Seconda vittoria per Warren Barguil al Tour de France 2017 © Bettiniphoto
Seconda vittoria per Warren Barguil al Tour de France 2017 © Bettiniphoto

Troppo bravo Barguil, troppo moscio Bardet

Il Tour vive la tappa decisiva: sull’Izoard Warren stacca tutti, Romain non ha la forza di inventarsi un modo per scalzare Froome. Aru giù giù giù

E quindi Chris Froome va a vincere il suo quarto Tour de France. Dice: ma ha dominato in lungo e in largo, vero? Macché. Ha staccato i suoi avversari almeno qualche volta in salita? Macché, se ne è portati sempre due o tre a traino, al massimo, quando non è stato lui ad andare a traino.

Ma gli avversari, allora, loro hanno fatto di tutto per farlo saltare, giusto? None! Non hanno fatto di tutto. Romain Bardet ha pure dichiarato candidamente che se non ha attaccato prima sul Galibier è dipeso dalla squadra, che l’ha frenato e gli ha fatto cambiare idea. Ma si può?

E sull’Izoard, sull’ultimo arrivo in quota del Tour 2017, l’ultima tappa di montagna, si saranno mossi in maniera sapiente, avranno cercato il modo di stanare la maglia gialla? Se tirare come avrebbe tirato la Sky è un modo per stanarla, allora sì, ci hanno provato. Ma tirare come avrebbe tirato la Sky semplicemente NON è il modo per stanare Froome. E allora no, non ci hanno provato.

La verità è che Romain Bardet e Rigoberto Urán si sono accontentati del loro podio. Gli è bastato staccare ancora una volta Fabio Aru per mettere al sicuro il piazzamento. E se per il colombiano, mai alle prese con un simile risultato al Tour, tale atteggiamento potrebbe pure essere comprensibile, per il francesino no, perché lui aveva chiuso secondo già dodici mesi fa, e correndo pure meglio di stavolta. Ridimensionato, Romain.

L’Izoard è stato conquistato dal corridore più spettacolare del Tour 2017, Warren Barguil, che una volta di più ci ha entusiasmati nella sua rincorsa tutta vestita di pois. Secondo successo di tappa per lui dopo quello di Foix, ed ennesima giornata in cui – che fosse nella fuga da lontano, o con stoccata sulla salita finale – è stato all’attacco. Facile per lui, che era fuori classifica, si dirà. Certo, ma ce n’erano 100 altri fuori classifica, e non hanno fatto un decimo di quello che ha fatto il capitano della Sunweb. Applausi a scena aperta per il bretone. E speranza che uno con una simile attitudine cresca in futuro e raggiunga quei risultati che gli venivano vaticinati sin da quando era un dilettante.

Chris Froome vincerà il Tour, certo, se vince non si può dire che non abbia meritato. Ringrazia uno squadrone che l’ha facilitato in tutto, ringrazia degli avversari un po’ così, alcuni alla canna del gas, altri con personalità non esorbitante, comunque – se non ci saranno intoppi da qui a Parigi – saranno quattro Boucle per lui. Che gli vuoi dire, a uno che ha (quasi) quattro Tour nel palmarès?

A Fabio Aru invece che vogliamo dire? Complimenti lo stesso, riprovaci e sarai più fortunato. Magari non beccherai la bronchite che stavolta ti ha limitato, ma badate bene, la bronchite non è una scusante per il sardo, ma un’aggravante: in una grande corsa a tappe non ci si possono permettere passaggi a vuoto, né sul piano tecnico, né su quello tattico, né tantomeno (o soprattutto) su quello fisico. Se ci si ammala, la colpa non è degli altri: significa che il fisico non è del tutto a posto. E possiamo anche capirlo e scusarlo, per l’avvicinamento molto tortuoso che ha portato Aru a questo Tour. In ogni caso un gran bell’esito per lui, una vittoria di tappa, due giorni in maglia gialla, sul podio della corsa per gran parte del tempo. Peccato che tutto sfumi così sulle Alpi. Ma mettiamola in questo modo: un anno fa le cose sfumarono molto peggio. C’è ancora del margine per migliorare.

 

Via e fuga, un terzo del gruppo all’attacco!
Appena iniziata la 18esima tappa del Tour de France 2017, da Briançon al Col d’Izoard (179.5 km), sono pure iniziati gli scatti dal gruppo, e chi aveva voglia di attaccare ha trovato via libera, e si è trattato davvero di tanti corridori: 54 addirittura, a formare un numerosissimo drappello andato in avanscoperta. Sonny Colbrelli, Alessandro De Marchi, Marco Marcato, Diego Ulissi e Gianluca Brambilla erano i cinque italiani presenti, e – oltre ai soliti noti, a partire dall’immancabile Thomas De Gendt alla decima fuga nella corsa – è interessante far notare la presenza di ben 4 uomini dell’Astana (Kozhatayev, Grivko, Valgren e Lutsenko): considerando che solo quattro volte l’Astana era stata in fuga nelle prime 17 tappe, la compresenza di quattro gregari di Fabio Aru all’attacco lasciava presagire qualcosa di impensabile poche ore prima.

Inutile riportare i vari scatti e controscatti nell’attacco, ricordiamo solo il bel piglio con cui Sonny Colbrelli è andato a vincere il traguardo volante di Les Thuiles al km 91, e il fatto che il drappellone è andato a mettere in cascina un vantaggio massimo di 8’30” (proprio dopo il traguardo volante), coi buoni uffici della Sky che controllava il gruppo senza dannarsi più di tanto.

La Bora-Hansgrohe – visto che davanti c’era Brice Feillu (Fortuneo-Oscaro) che metteva in crisi il 15esimo posto di Emanuel Buchmann nella generale, ha allora dato un po’ di cambi agli Sky, e in tal modo il margine è stato decurtato a circa 7′, vantaggio con cui i battistrada hanno approcciato il Col de Vars.

Non tutti e 54, peraltro: il plotoncino si era diviso in due nell’avvicinamento alla salita, e davanti erano rimasti in 25 quando la strada ha preso a inerpicarsi. Ma il ritmo sul Colle è calato, sicché sono rientrati tutti, e così son rimasti fino a un paio di chilometri dalla vetta, quando sono usciti Lutsenko e Romain Sicard (Direct Énergie), poi raggiunti anche da Darwin Atapuma (UAE Emirates) e Tony Gallopin (Lotto Soudal). Il kazako dell’Astana è transitato in testa al Gpm, e il quartetto si è tuffato nella picchiata verso Guillestre, sulla quale Gallopin ha allungato, nel primo tratto, prima di un ricongiungimento a metà discesa.

 

L’AG2R prova a indurire la corsa per Bardet
In gruppo, intanto, qualcosa succedeva: a metà salita l’AG2R La Mondiale di Romain Bardet ha rilevato la Sky in testa, aumentando il ritmo e facendo staccare un paio di gregari di Froome (Christian Knees e Luke Rowe, che avevano tirato per tutto il lungo tratto in pianura). Ma se ci si aspettava qualche colpo di mano da parte di singoli, ancora una volta si era destinati a restare delusi. Al Gpm il gruppo maglia gialla è transitato a 6’30” dai battistrada, composto da non più di una cinquantina di unità.

L’AG2R ha continuato a menare forte anche in discesa (un grande Oliver Naesen nell’occasione), tanto che ai -30 il gap è stato ulteriormente abbassato a 5’50”; in quello stesso frangente (a poco meno di 30 km dalla fine) altri quattro uomini sono rientrati sulla testa della corsa: Daniel Navarro e Nicolas Edet (Cofidis), Tsgabu Grmay (Bahrain-Merida) e Romain Hardy (Fortuneo-Oscaro); poi si sono fatti sotto pure Diego Ulissi e Rudy Molard (FDJ).

Di nuovo troppa gente, davanti, e allora ai -20 hanno allungato Edet e Lutsenko, e la coppia ha proceduto per tutto il restante falsopiano fino alle rampe dell’Izoard. Forse troppa spesa per il kazako, che teoricamente avrebbe dovuto risparmiare qualcosa per tornare utile per capitan Aru, nel caso. Troppa spesa anche perché ai -15, con le prime propaggini della salita sotto le ruote, Lutsenko si è sbarazzato della compagnia di Edet (o meglio, è il francese che si è staccato, ormai esaurito), e ha proceduto da solo.

 

Atapuma insegue la vittoria
Intanto l’AG2R continuava a menare fendenti in gruppo: Naesen aveva continuato a far ritmo anche sul falsopiano, poi la palla è passata a Cyril Gautier, che si era fermato apposta dalla fuga per dare il suo buon contributo alla causa Bardet. Quindi, già sull’Izoard, è entrato in scena Ben Gastauer, e più avanti ancora sarebbe toccato a Mathias Fränk e poi a Jan Bakelants (pure lui fermatosi dalla fuga): andatura sostenuta, che ha sicuramente fatto male a tanti, ma era la modalità più utile per mettere in croce Chris Froome? No.

Torniamo un attimo sulla fuga per fare l’ultimo punto della situazione: alle spalle di Lutsenko c’era sempre quel gruppetto di 7-8 uomini, e da lì – dopo alcuni batti e ribatti – si è mosso Darwin Atapuma all’inseguimento del kazako dell’Astana. Il colombiano ha raggiunto il battistrada a 7 km dalla vetta, e poco dopo l’ha superato in tromba, involandosi verso il sogno di un successo di tappa al Tour. Il suo vantaggio sul gruppo maglia gialla era in quel momento di un paio di minuti: sarebbe riuscito a difendere quel margine sul drappello dei migliori, che continuava a salire molto forte?

Senza curarsi delle eventuali paturnie di Darwin, gli uomini di classifica continuavano la loro sfida ad alta velocità. Esaurita fisicamente l’AG2R (senza aver scalfito più di tanto la maglia gialla), è stato di nuovo il turno della Sky, la quale con Michal Kwiatkowski in plancia di comando ha iniziato a raccogliere i frutti di quel ritmo importante. E gli scalpi sono stati subito di un certo rilievo, visto che tra i primi a perdere contatto – mancavano 7 km all’arrivo, in pratica i più duri – si è segnalato Fabio Aru.

 

Aru, un altro giorno complicato
Proprio come sul Galibier, Fabio non ha gettato la spugna tanto facilmente. Con la sua consueta tenacia è riuscito a chiudere dopo essersi staccato (con lui avevano perso qualche pedalata anche Daniel Martin, Nairo Quintana, Simon Yates, Louis Meintjes), ma era chiaro che non era aria da impresa, e nemmeno da difesa.

Ai 7 km è partito secco Warren Barguil, ancora una volta il più pimpante ed efficace tra i big: il capitano (insieme a Michael Matthews) della Sunweb aveva il doppio del ritardo che ha oggi, una settimana fa, e la sua crescita nella seconda metà di Tour è stata entusiasmante. Alberto Contador, convinto che Barguil fosse un ottimo treno, è uscito a sua volta, andando a prendere la ruota del collega, e trovando strada facendo pure Bauke Mollema (che era in fuga) pronto a dargli una mano. Il problema per il ticket Trek-Segafredo era che Barguil ne aveva nettamente di più, e infatti dopo pochi secondi il francese (ai -6) ha preso il largo, e Contador si è rassegnato a venir ripreso dal gruppo (intanto tirava sempre Kwiatko).

Ai 5.5 km è partito Dan Martin, e sull’accelerazione di Kwiatkowski per chiudere su di lui, Aru si è definitivamente staccato: rimasto poi per diverso tempo a vista della coda del gruppetto, il sardo non è però più riuscito a rifarsi sotto. Fine dei sogni di podio per lui.

Ai 4.5 km il polacco della Sky ha finito il suo turno in testa, ma colui che avrebbe dovuto raccoglierne il testimone non si è messo a fare l’andatura, bensì è scattato direttamente: si trattava di Mikel Landa.

 

Nessuno stacca Froome, Froome non stacca Bardet e Urán
Non era un tradimento delle consegne da parte del principale luogotenente della maglia gialla, ma un’azione orchestrata dall’ammiraglia. Il basco ha preso margine, Martin si è incaricato di guidare l’inseguimento, intanto più avanti c’era Barguil che continuava la sua impetuosa ascesa, raggiungendo Lutsenko ai -4, e mettendo nel mirino Atapuma; l’orgogliosa resistenza di Darwin ha fatto sì che però solo ai 1500 metri si consumasse il ricongiungimento tra l’uomo a pois e il battistrada.

Barguil è rimasto con Atapuma per mezzo chilometro circa; poi, proprio sotto l’arco dell’ultimo chilometro, ha staccato l’avversario ed è andato a prendersi questo meritatissimo secondo successo di tappa. Per il bravo, simpatico e un po’ calimeresco colombiano, come tante altre volte in carriera, un secondo posto carico di rimpianti.

I big, nel frattempo: Dan Martin, dopo aver tirato un po’, ha capito che gli veniva meglio lo scatto, ed ha allungato; ma Froome ha chiuso, correttamente a copertura dell’azione di Landa. Aru sempre quei 50 metri più indietro.

Ai 3 km Bardet ha dato fondo alla sua scorta di fantasia proponendo il suo, di scattino. Froome e Urán l’hanno tenuto senza eccessivi problemi, poi il terzetto ha incrociato Gallopin (che rinculava dopo la fuga), e Tony ha dato una trenatina a beneficio del connazionale (quanti amici, Romain!), ma a spezzare ogni ipotesi di alleanza contingente ci ha pensato Froome con uno scatto dei suoi. A dire il vero, il britannico ha fatto un bell’allungo, ma non gli ha dato continuità (e tra l’altro dopo che è partito si è trovato subito sulla discesina che precede la rampa finale dell’Izoard), sicché Urán ha guidato sé e Bardet a chiudere sull’uomo in giallo, ai 1800 metri.

Contestualmente al rientro dei due “podisti” su Froome, il terzetto ha pure raggiunto Landa, e a quel punto non c’era più niente da inventarsi: tutti dietro a Mikel, che li ha trenati per 1200 metri. Ai -500 Bardet ha provato ad anticipare la volata per vedere se riusciva a mettere un po’ di luce rispetto a Chris, ma il leader della corsa non ha mollato di un metro, e anzi ha pure reagito, andando a contendere fino alla fine il terzo posto di giornata al francese.

 

Solo l’abbuono per Romain, Tour ormai quasi vinto da Chris
Froome non è però riuscito a sopravanzare Bardet, e ha quindi chiuso al quarto posto. Proprio sulla spinta dello sprint, i due hanno preso la scia di Atapuma, a 20″ da Barguil; Urán, che ha perso una pedalata nel finale, è stato cronometrato a 22″; Landa ha chiuso sesto a 32″. Sulle ultime rampe Meintjes è poi riuscito a precedere tutti gli altri, piazzandosi settimo a 37″, davanti a Martin (39″), Yates (59″) e Contador (1’09”). Un Quintana in apparente ripresa (ma non avrà una quarta settimana a disposizione…) ha chiuso undicesimo a 1’18”, e a 1’22” si sono piazzati il suo compagno Carlos Betancur (che era stato in fuga) e Fabio Aru, 13esimo e malconcio, nel fisico e nell’anima.

Nella generale Chris Froome blinda (quasi) il suo quarto Tour, è primo con 23″ su Bardet e anche se oggi ha perso 4″ rispetto all’inseguitore (premiato dall’abbuono per il terzo posto, non da altro), sa che potrà contare sulla crono di Marsiglia, sabato, per far partire i titoli di coda sulla corsa.

Urán è terzo a 29″, Landa a 1’36” scavalca Aru (quinto a 1’55”), poi troviamo Martin a 2’56”, Yates a 4’46”, Meintjes a 6’52”, Barguil a 8’22” e Contador a 8’34”. Damiano Caruso, 11esimo, paga 13’41”, sicché quasi certamente non gli riuscirà di rientrare nella top ten, ed è un peccato perché se non avesse corso da gregario la prima settimana magari l’obiettivo avrebbe potuto centrarlo.

Domani, dopo le Alpi di queste due giornate, si torna a correre sul piano, più o meno: la 19esima tappa, da Embrun a Salon-de-Provence, misura 222.5 km, presenta vari saliscendi di poco conto (l’ultima vera rampa a 45 km dalla fine), e non dovrebbe offrire alcunché di rilevante, anche se l’esperienza ci insegna a diffidare sempre dalle giornate all’apparenza scontate. Ci sarà tanta stanchezza in gruppo, ci sarà anche una presumibile maxifuga in azione, e chissà se qualcuno – al netto di poco probabili giochi di classifica – avrà la voglia e la capacità di tener corsa chiusa per uno sprint che avrebbe comunque non troppi pretendenti.

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