Chris Froome sul podio con la maglia gialla © ASO - Alex Broadway
Chris Froome sul podio con la maglia gialla © ASO - Alex Broadway

Col Froome a mano tirato

Il britannico si appresta a vincere il quarto Tour de France. Ma, rispetto al passato, non è apparso così dominante sui rivali

Complimenti a Christopher Froome, che si appresta a vincere per la quarta volta in carriera (e quarta volta in cinque anni) il Tour de France. Il britannico, dando per scontato che non abbia inconvenienti nelle tre frazioni rimanenti e che non viva una giornataccia nella cronometro, si porta così ad una sola lunghezza da miti del ciclismo quali Jacques Anquetil, Bernard Hinault, Miguel Indurain e Eddy Merckx, tralasciando le sette affermazioni poi revocate a Lance Armstrong.

Staccati dunque, sempre proiettandoci a domenica sera, Louison Bobet, Greg LeMond e Philippe Thys. Gli obiettivi futuri per il miglior corridore da Tour delle ultime stagioni sono, innanzitutto, cercare la doppietta con la Vuelta a España che manca dal 1978 (autore Hinault) e poi, nel prossimo luglio, di arrivare a quota cinque, numero che lo proietterebbe ancor di più nell’Empireo della Grande Boucle.

Tuttavia, in quest’edizione, sono evidenti le diversità nella conquista (come sopra, dando per scontato eccetera eccetera) della maglia gialla rispetto alle precedenti cavalcate. Posto che, nelle due volate rimanenti, sarà impossibile vederlo esultare, gli rimane solo la cronometro marsigliese per imprimere il proprio nome tra i vincitori di tappa. Altrimenti si aggiungerà a Firmin Lambot (1922), Roger Walkowiak (1956), Gastone Nencini (1960), Lucien Aimar (1966), Greg LeMond (1990) e Óscar Pereiro (2006) nel club di quanti si sono portati a casa il trionfo finale senza neppure un successo parziale.

E, in aggiunta, il gradino più alto del podio degli Champs Élysées sarà la sua prima affermazione del 2017. Come avvenuto in precedenza a Lambot, Walkowiak, LeMond e Pereiro, il keniano bianco non ha ancora avuto il piacere di levare le braccia al cielo nell’anno solare, cosa che non gli capitava dal 2010, quando era ben lungi da essere lo schiacciasassi attuale.

2013: Tour chiuso dopo una settimana. Ma c’è spazio per la frullatona del Ventoux
Alla Boucle 2013 si presenta con il numero 1 cucito addosso, data l’assenza del mai amato detentore Wiggins, spedito (con risultati dimenticabili) al Giro; e con il dominio mostrato in Oman (tappa e generale), al Critérium International (tappa e generale), al Romandie (prologo e generale) e al Dauphiné (tappa e generale). Manca all’elenco solo la Tirreno dove, dopo la vittoria a Prati di Tivo, cade nel trappolone (e anche per terra) imbastito da Nibali a Porto Sant’Elpidio, concludendo la Corsa dei due Mari al secondo posto.

Nel Tour còrso rimane tranquillo nella settimana inaugurale ma, nel primo traguardo in salita, sigilla già di fatto la vittoria finale. Ad Ax 3 Domains ridicolizza la concorrenza grazie al fido Richie Porte, rifilando 1’08” al primo degli avversari (Valverde). Il giorno dopo, a Bagnères de Bigorre, la sua Sky va nel pallone, e per un po’ anche lui, ma beneficia dell’immobilismo dei rivali per non perdere alcunché.

Ringrazia del piacere nella cronometro di Mont Saint Michel, perdendo dal solo Martin ma rifilando 2′ a tutti i rivali; all’undicesima tappa possiede così già 3’25” su Valverde e 3’37” su Mollema. L’unico spavento viene dai ventagli di Saint Armand Montrond, dove lui e i suoi si fanno prendere alla sprovvista; ma quel minutino perso da Contador e Mollema viene ribaltato, con gli interessi, due giorni più tardi.

Chris Froome affronta l'ultima curva del Mont Ventoux al Tour de France 2013 © Getty Images - Bryn Lennon
Chris Froome affronta l’ultima curva del Mont Ventoux al Tour de France 2013 © Getty Images – Bryn Lennon

Il 14 luglio, sul Mont Ventoux, mette in scena quella che sarà poi la specialità della casa. La frullata. Mal gliene incolse a Contador, che prova a rispondergli ma si sfinisce; e lo stesso capita a Quintana, lasciato sul posto nel finale. È l’apoteosi per il britannico, che si impone nella salita con la maggior carica emotiva per i sudditi di Sua Maestà, data la straziante fine di Tommy Simpson. Tanto per gradire, nella crono di 48 ore più tardi di Chorges riesce ancora a vincere; a quattro giorni dalla fine Contador, il più vicino dei rivali, è a 4’34”.

Qui inizia una due giorni in netto calo per il keniano bianco ma, dato l’enorme margine, non ne risente minimamente nella questione vittoria finale. Sull’Alpe d’Huez perde oltre 1′ da Quintana e Rodríguez dopo essere andato in crisi di fame, aiutato da un salvifico gel passato da Porte, che poi lo scorta fin sul traguardo. A Le Semnoz, nell’ultima giornata, non riesce a tenere il colombiano, venendo poi superato anche dal catalano. Chiude il primo Tour vincente con tre tappe e 4’20” sul leader Movistar e 5’04” sul capitano Katusha, meritandosi ampiamente il titolo nonostante le difficoltà del weekend finale.

2015, il Froome più forte di sempre a La Pierre Saint Martin. Ma nel finale tentenna
Dopo il ritiro nel 2014, torna a testa bassa per l’edizione 2015. Si schiera ad Utrecht con la vittoria all’Andalucía (più tappa) e al Dauphiné (due frazioni) ma con la controprestazione al Catalunya e il terzo posto al Romandie dietro a Zakarin e Spilak. Nel prologo olandese non impressiona, mentre il giorno seguente, tra i ventagli del Mare del Nord, corre alla perfezione. Così come nelle successive tappe insidiose di Huy (secondo e maglia addosso) e sul pavé di Cambrai, dove Tony Martin gli strappa la maglia (primo e, fino ad Aru, unico a riuscirvi).

Attentissimo sul Mur de Bretagne, dopo che a Le Havre era caduto con tanto di battibecco con Nibali (non un inedito nella relazione fra i due), ecco che, un altro 14 luglio, si assiste a quello che, senza timore di smentita, è il Froome più impressionante di sempre. A La Pierre Saint Martin ripete la prestazione monstre dell’altra giornata pirenaica; aiutato da una Sky extralusso (Porte sarà secondo, Thomas sesto), il britannico fa sembrare impotenti i rivali: 1’04” a Quintana, che pedala decisamente bene (e con buoni dati di wattaggio), oltre 2′ a Valverde, quasi 3′ a Contador e più di 4′ a Nibali. Classifica che pare già chiusa, con Van Garderen a 2’52”, Quintana a 3’09” e tutti gli altri dopo 4′. Nella prima tappa di montagna. Decisamente spaziale.

Chris Froome sprinta fin sul traguardo a La Pierre Saint Martin al Tour de France 2015 © Godingimages - Colin Flockton
Chris Froome sprinta fin sul traguardo a La Pierre Saint Martin al Tour de France 2015 © Godingimages – Colin Flockton

Controlla facile nelle due restanti tappe pirenaiche, è attentissimo sullo strappetto di Rodez e a Mende, in un clima per lui sempre più complicato (sputi e insulti nei suoi confronti sono la normalità, in quei giorni), sbeffeggia Quintana con uno sprint tanto sgraziato quanto simbolico, giusto per far vedere chi comanda al Tour.

Nel primo arrivo alpino, a Pra Loup, non impressiona, ma il solo Quintana non perde da lui. Segnali preoccupanti giungono invece a La Toussuire; se Nibali, distante in classifica, vince dopo un attacco da lontano, il colombiano della Movistar lo stacca in maniera secca nella salita conclusiva, dove gli recupera, abbuono compreso, 32″. Il vantaggio in classifica è ancora di estrema garanzia quando rimane da scalare solo l’Alpe d’Huez. E, una volta ancora, la salita più iconica delle Alpi francesi lo vede in estrema difficoltà; Quintana gli rifila 1’26”.

Quei 2′ scarsi accumulati in rapida serie testimoniano, per la seconda volta, un calo nel finesettimana finale nei confronti dell’avversario sudamericano, il quale si mangia le mani per aver attaccato in ambedue le occasioni troppo vicino al traguardo. Froome torna sul trono con 1’12” di vantaggio sul corridore della Movistar e 5’25” sull’altro campione del team navarro, Alejandro Valverde. Una la sua vittoria di tappa, ma scintillante.

2016, la discesa del Peyresourde e la corsa del Ventoux come climax del tris
Si arriva così al 2016, anno iniziato con la vittoria di tappa e della generale dell’australiano Herald Sun Tour. Va ancora in difficoltà al Catalunya (ottavo) e soprattutto al Romandie, dove a Morgins becca una scoppola di quasi 18′ dal solito Quintana. Tuttavia reagisce e, due giorni più tardi, si impone nell’altro traguardo in salita. Nel suo Dauphiné archivia un’altra vittoria nella generale condita da una tappa.

Al Tour è attento nella prima settimana dove, di fatto, non accade nulla. Nell’ottava tappa si rende protagonista dell’azione più fantasiosa, e al contempo ben riuscita, della carriera. Nella seconda giornata pirenaica attacca poco dopo lo scollinamento dell’ultimo gpm, il Col du Peyresourde, affronta a rotta di collo la discesa e, a Bagnères de Luchon, giunge con 13″ sui primi rivali, tornando a vestirsi di giallo.

Chris Froome esulta a Bagnères de Luchon al Tour de France 2016 © EPA - Kim Ludbrook
Chris Froome esulta a Bagnères de Luchon al Tour de France 2016 © EPA – Kim Ludbrook

Tutto tranquillo il giorno seguente sotto la pioggia mista a grandine di Andorra mentre è da applausi scroscianti a Montpellier dove, con il fido Thomas e la coppia Bodnar-Sagan, sventaglia andandosi a prendere pochi ma significativi secondi prima dell’appuntamento col Ventoux mozzato (causa raffiche di vento l’arrivo è posto a Chalet Reynard).

E in un altro 14 luglio sul Gigante di Provenza si mette in mostra in quello che è stato il momento simbolo della stagione ciclistica. La corsa, successiva al problema meccanico dovuto all’incidente con la moto, sul Ventoux; dopo la caduta con Mollema e Porte, fa onore alla sua vecchia cittadinanza sfoderando un passo da runner in mezzo a orde di vocianti tifosi. Buon per lui che la giuria annulla i distacchi, facendolo restare di giallo vestito.

Il giorno dopo, in un clima mesto dopo l’attentato di Nizza, è secondo nella cronometro di La Caverne de Pont d’Arc dietro allo specialista Dumoulin incrementando sui rivali, abbordando la settimana finale con 1’47” su Mollema. L’arrivo elvetico di Finahut Emosson lo vede protagonista con Porte, guadagnando su tutti gli altri; si ripete il giorno seguente contro il tempo a Megève, imponendosi e dando il colpo di grazia alle altrui speranze. Con solo due tappe di salita l’olandese della Trek, più immediato avversario, è a quasi 4′.

Un brivido il giorno seguente a Saint Gervais Mont Blanc, dove cade nella discesa bagnata, fortunatamente senza conseguenze. Fatica comunque nel finale, venendo staccato da quasi tutti i rivali di una trentina di secondi. Nella bagnatissima tappa di Morzine il no contest generale lo solleva dai quei rischi infinitesimali che ancora gli impedivano di esultare. Si arriva così a Parigi con la terza vittoria in tasca, forse la più semplice data la concorrenza e sicuramente la più netta, come testimoniano i 4’02” di Bardet e i 4’21” di un invisibile Quintana.

Nel 2017 mai vincente e mai capace di staccare gli avversari
E siamo ai giorni nostri, in un 2017 in cui è sesto all’Herald Sun Tour, solamente trentesimo, dopo essere stato preso nel tranello Movistar-Trek al Catalunya, e mestamente diciottesimo al Romandie. Al suo amato Dauphiné le prende da Porte a crono e in salita, nonostante nella frazione finale tenti, riuscendovi, a far perdere la corsa al suo ex gregario. Il quale, nella salita finale, lo riprende dopo essere stato staccato e lo svernicia, facendo balenare ipotesi su un Tour combattuto.

Alla fine dei conti lo è stato, ma con alcuni protagonisti tagliati fuori da cadute (Fuglsang, Porte, Valverde), altri da una condizione insufficiente (Quintana), altri dall’età e da un fisico non più al top (Contador). Bardet, Urán, Aru e Martin, questi i rivali con cui si è confrontato nell’edizione 104 della Grande Boucle. Nessuno degli avversari di sempre, dunque, e, francese e in parte italiano escluso, poco propensi a provare a far saltare il banco.

Quando rimane solo la cronometro il trentaduenne britannico guida con 23″ su Bardet e 29″ su Urán. I precedenti nell’esercizio sono tutti a suo favore, che dunque è proiettato ad alzare il quarto trofeo. Ma come vi arriverà a tale, stupendo traguardo? L’elemento più significativo è che Froome, quest’anno, non è mai stato il migliore in salita. A La Planche des Belles Filles è stato sverniciato da Aru, a Chambéry non è mai riuscito a staccare Porte e Urán, a Peyragudes ha vissuto un finale da incubo venendo saltato da tutti i rivali mentre a Foix le sue due accelerate non hanno provocato alcun problema.

Chris Froome impegnato sull'Izoard al Tour de France 2017 © ASO - Pauline Ballet
Chris Froome impegnato sull’Izoard al Tour de France 2017 © ASO – Pauline Ballet

Sulle Alpi, discorso identico. A Serre Chevalier si è limitato a rispondere ai tentativi di Bardet, rimanendo sempre incollato senza evidenti difficoltà. Oggi ha provato una frullatina delle sue poco prima del breve tratto di discesa della Casse Deserte, guadagnando qualche metro; ma meno di 500 metri più tardi, ecco che sia Bardet che Urán si sono rifatti sotto.

Con la solita squadra sensazionale ha controllato senza il minimo patema le tre settimane, vuoi per mancanza di tale risorsa per gli avversari, vuoi per mancanza di gambe altrui e vuoi per interesse nel conservare il posto sul podio, più che rischiare di saltare per aria. E, tutto sommato, questo Froome formato normale si merita anche questo quarto trionfo.

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La vignetta di Pellegrini

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