Fabio Aru taglia il traguardo di Serre Chevalier © Bettiniphoto
Fabio Aru taglia il traguardo di Serre Chevalier © Bettiniphoto

Aru, il giorno del risveglio dal sogno

Poche speranze che Fabio possa ribaltare le cose sull’Izoard. Ma comunque vada, non disperiamo

Brutta, questa. Brutta per il tifoso di Fabio Aru, che vive il paradosso di vedere il suo beniamino precipitare giù dal podio del Tour de France per una defaillance a cui con un minimo di fortuna, di allineamento diverso dei pianeti, si sarebbe potuto porre rimedio; ci si sarebbe salvati, e poi domani sarebbe stato un altro giorno.

Brutta per Fabio Aru stesso, che ci ha provato con tutto se stesso, ma quando la gamba gira un grado meno di quelle dei rivali di classifica, hai voglia a sforzarti, finisci lo stesso staccato. Il sardo ha perso contatto una, due, tre, quattro volte. Il che significa – al negativo – che tre volte è riuscito a rimediare, a rientrare nella contesa, a rifarsi sotto, a chiudere sugli avversari. La quarta è stata fatale. E dire che pure lì, stava per riprendere la coda del gruppetto dei migliori, ma mentre lo faceva (non aveva ancora chiuso) l’ennesimo scattino lo ha ricacciato indietro.

E poi in discesa il capolavoro al contrario si è compiuto: arrivare a 10-12″ dal trenino dei migliori, e non trovare il modo di chiudere, perché non c’è troppa collaborazione da parte del collega di turno. Perché non ne aveva, il collega in questione, evidentemente, visto che era nel suo interesse, pure, ricucire.

Per dirla tutta, dobbiamo riconoscere che mezzo minuto di distacco patito al traguardo di Serre Chevalier dal sardo non è neanche una mazzata troppo pesante, per come sarebbero potute andare le cose. Nel finale i danni sono stati limitati, meglio così per il capitano dell’Astana. Certo, riscalare quella montagna (il podio del Tour, s’intende) non sarà così facile come esserne scesi: ci vorrà un’impresa domani. Ma Aru ce l’ha nelle gambe, quell’impresa? La questione è tutta qui. E la risposta alla domanda è che forse non ce l’ha nelle gambe, l’impresa sull’Izoard.

Il Fabio Aru di La Planche des Belles Filles è rimasto a La Planche des Belles Filles, dopo è stato bravo, a Peyragudes ha conquistato la maglia gialla, l’ha difesa brillantemente a Foix, ma il picco di LPDBF no, quello non l’ha più toccato, non gliel’abbiamo più visto. È saggio pensare che possa tornare sui nostri schermi domani, a 10 giorni di distanza dalla sua prima apparizione? 10 giorni (ora più, ora meno) in cui Fabio ha speso tantissimo, dovendo correre lunghi pezzi di Tour da solo, senza squadra, e pagando una condizione che è andata leggermente in calando. A causa dello stop da cui Aru proveniva, a causa di quello che vi pare, ma il dato è abbastanza chiaro.

Poi, il ciclismo ci ha abituati a clamorosi colpi di scena, quindi domani può pure succedere quel che oggi ci pare improbabile. Del resto dopo Andalo 2016 avremmo puntato su Nibali in rosa meno centesimi di quelli che punteremmo domani su Aru in giallo. E invece le cose andarono come andarono.

 

Aru in ribasso, ma non è che di fronte abbia dei mostri
Non vogliamo stroncare le speranze dei tifosi del sardo, ma nemmeno possiamo alimentarle alla cieca. Aru ci ha mostrato in passato ottimi colpi di coda (vedi il Giro 2015), chi lo sa. Solidale col suo remare potrebbe essere la valutazione sul peso effettivo dei suoi avversari: dopo il Galibier, non l’ultima delle salitelle sui cavalcavia, sono arrivati insieme i primi tre della generale, in compagnia del quinto (che fa il gregario) e del decimo (che è uscito di classifica prima di rivelarsi, in questi ultimi giorni, forse il più forte in campo).

Sulla salita simbolo del Tour pantaniano abbiamo visto degli scattini nel finale. Nessun attacco organizzato in grande stile. Scattini. Sono stati utili, a Romain Bardet, Rigoberto Urán (che non ne ha fatti), Chris Froome (che non ne ha fatti), per staccare il secondo della generale. Wow. Complimenti per l’impegno e per il risultato. A Dan Martin (l’altro corridore che ha provato ad attaccare, invero già da più lontano rispetto a Bardet, ma gode di maggior libertà) non sono serviti invece a niente, visto che a Serre Chevalier ci è arrivato con lo stesso Aru.

Era questo l’obiettivo della vigilia? Staccare Aru? Per Froome probabilmente anche sì, ma per Bardet? Lui al Tour secondo ci è già arrivato, un anno fa. Stavolta gli hanno disegnato la corsa nello stesso modo con cui un sarto gli cucirebbe un abito da cerimonia: su misura. È vicinissimo alla maglia gialla, meno di mezzo minuto, ma se domani non piazza una stoccata da due minuti (per scavalcare Froome e mettersi al sicuro in vista della crono di Marsiglia) di che dobbiamo parlare? Di un corridore incompiuto, che non è stato in grado di inventarsi nulla per ribaltare lo pseudo-dominatore della corsa (infatti non la domina per nulla, il kenyano); e che quando ha avuto l’occasione per fargli male, domenica a Le Puy-en-Velay, si è dimenticato di attaccare in prima persona al momento opportuno, permettendo alla maglia gialla di rientrare e di rimettergli la mordacchia.

Però oggi Romain ha staccato Aru, gli ha rifilato ben mezzo minuto: non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore?

E allora, se Aru ha una speranza su 100 di prendersi la rivincita domani, se le gambe gli daranno una minima occasione di provarci, è su questo che dovrà concentrarsi: i suoi avversari non sono dei mostri. Né di sagacia, né di forza.

Viceversa, se non ne avrà, i suoi tifosi non lo scarichino: ha regalato loro comunque tre settimane d’altissimo livello, e in futuro non potrà che migliorare.

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