, il suo gestire con la massima sapienza la propria presenza nel gruppetto dei big, quanto abbiamo adorato la sua capacità di correre sulle ruote della Sky, che resta in ogni caso il team di riferimento?

Il difficile per il sardo deve ancora venire, ma oggi ha dimostrato di valere in tutto e per tutto la posizione che occupa. Ha dimostrato una volta di più di avere il carattere giusto per portare a compimento quest’impresa che fino a pochi giorni fa era considerabile alla stregua di uno sbarco su Plutone (sì, fantascienza o poco meno). Le gambe lo accompagnano in maniera adeguata, la testa corre veloce, la tenacia è da sempre una specialità della casa. Certo, gli avversari tornano a moltiplicarsi, si riavvicinano alcuni cagnacci che solitamente uno preferirebbe avere a 10′ di distacco… ma in questo caso specifico, ben vengano, ben tornino in alta classifica: perché quanto più caos c’è nell’aria di Francia, tanto più le cose diventano sfuggenti per Madama Sky, tanto più Aru potrebbe riuscire a fare il colpaccio. Paradossalmente, tenersi Froome vicino vicino, a 6″, è ancora un gran bene, per il momento, perché c’è la certezza che ci pensarà Chris (che ancora si sente il dominus della corsa) a gestire il tutto.

 

In cima al Latrape si muovono Contador e Landa
Tappa breve ma intensa la tredicesima del Tour de France. Da Saint Girons a Foix solo 101 i km da affrontare, ma con tre salite di mezzo, e quindi che ci potesse essere lotta tremenda per prendere la fuga era un dato che veniva considerato scontato. Così è stato. Tra i vari attacchi iniziali, abbiamo visto muoversi alcuni dinosauri (nel senso affettuoso del termine) di casa, come Thomas Voeckler (immancabile la sua azione nel giorno della festa nazionale francese) proprio col vincitore di giornata Barguil, determinato sin dall’inizio ad una buona prova, e poi – con maggior vigore – Sylvain Chavanel (Direct Énergie), che si è avvantaggiato con Philippe Gilbert (Quick-Step Floors) e Alessandro De Marchi (BMC).

Sul Col de Latrape il Rosso di Buja ha staccato gli altri due, ma oggi non era giornata da avventurieri: era giornata da pezzi grossi. Il gruppo si era già selezionato sulla salita, il povero Jakob Fuglsang, già staccato nei primissimi chilometri, sarebbe andato incontro al ritiro, lasciando un altro grosso vuoto nella formazione della maglia gialla.

In cima al Latrape, dopo 30 km di tappa e a 70 dalla fine, si sono mossi in tre, dai nomi piuttosto altisonanti: ancora Warren Barguil (Sunweb), e ci stava, visto che gli interessavano i punti Gpm; Alberto Contador (Trek-Segafredo), in cerca di riscatto dopo le difficoltà dei giorni scorsi; e Mikel Landa (bum!), inviato dalla Sky in missione per conto di Froome.

Il terzetto ha raggiunto De Marchi in discesa, poi alla fine della picchiata si riprendeva subito a scalare (il Col d’Agnes), e qui De Marchi non è riuscito a tenere le ruote degli altri, e poi Contador e Landa hanno staccato pure Barguil, restando soli al comando.

 

Agnes: si muove Quintana, Kwiatkowski manca l’aggancio
La seconda salita della tappa è stato lo scenario per ulteriori allunghi dal gruppo, e in contrattacco sono usciti dal plotone diversi uomini, tra i quali spiccavano due nomi: quello di Nairo Quintana (Movistar) e quello di Michal Kwiatkowski (Sky). I due – insieme ad Alexis Vuillermoz (AG2R La Mondiale) – si sono portati su Barguil, e hanno proceduto così all’inseguimento della coppia al comando. La situazione non dispiaceva a Fabio Aru, che lasciava fare (del resto non è che potesse fare diversamente, trovandosi da solo), e in questo frangente (sulle prime due salite, diciamo) a tirare erano le squadre dei corridori di metà classifica: la LottoNL-Jumbo (per George Bennett), su tutte; ma pure la Cannondale-Drapac (con Alberto Bettiol), a beneficio di Rigoberto Urán. E poi la UAE Emirates di Louis Meintjes.

Al Gpm del Col d’Agnes (km 46, 55 dal termine) Landa e Contador sono scollinati con 20″ su Quintana, Kwiatkowski e Barguil (Vuillermoz si era staccato nei pressi della cima), e con quasi due minuti e mezzo sul gruppo, composto da una ventina di elementi. In mezzo (avvantaggiati sul gruppo) un paio di reduci del contrattacco di Quintana, ovvero Tony Gallopin (Lotto Soudal) e Romain Sicard (Direct Énergie), destinati a essere ripresi all’inizio del Mur de Péguère.

La discesa tra la seconda e la terza salita di giornata ci ha permesso di capire che Michal Kwiatkowski non avrebbe fatto il gioco di Landa, che era avanti, ma quello di Froome, più che mai capitano indiscusso della Sky. Infatti il terzetto inseguitore è arrivato davvero a un passo dai primi due, ma non ha mai chiuso, e il polacco è rimasto passivo per quasi tutto il tempo. Eppure un suo rientro sarebbe stato oro per Landa, perché il lavoro del Kwia visto in questo Tour avrebbe dato grossi frutti nella prima parte del Mur (tutta di rapporto per un sei chilometri buoni), e avrebbe permesso al basco di diventare un serio fattore per la generale: non dobbiamo infatti trascurare di ricordare che Mikel aveva un ritardo di 2’55” in classifica, e a tratti oggi è arrivato a un passo dalla maglia gialla virtuale; poter contare sul supporto di Kwiatkowski gli avrebbe potuto consentire un guadagno di un ulteriore minutino? Possibile. Probabile. Nel frattempo, dal gruppo Romain Bardet riprovava a tirare a tutti il collo, tallonato da Froome.

 

Mur de Péguère: gli attacchi di Froome non impensieriscono
Sul Mur de Péguère il gruppo è stato a lungo tirato dagli UAE (e segnatamente da Diego Ulissi), in un clima di calma apparente prima dei botti del finale di salita. Sul tratto duro (gli ultimi tre chilometri) Daniel Martin si è messo a fare un forcing che ha dissolto il gruppo (ne hanno pagato le conseguenze anche i compagni di Bardet, per dire, oltre a quelli di Froome), e son rimasti insieme i soli capitani: otto uomini, tutti i componenti della top ten a parte Quintana e Landa che erano avanti.

In questo frangente, Chris Froome è parso a tratti “impiccato”, ovvero proprio al limite delle sue possibilità; ma ha tenuto, al contrario ad esempio di George Bennett, che si è staccato a 2 km dal Gpm; e non si è limitato a resistere con gli altri, ma a poco meno di un chilometro dalla vetta ha pure dato una bella sgasata, frantumando per un attimo il gruppetto; ai 500 metri Chris ha di nuovo attaccato, ma di nuovo non ha fatto la differenza, e nell’occasione un ottimo Aru ha chiuso senza grossi problemi. In cima poi i componenti del drappello si sono riuniti, ed è stato raggiunto pure Kwiatkowski.

Ma come, avevamo lasciato Michal con Nairo e Warren… e invece il polacco si era staccato a 4 km dal Gpm, e aveva salvato la gamba per tornare poi utile a Froome; invece Quintana e Barguil, nei pressi del Gpm, si erano riportati su Landa e Contador, a formare il quartetto che sarebbe andato all’arrivo.

Allo scollinamento (altri punti buoni per la pois di Barguil) il distacco tra i battistrada e il gruppetto di Froome e Aru era sceso a 1’40”. Ci sarebbe anche da discutere sul fatto che proprio gli attacchi di Chris abbiano eroso il margine di Landa, ma ormai si è capito in che direzione tirava il vento. E non c’è nemmeno da stupirsi che la Sky voglia puntare ancora tutto sul vincitore di tre degli ultimi quattro Tour: è abbastanza normale che sia così, anche in presenza di un Landa con una gamba stratosferica. En passant, giova pure segnalare che sul Mur il basco abbia dato l’impressione di non voler staccare Contador, pur avendone la possibilità: intelligentemente, Mikel sapeva che gli sarebbe convenuto non affrontare tutto solo i 27 km di discesa e pianura che lo separavano da Foix.

 

Attacchi su attacchi in discesa
Sulla discesa dal Mur de Péguère i quattro battistrada hanno proceduto in perfetto accordo, e ancora Landa è stato quello che si è sobbarcato la gran parte del lavoro. Tra gli inseguitori, invece, è stato un fuoco di fila di attacchi e contrattacchi, a rendere il finale a dir poco appassionante. Ma a ogni scatto seguiva un momento di stasi, per cui il margine dei primi aveva potuto crescere di nuovo, fino a superare a tratti i due minuti.

Dobbiamo dare contezza degli attacchi nel gruppetto: all’inizio della discesa Kwiatkowski si è messo a tirare, ma ai -26 il primo a rompere gli indugi è stato Bardet; Aru ha chiuso senza problemi, e in contropiede è partito Froome. Martin si è accodato al britannico, poi è arrivato pure Yates, e poi anche gli altri (ovvero i citati Aru e Bardet, e Urán con Meintjes). Quando hanno provato ad allungare gli uomini un po’ più lontani in classifica rispetto alla maglia gialla (Yates, Martin, Urán), Aru non si è scomposto, lasciando che fosse Bardet a ricucire.

Ai -23 Martin ha proposto un nuovo allungo, sollecitando la risposta di Froome; qui Aru ha inseguito, annullando l’azione. Poco dopo Fabio si è ritrovato con Froome e Martin con qualche metro di vantaggio sugli altri, e in questo caso ha collaborato coi due colleghi, ma Urán ha chiuso il buco riportando gli altri sotto.

Un nuovo tentativo di Martin è stato stoppato da Urán, poi Rigoberto ci ha provato in maniera più seria, ai -11, e ha fatto un buon vuoto alle sue spalle. Kwiatkowski si è ancora sacrificato e ha guidato il ricongiungimento sul colombiano, ripreso ai -9. In contropiede l’ennesimo allungo di Martin stavolta ha avuto fortuna, e l’irlandese ha trovato lo spazio che cercava da diversi chilometri. Sul capitano della Quick-Step si è poi riportato (ai -3) Simon Yates, che era a sua volta uscito da un paio di chilometri (dopo un nuovo breve tentativo di Froome), e questa è stata la composizione dei drappelli che arrivavano al traguardo: Landa, Quintana, Barguil e Contador davanti; Martin con Yates in mezzo; Aru con Froome, Bardet, Urán e Meintjes più indietro.

 

Barguil vince d’astuzia, 6″ di abbuono per Quintana. Aru sempre al comando
La volata dei quattro davanti non ha avuto praticamente storia: Contador ha tentato l’anticipo ai 400 metri, con Quintana che l’ha seguito, ma Barguil ha preso benissimo l’ultima curva, larga, uscendo con maggiore velocità rispetto agli altri due (Landa era qualche passo più indietro). Sicché Warren ha potuto ottenere il sospirato e già rinviato successo, che suggella un Tour de France iperpositivo per lui. Quintana si è preso il secondo posto su Contador, e Landa – dopo tanto faticare – è rimasto senza abbuoni, e cronometrato a 2″ dagli altri tre.

A 1’39” Yates e Martin sono transitati in quest’ordine, e a 1’48” è arrivato il drappello della maglia gialla, con Kwiatkowski a precedere Froome, Aru, Urán, Bardet e Meintjes. Il gruppo successivo (comprendente tra gli altri Damiano Caruso e Bennett) è arrivato a 4’08”.

La generale cambia di nuovo volto: Fabio Aru resta in giallo con 6″ su Froome, 25″ su Bardet e 35″ su Urán (a cui in mattinata era stata annullata la penalizzazione di 20″ inflittagli ieri dalla giuria), ma a 1’09” irrompe al quinto posto Landa. Martin è sesto a 1’32”, Yates settimo a 2’04” e Quintana resta ottavo, ma il suo ritardo scende da quattro minuti a 2’07”; Meintjes è nono a 4’51” e Contador rientra in top ten con 5’22” di ritardo, ma soprattutto con la consapevolezza di poter fare altri “danni” nei prossimi giorni. Caruso resta al 14esimo posto, e il suo ritardo è ora di 11’13”: La risalita verso la top ten per lui si fa difficoltosa.

Domani una tappa interlocutoria porterà il gruppo da Blagnac a Rodez attraverso 181 km adatti a fughe dalla distanza; un’occasione per tutti per tirare un po’ il fiato, in vista della difficile frazione di domenica sul Massiccio Centrale.

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