Il gruppetto dei big lungo la salita del Galibier © Bettiniphoto
Il gruppetto dei big lungo la salita del Galibier © Bettiniphoto

Aru sbatte sul Galibier, Bardet sbatte su Froome

Tour de France, la tappa di Serre Chevalier vede il successo di Primoz Roglic in fuga. Fabio staccato, Romain attacca ma non fa la differenza

La aspettavano tutti, la attendevamo anche noi come l’occasione per vedere un’altra manciata di chilometri spettacolari tra le montagne del Tour, ma stavolta siamo rimasti delusi.

La sequenza Croix de Fer-Télégraphe-Galibier non ha poi prodotto quegli sconquassi che sarebbe anche stato lecito attendersi. Gli uomini di classifica si son dati battaglia negli ultimissimi chilometri di salita, e i loro sforzi hanno prodotto differenze minime (anche se significative, nel contesto di una classifica molto corta). Con l’eccezione di Alberto Contador, all’attacco da lontanissimo, e di Nairo Quintana, staccato presto, i cosiddetti grandi hanno aspettato un bel po’ prima di suonarsele. Un bel po’ tanto.

Il vincitore di giornata è Primoz Roglic, primo sloveno a imporsi al Tour de France, primo ex saltatore con gli sci a conquistare una tappa alla Grande Boucle, dopo aver fatto lo stesso nel 2016 al Giro d’Italia. Il corridore c’è, cresce stagione dopo stagione e chissà dove ancora potrà arrivare: è vero che compirà 28 anni il prossimo autunno, quindi non è certo di primo pelo, ma è arrivato tardi al ciclismo, per cui la sua carriera è tutta da scrivere. Auguri a lui, e complimenti per quanto sin qui fatto. E per quanto fatto oggi, dominata la fuga in cui si era sagacemente infilato, coperto il Galibier a ritmo da primo della classe, difeso il suo margine nella lunga discesa verso Serre Chevalier. Il giorno perfetto.

Torniamo alla classifica: Chris Froome resta maglia gialla, non si può dire che non sia stato attaccato, ma sì, si è trattato di quegli scattini che in genere riesce a gestire discretamente, nessuno l’ha messa sul piano dell’all-out-attack, ma un suiveur più realista di noi direbbe – e avrebbe anche ragione, in un certo senso – che nessuno oggi si sarebbe messo nella condizione di rischiare al punto di saltare in aria, quando domani c’è un’altra tappa di montagna e il gradino più alto del podio è così maledettamente vicino. Perché il punto è questo: con i distacchi che continuano a essere misurati in secondi, è impossibile che nella mente dei vari attori in scena non passi il pensiero che basterebbe una foratura di Froome, un lungo in discesa, un momento di imbarazzo, una gastrite fulminante, semplicemente 15′ di assenza di gambe nello SkyMan, per ritrovarsi proiettati sul tetto del mondo ciclistico.

E questo pensiero fa venire il braccino, volenti o nolenti. Osa di più chi è lontano in classifica: Alberto Contador, per esempio, ma lo riprendono in cima al Galibier; Nairo Quintana, ma rimbalza subito, già sulla Croix-de-Fer, e poi verrà raccolto col cucchiaino a fine giornata; tra quelli vicini, non è un caso che si muova prima degli altri Dan Martin (a 8 km dalla vetta), ma poi nei pressi del Gpm non tiene più il passo dei migliori e accusa pure lui mezzo minuto di ritardo.

“Pure lui” come Fabio Aru, il vero sconfitto della giornata, scivolato dalla seconda alla quarta posizione nonostante una tenacia con pochi eguali, esibita nel tentativo di resistere, di lottare contro il rapido esaurirsi delle forze. Va così, è lo sport, bellezza. Ci sarà modo di rifarsi. Ci sarà?

 

Tanti uomini in fuga, Matthews all’assalto della verde
Non è partita bene, la 17esima tappa del Tour de France 2017, da La Mure a Serre Chevalier (183 km), perché c’è stata una caduta nei primi chilometri che ha coinvolto due maglie su quattro (la verde di Marcel Kittel, la pois di Warren Barguil), oltre a diversi altri corridori (tra cui Stephen Cummings e Gianluca Brambilla).

Mentre Kittel (soprattutto) e gli altri si leccavano le ferite, gli attacchi in testa – già in atto da un po’ – si sono sostanziati in una fuga di 30 uomini, sulla quale sono poi rientrati altri tre, sicché dopo 20 km di tappa avevamo questo bel drappellone in avanscoperta. Tra gli altri, come non citare Thomas De Gendt (Lotto Soudal), alla nona fuga in questo Tour? Il ragazzo è al vento da quattro giorni di fila, ci si chiede davvero chi gli dia tanta voglia di fare.

Altri nomi in fuga: Bauke Mollema con altri due Trek-Segafredo (Michael Gogl e Jarlinson Pantano), un paio di AG2R La Mondiale (Mathias Fränk e Cyril Gautier), i due grandi vecchi della Direct Énergie (Thomas Voeckler e Sylvain Chavanel), ottimi talenti da lunga gittata (Tony Gallopin della Lotto, Primoz Roglic della LottoNL-Jumbo, Serge Pauwels della Dimension Data, Darwin Atapuma della UAE Emirates), l’inesauribile Michael Matthews (con altri due Sunweb), il finalmente redivivo Esteban Chaves (Orica-Scott), e pure un italiano: Alberto Bettiol (Cannondale-Drapac).

Matthews ha vinto sia il Gpm del Col d’Ornon (2a categoria, vetta al km 30), per togliere punti a eventuali rivali del suo compagno Barguil, sia – e questo è più ovvio – il traguardo volante di Allemont: per lui solo 9 punti di distacco dalla maglia verde Kittel, al momento. Una seconda parte di Tour che per l’australiano è clamorosa: ancora pochi giorni fa nessuno avrebbe messo un penny sull’ipotesi che potesse andare a contendere la classifica a punti a Marcellone.

 

Grossi calibri sulla Croix-de-Fer. E si ritira Kittel
Non l’abbiamo scritto, ma è così: dopo il Gpm Matthews ha proseguito in compagnia di De Gendt (che gli era andato dietro), e i due sono rimasti al comando da soli fino alla Croix de Fer. Su questa salita erano però altri i motivi che avrebbero destato l’interesse di tutti gli appassionati.

Appena iniziata la scalata (lunga “solo” 24 km) dal gruppo si è infatti mosso Nairo Quintana, ma la Sky ha chiuso in fretta sul capitano Movistar. In contropiede è allora partito Alberto Contador (Trek), e dietro al Pistolero è andato di nuovo Nairo, mentre Roger Latour (AG2R) ha provato a tenere i due ma è rimbalzato pesantemente indietro, finendo pure con lo staccarsi dal gruppo maglia gialla. Anche altri hanno perso contatto, ad esempio Thibaut Pinot, destinato a ritirarsi, mezzo ammalato da diversi giorni; ma pure Kittel, ancora, e stavolta per il tedesco della Quick-Step si faceva notte fonda: anche per lui il ritiro, tanta fatica buttata via, cinque tappe vinte che restano, una maglia verde che scivola via inesorabilmente. Lo stesso Matthews non avrebbe voluto ereditarla in questo modo, ci scommettiamo. Ma il dolore post-caduta, i colpi, sono stati insopportabili per Marcel.

 

Contador non ribalta il Tour ma vuole la tappa
Inesorabile è stata anche l’azione di Contador, in questa fase: Alberto è stato atteso dal compagno Michael Gogl, che l’ha aiutato a rientrare sul gruppo dei 30, e poi in quel plotoncino ha lavorato Pantano per aumentare il margine sul gruppo. Al Gpm della CDF è passato per primo De Gendt (che tenta di avvicinare Barguil nella classifica a pois, ma l’impresa è a dir poco improba), poi in discesa Thomas e Dani Navarro (che l’aveva raggiunto scalando, mentre Matthews si era da tempo staccato) sono stati ripresi dal gruppo Contador.

Nel fondovalle Pantano ha continuato a lavorare con impegno, ma in gruppo la Sky veniva aiutata dalla UAE Emirates, la quale non voleva che Louis Meintjes venisse scavalcato in classifica dal Pistolero. Questa situazione è proseguita anche sul Télégraphe, con la sola modifica relativa al nome del Trek che tirava davanti: Mollema, dopo che Pantano aveva esaurito il suo compito. Il distacco dai primi è stato mantenuto dal gruppo maglia gialla sempre tra i tre e i quattro minuti: rientro in classifica respinto per Contador, ma restavano alte le chance di successo di tappa.

Intanto i drappelli si assottigliavano, davanti perdeva contatto Bettiol, unico italiano della fuga; dietro lavorava Michal Kwiatkowski, come al solito enorme, il gregario numero uno della Sky quest’anno, perfetto contraltare di un Sergio Henao anche oggi invisibile (staccato già sulla Croix).

Primoz Roglic si è preso i punti Gpm del Télégraphe (il gruppetto era ridotto a una decina di nomi), e la breve discesa verso Valloire è servita a tutti per sgranchirsi le gambe prima dell’ultima, leggendaria asperità di giornata, il Galibier. Il gruppo, a poco più di tre minuti e mezzo, contava circa 25 presenze, e vi si respirava aria di grande attesa: sarebbe stata, la vetta Henri Desgrange del Tour 2017, lo scenario di attacchi degni della sua epicità?

 

Attendismo tra i big, Roglic fa la differenza tra i fuggitivi
La risposta alla precedente domanda è: no.

Il gruppo dei grandi (tra diverse virgolette) ha proceduto regolare per più di metà salita (lunga da questo versante 18 km), ma ci dicevamo “i chilometri duri sono gli ultimi 6”, e aspettavamo fiduciosi.

Tra i fuggitivi, altra storia: le forze erano quelle che erano, e subito, a 16 dalla vetta, son rimasti davanti in tre: Roglic, Contador e Serge Pauwels. Ai -11 sono rientrati anche Darwin Atapuma (BMC) e Mathias Fränk (AG2R), e per un attimo anche Dani Navarro (Cofidis), ma chi ne aveva di più era chiaramente Roglic. Dopo un paio di affondo di Pauwels a 8 dalla vetta, è partito lo sloveno, e ha fatto subito la differenza: neanche Contador ha più avuto gambe per tenere il corridore della LottoNL-Jumbo, che ha così dato luogo a un assolo che – da lì all’arrivo – sarebbe durato 34 chilometri.

Atapuma, a 6 dal Gpm, si è poi isolato all’inseguimento di Primoz, ma il destino di tutti i corridori intercalati tra il battistrada (che intanto portava a oltre un minuto il suo margine sui primi inseguitori) e il gruppo era di essere ripresi, prima o poi.

Nel gruppo maglia gialla il primo a saltare è stato Quintana, out ai -15 dal Gpm. La selezione imposta da Kwiatkowski è stata a suo modo feroce, rimanevano nel drappello appena 13 uomini, e così si è proceduto fino all’inizio delle ostilità, segnato da un allungo di Dan Martin a 8 km dalla vetta, e 36 dal traguardo. L’irlandese della Quick-Step se n’è andato, e di lì a poco il drappello si è frantumato, visto che Kwiatko, esaurito, si è fatto da parte, e con lui ha perso contatto Mikel Nieve (senza aver tirato un metro) e pure Alexis Vuillermoz, ultimo uomo di Bardet.

È toccato a Mikel Landa tirare per Froome, e coi due Sky c’erano Fabio Aru, Romain Bardet, Rigoberto Urán, Simon Yates, Louis Meintjes, Damiano Caruso e Warren Barguil. Questi ultimi due si sono staccati a 6 km dal Gpm, poi il francese della Sunweb è riuscito a riprendersi e a salvarsi, mentre il siciliano della BMC ha salutato lì la compagnia, rinviando a domani le speranze di riprendere la top ten della generale.

 

Bardet accende la sfida, Aru paga dazio
Il ritmo di Landa ha permesso al gruppetto di riportarsi su Dan Martin a 5 km dalla vetta, e intanto venivano ripresi e superati come birilli anche tanti fuggitivi della prima ora. A 4 dal Gpm è partita la vera disfida tra i primi della classe: niente male, in una giornata con 60 km di grandi salite alpine ci siamo goduti ben 4 km di schermaglie…

È partita la disfida, dicevamo, e a farla iniziare è stato Bardet, che è scattato poco dopo che Barguil (lasciato fare in quanto più lontano in classifica) si era già di poco avvantaggiato sul drappello. Froome ha seguito senza problemi il francese, Urán idem. Aru no. Il sardo è rimasto a ruota di Martin e Landa, “era forse chiuso al momento dello scatto di Romain?” si illudeva il tifoso, ma no, non era chiuso, e la riprova si è avuta nel momento in cui Martin e Landa si sono riportati sugli altri tre, e invece Fabio è rimasto con Meintjes e Yates. Ma in ogni caso il capitano dell’Astana è stato bravo a gestirsi in questo frangente e a riportarsi sotto.

Purtroppo per lui, non appena è rientrato nel drappello, Bardet è ripartito. Froome, Urán e stavolta pure Martin sono stati molto reattivi, e il quartetto si è portato su Barguil. Come poco prima, Aru col suo passo si è riavvicinato, e nonostante Martin abbia provato a ricacciarlo indietro con un nuovo forcing, ha chiuso il buco. E due.

Col gruppetto ricomposto, ancora l’irlandese ha proposto uno scatto, a 3 km dalla vetta, e di nuovo l’italiano ha perso contatto, ma ancora una volta (e tre!) è riuscito, sbuffando e sbraitando (dentro di sé) a riportarsi sugli altri, che intanto riprendevano Navarro. A 2 km dalla vetta è partito Barguil, ancora libero di operare. A 1 km dal Gpm, lo scatto decisivo (per Aru) l’ha piazzato Bardet. Di nuovo Urán, Froome e Martin sono stati i più lesti a portarsi sul francese, poi tutti e quattro hanno ripreso Barguil e intanto è rientrato su di loro Landa, e al contempo venivano risucchiati Pauwels, e Fränk (che si è subito messo a tirare per il capitano Bardet) e infine Contador, superato da Barguil proprio al Gpm.

Aru? Con Meintjes, più indietro. Yates aveva perso definitivamente contatto anche da loro due, i quali sono transitati al Gpm del Galibier con circa 20″ di distacco dal gruppetto buono. Abbastanza per preoccuparsi seriamente, abbastanza poco per provare un disperato recupero in discesa.

 

La vana rincorsa di Aru in discesa
Il drappello Froome, che aveva scollinato il Galibier piuttosto sfilacciato, si è diviso in due già nei primi metri di discesa: davanti la maglia gialla con Bardet, Barguil e Urán, e su loro è poi rientrato Landa. In mezzo Dan Martin con Contador, Fränk e Atapuma, ripreso dopo il Gpm e già staccato da Froome e soci. Più indietro Aru e Meintjes.

Il sudafricano, vuoi per carenza di stazza fisica, vuoi per scarsità di gamba, vuoi per altre cose che avrà pensato, non ha mai dato un cambio ad Aru. Nonostante ciò, il sardo è riuscito a riportarsi, a un certo punto, a poco più di 10″ dal gruppetto Froome: avesse chiuso nell’occasione, staremmo raccontando una storia tutta diversa. Invece è mancato proprio solo quel tratto finale per annullare il gap. Al massimo, Fabio e Louis sono riusciti a rientrare sul gruppetto Martin, ma anche qui l’italiano si è ritrovato con lo stesso problema: chi collaborava con lui?

Ancora per molti chilometri nessuno ha aiutato Aru, e intanto Froome e soci allungavano fino a +40″ su di lui. Quando si disperava che l’ormai ex secondo della generale potesse limitare i danni, la coppia UAE (Atapuma-Meintjes) ha iniziato a dare qualche cambio, sulla discesa del Lautaret, sicché nel finale qualche secondo è stato recuperato. Poca roba, comunque.

 

Ordine d’arrivo e classifica
Roglic ha vinto la tappa in splendida solitudine, dopo una picchiata anche esteticamente bellissima. A 1’13” dallo sloveno, Urán ha vinto lo sprint per il secondo posto (coi 6″ di abbuono annessi), e Froome ha preso il terzo posto (e i 4″), con Bardet quarto (nonostante avesse tentato l’anticipo in volata), Barguil quinto e Landa sesto, a 1’16”.

A 1’43” è stato cronometrato Martin, a 1’44” Contador ha preceduto Meintjes, Aru e Fränk. Yates ha chiuso in 14esima posizione a 3’14”; Caruso in 16esima a 5’07”; Quintana, ahilui, in 23esima a 7’47”.

Tutto ciò produce una classifica in cui il primo continua a essere Chris Froome, e in cui all’identico distacco di 27″ troviamo il secondo e il terzo, Urán e Bardet, il cui piazzamento è al momento stabilito dai centesimi nella crono d’apertura. Aru è quarto a 53″, Landa quinto a 1’24”, seguono Martin a 2’37”, Yates a 4’07”, Meintjes a 6’35”, Contador a 7’45”, Barguil a 8’52”. Fuori dalla top ten Caruso, 11esimo a 10’03”, e Quintana, 12esimo a 12’54”.

Domani l’ultima occasione di montagna, ultimo arrivo in salito, ultime speranze di buttare Froome giù dalla gialla torre: la 18esima tappa è la Briançon-Izoard, 179.5 km con il Vars prima della montagna che porta all’arrivo. Inventarsi qualcosa non sarà facile; non inventarsi nulla non sarà utile.

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