Vincenzo Nibali, Christopher Froome e Ilnur Zakarin sul podio della Vuelta a España © Photo Gómez Sport
Vincenzo Nibali, Christopher Froome e Ilnur Zakarin sul podio della Vuelta a España © Photo Gómez Sport

Parigi o Madrid, il risultato è lo stesso: Froome perfetto

Vuelta a España, le pagelle finali: stupendo Trentin, Contador chiude all’attacco. Nibali è una garanzia, Aru delude

Senza troppi dubbi la settantaduesima edizione della Vuelta a España è stata una delle più belle degli ultimi anni. Da Froome che entra nella storia per aver vinto nella stessa stagione due corse a tappe a Nibali che, come d’abitudine, fino all’ultimo non si è dato per vinto. Dalla sparata conclusiva del Pistolero Contador alla sorprendente classifica di Woods. Dal primo podio in un grande giro per Zakarin alla prima vittoria tra i professionisti per Armée. Da Trentin e De Gendt che entrano nel club dei vincitori di tappe nei tre grandi giri alle doppiette di Marczynski e López.

Questi sono solo alcuni dei ricordi più importanti del terzo grande giro stagionale. Ma poi, come al solito, ci sono anche gli sconfitti, i quali vorrebbero lasciarsi al più presto alle spalle le delusioni. In questa cerchia, oltre a Bardet, Chaves, Meintjes, troviamo anche Aru. In questi giorni gli studenti stanno ritornando sui banchi di scuola e, seduti alla cattedra, sono pronti ad attenderli i loro insegnanti. E noi, ancora per un giorno, ci trasformiamo in esaminatori per dare i voti ai corridori che hanno gareggiato da Nìmes a Madrid.

Christopher Froome – 10
Prima di oggi solo Anquetil e Hinault erano riusciti a centrare nella stessa stagione la doppietta Tour-Vuelta. A loro si aggiunge il keniano bianco. E, tra l’altro, gli ultimi tre corridori capaci di vincere due grandi giri nella stessa annata hanno creato diverse combinazioni: Giro e Tour per Pantani nel 1998, Giro e Vuelta per Contador nel 2008 e ora Tour e Vuelta per Froome. Il britannico, questa doppietta, l’aveva pianificata sin dallo scorso inverno. E quando il corridore del Team Sky punta un obiettivo difficilmente lo manca. Se in Francia ha corso di rimessa e sfruttando le cronometro, alla Vuelta è stato tutto diverso. Ha attaccato. Ha frullato. Ha respinto le azioni dei suoi avversari. Ha dimostrato a tutti la sua forza. E soprattutto ha vinto due tappe; una (Logroño) a cronometro e una (Cumbre de Sol) in salita, giusto per sottolineare la superiorità. Che per molti critici sarebbe potuta mancare nell’ultima settimana; e, invece, proprio nelle tappe conclusive ha incrementato il suo vantaggio sul secondo in classifica. Maestoso.

Alberto Contador – 9.5
Il madrileno ha salutato le corse nella maniera più spettacolare. Nemmeno il miglior regista avrebbe immaginato un finale così emozionante. Partito male nelle prime tappe, ha saputo reagire prima con il cuore e poi con le gambe. Se questa edizione della Vuelta a España è stata una delle più belle degli ultimi anni una parte è merito del corridore di Pinto. Sempre all’attacco, sempre sui pedali alla caccia di quella vittoria di tappa che sembrava stregata. E quando la sua favola sembrava stesse per finire senza un ultimo sussulto, ecco la giornata dell’Angliru e delle sue durissime rampe, dove ha danzato come ai tempi andati. Difficile dire se è stato il successo più bello della sua carriera. Facile invece emozionarsi quandom in cima del “mostro” asturiano, ha sparato il suo ultimo colpo. E adesso, al termine di una carriera magnifica, non c’è da dirgli mille parole ma una sola: grazie.

Matteo Trentin – 9.5
Non si era mai visto il trentino così forte. Vince quattro tappe, che sarebbero potute essere anche cinque, se non avesse lasciato il successo al compagno di squadra Lampaert a Gruissan. A Tarragona batte tutti in volata. A El Pozo Alimentación beffa l’idolo di casa José Joaquín Rojas al termine di una lunga fuga. A Tomares precede il suo corregionale Gianni Moscon su un lieve strappetto. A Madrid supera i velocisti, se pur pochi, rimasti in corsa in uno sprint dominato dall’inizio. Per soli due punti non conquista la maglia verde, entrando comunque nel club dei vincitori di tappa nei tre grandi giri. Risultati che giungono a ventotto anni appena compiuti, età giusta per il salo di qualità. E con questa condizione a Bergen può ambire a qualcosa di molto grande. Strepitoso.

Vincenzo Nibali – 9
Ha dato tutto quello che aveva per cercare di conquistare il quinto grande giro della sua carriera. È piaciuto il suo coraggio e la voglia di ribaltare una corsa che sin dalle prime tappe era nelle mani di Froome. Ha tenuto aperta la corsa fino all’ultima giornata sull’Angliru; il quale, come nel 2013, non si è rivelato suo amico. Alla fine è arrivato secondo, ma dando spettacolo. Quando si pensa ad un corridore tenace, caparbio, combattivo e che non si dà mai per vinto, ecco che ci si sta riferendo allo Squalo dello Stretto. Il quale torna a casa con una tappa ed il decimo podio in carriera nei grandi giri. E con la consapevolezza di essere uno dei pochi capaci di mettere in difficoltà Froome. Ammirevole.

Wout Poels – 8.5
Ha sempre pensato ad una sola cosa: aiutare capitan Froome. Ottima la sua condizione, e la seconda posizione in cima all’Angliru ben lo testimonia. In molte occasioni avrebbe potuto giocarsi le proprie carte, almeno per un successo di tappa. E invece no. È sempre rimasto al servizio del suo capitano. Per il vincitore della Liège 2016, grazie alla costanza, la sesta posizione in classifica generale. Non male per un corridore che non aveva mai centrato la top ten in un grande giro. Non chiamatelo gregario.

Gianni Moscon – 8.5
Alla sua prima esperienza in un grande giro, si è comportato alla grande. O meglio, alla grandissima. Sin dalla partenza ha messo da parte le proprie ambizioni, che sarebbero potute essere di alto prestigio, per aiutare Froome a centrare l’obiettivo. Quando si metteva in testa al gruppo a far l’andatura, imponeva un ritmo talmente forsennato che solo pochi rimanevano a contatto. Nell’unico giorno, a Tomares, è secondo. L’unica pecca? La cronometro di Logroño corsa veramente piano (penultimo) per risparmiarne energie. Dal campione italiano della specialità ci si attendeva un maggior impegno, ma così non è stato. In ogni modo una fetta di maglia rossa è anche sua.

Ilnur Zakarin – 8
Al Giro ha accarezzato da vicino il sogno di salire sul podio di un grande giro. Alla Vuelta il desiderio è diventato realtà. Partito in sordina nella prima settimana, è venuto fuori nelle ultime tappe, strappando la terza piazza a Kelderman al termine di una sfida serrata. Buon protagonista con l’obiettivo, alla portata, di migliorarsi già a partire dalla prossima stagione. In crescita.

Miguel Ángel López – 8
Due tappe e l’ottavo posto in classifica generale. È questo il bottino del giovane colombiano alla Vuelta 2017. Con grande probabilità l’Astana Pro Team perderà Aru; il suo sostituto, però, pare averlo già in casa. E ché sostituto. Un giovane scalatore colombiano già capace di vincere il Tour de Suisse 2016 e in grande crescita nell’attuale Vuelta. Anche se nel finale va spegnendosi, è uno dei pochi che attacca, anche da lontano, per provare a ribaltare il monologo del Team Sky. In un ciclismo con poca fantasia uno come lui serve. Soprannominato Superman. Di nome e di fatto.

Davide Villella – 8
Tra gli under 23 era una delle promesse italiane; tra i professionisti ha fatto fatica ad ingranare, con una sola vittoria ottenuta sinora (Japan Cup 2016). In questa Vuelta si è tolto la soddisfazione più grande della sua carriera conquistando la maglia a pois. Balzato in testa nella terza tappa, nessuno ha poi saputo scalzarlo. A premiarlo è stata la costanza nell’entrare in fuga e nel racimolare più punti possibili. Con il merito di essere l’unico capace di interrompere l’egemonia di Froome nelle classifiche, dato che il britannico si è preso le tre restanti classifiche. La ciliegina sulla torta sarebbe potuta essere una vittoria di tappa ma in ogni modo la sua gara è stata eccezionale. Grande emozione nel salire sul podio di Madrid. Ottenuta con pieno merito.

Wilco Kelderman – 7.5
Il Team Sunweb gli ha concesso l’onore di essere il capitano. E l’olandese non ha tradito le attese. In lotta per il podio fino all’ultimo, ha dovuto cedere solo a Zakarin sull’Angliru. Ha impressionato in salita, confermando le sue doti a crono. Ha solo ventisei anni e si ispira a Tom Dumoulin. Forse è un presto dire che i Paesi Bassi hanno trovato un nuovo corridore in grado di vincere un grande giro; quel che è certo è che sicuramente potrà crescere ancora.

Tomasz Marczynski – 7.5
Non è andato in fuga molte volte ma quando è stato in avanscoperta ha quasi sempre centrato il bersaglio pieno. Su tre tappe vinte tra i polacchi, due le ha conquistate l’alfiere della Lotto Soudal. E pensare che due anni fa rischiava di dover appendere la bici al chiodo. Per sua fortuna la chiamata dei belgi, che gli ha permesso di ottenere le più grandi soddisfazioni della carriera. Da sconosciuto a vincente.

Rafal Majka – 7
Al Tour è stato costretto a lasciare anzitempo la corsa. Al Tour of Pologne è stato battuto da Dylan Teuns. Finalmente alla Vuelta è riuscito a raccogliere quello che aveva seminato i mesi scorsi vincendo a Sierra de la Pandera una delle frazioni più dure. Regala alla Bora Hansgrohe il quarto successo stagionale nei grandi giri permettendo così alla squadra tedesca, al primo anno nel World Tour, di vincere almeno una tappa in tutte e tre le corse a tappe più importanti al mondo. Un risultato non da poco. Anche se l’essere subito uscito di classifica non è stato il massimo.

Thomas De Gendt – 7
Quando c’è andare in fuga, lui è presenza costante. E ben lo testimonia il dato degli oltre 1500 km in avanscoperta tra Tour e Vuelta. Riesce ad imporsi al terzultimo giorno (a Gijón), ovviamente al termine di una fuga a lunga gittata, entrando nel club dei vincitori nei tre grandi giri. Un risultato non da poco per il belga della Lotto Soudal. Sempre all’attacco. Sempre protagonista.

Michael Woods – 7
Nessuno alla vigilia avrebbe scommesso sulla sua presenza nella top ten della generale di Madrid. Invece il canadese, con molta grinta, riesce a portare a compimento l’obiettivo che si era prefissato alla partenza di Nimes. Pur essendo ormai vicino a compiere trentun’anni, è ancora molto giovane dal punto di vista agonistico, dato che si è avvicinato al ciclismo solo nel 2012 dopo una carriera da runner. Senza Davide Formolo, costretto al forfait a causa di una bronchite, ha provato a fare classifica riuscendoci molto bene. E del nativo di Ottawa ne sentiremo parlare ancora. Sorprendente.

Stefan Denifl – 7
Unico corridore, insieme a Lilian Calmejane al Tour, a regalare in questa stagione una tappa nei grandi giri ad una squadra Professional. E ché vittoria! Nelle prime rampe verso Los Machucos saluta i compagni di fuga, resistendo poi senza troppi patemi al rientro di uno scatenato Contador. Una vittoria da inchino.

Sander Armée – 7
Alla Vuelta si sono messi in luce corridori con uno scarno palmares. E uno di questi è il belga della Lotto Soudal, capace di vincere a Santo Toribio de Liébana dopo una lunga fuga. Bravo a staccare tutti. Bravo a crederci fino in fondo. Bravo ad ottenere la sua prima vittoria. Bravo.

Yves Lampaert – 7
Il suo compito era quello di aiutare Matteo Trentin nelle volate e di proteggere De la Cruz nelle prima fasi di ogni tappa. Oltre a svolgere egregiamente tale lavoro, si è portato a casa un successo di tappa grazie ad una fagianata nell’ultimo km di Gruissan, che impreziosisce il suo bottino. Venti tappe da gregario, una da vincente.

Alexey Lutsenko – 7
Regala all’Astana Pro Team la prima delle tre vittorie di tappa. Per il campione del mondo under 23 di Valkenburg 2012 la prima affermazione in un grande giro dopo diversi tentativi non andati a buon fine. Nelle ultime tappe mette da parte le proprie ambizioni personali per aiutare i leader in chiave classifica generale. Un talento che può sbocciare definitivamente. E Vinokourov se lo coccola.

Julian Alaphilippe – 7
Partecipa al suo secondo grande giro della carriera e ottiene un successo di tappa. Non male. Anche perché è l’unico francese ad alzare le braccia al cielo in questa edizione della Vuelta. Quando non ha la possibilità di giocare le proprie chance si mette al servizio di De la Cruz aiutandolo sulle dure rampe della corsa spagnola. Un’altra realtà del ciclismo francese pronta ad esplodere.

Antonio Nibali – 6.5
Corre il suo primo grande giro accanto a suo fratello che non è un corridore qualunque. A differenza di quanto affermato da troppe malelingue, si stramerita la convocazione, lavorando in testa al gruppo in molte salite. Come se fosse abituato da anni a svolgere tale mansione. Prezioso.

Alessandro De Marchi – 6.5
Sempre in fuga. Sempre alla ricerca di un successo di tappa. Il rosso di Buja per tre volte è arrivato nei primi dieci nell’ordine d’arrivo, non riuscendo a mettere la propria ruota davanti a tutti. Gli sarà mancata la vittoria ma non il coraggio di andare in avanscoperta. E quando sembrava impossibile resistere al rientro del gruppo lui non ha mai mollato; anzi, spingeva ancora più forte. Come forte deve andare a Bergen.

José Joaquín Rojas – 6.5
Quando in fuga c’era un corridore del Movistar Team, la maggior parte delle volte era il murciano. Non è mai riuscito ad alzare le braccia al cielo anche se non ha mai demorso nell’andare a caccia della benedetta prima vittoria nella corsa di casa. Conclude la Vuelta nella top ten della classifica a punti e della classifica del miglior scalatore e a ridosso dei venti in quella generale; e pensare che era un velocista. Combattivo.

Steven Kruijswijk – 6.5
Anonimo per tutta la stagione, si rivede alla Vuelta. Prova spesso ad attaccare ma viene sempre respinto. A differenza di molti altri, almeno lui ci ha provato. Più che per il nono posto in classifica, si merita una piena sufficienza per essersi messo in evidenza.  Ritrovato sì. Ma non al cento per cento.

Tejay van Garderen – 6
L’obiettivo dell’americano era quello di centrare la top ten. E ci riesce, agguantando la decima posizione sull’Angliru. Il ritardo di 15’50″ dal vincitore è altissimo. Se pensa ancora di ambire al podio deve darsi da fare. E molto.

Luis León Sánchez – 5.5
Venuto alla Vuelta con un duplice obiettivo, ossia andare in fuga alla caccia di gloria personale e proteggere Aru in chiave classifica generale. Per quanto riguarda la vittoria di tappa si fa sfuggire una ghiotta occasione a Sagunt mentre il secondo compito lo ricopre a pieno. Ma dallo spagnolo ci si attendeva qualcosa di più. Magari una fuga in porto. Bene ma non benissimo.

Nicolas Roche – 5
Chi troppo vuole nulla stringe. Voleva sia centrare la sua terza vittoria di tappa sia cogliere la sua terza top ten nella generale. Non raggiunge nessuno degli obiettivi al termine di una Vuelta corsa con più bassi che alti. I propositi erano ottimi. Le gambe no.

Damiano Caruso – 5
Ha pagato le fatiche della Grande Boucle. Non c’è altra spiegazione per giustificare la prestazione negativa del siciliano. Per la prima volta in carriera finisce fuori dai cento nella classifica generale e non ottiene nemmeno un buon piazzamento di tappa. Poteva dire la sua in alcune occasioni, invece le gambe non gli hanno risposto come lui avrebbe voluto. Stanco dal Tour.

Alberto Rui Costa – 5
Dall’iridato Firenze 2013 ci si attende sempre molto. Certo, ha provato ad andare in avanscoperta e solo a Gijón è andato vicino (ma non troppo) a ottenere quel successo che in un grande giro gli manca proprio dal suo anno magico. In una Vuelta in cui la fuga è andata in porto per ben 11 volte su 19 poteva raccogliere di più.

Adam e Simon Yates – 5
Non capita tutti i giorni di vedere correre in un grande giro due gemelli. I due britannici dell’Orica Scott però non hanno raccolto nulla di buono. Usciti presto dalla lotta per la top ten e senza le gambe per provare ad inventarsi qualche cosa di importante. Se è difficile capire chi è Adam e chi è Simon, è facile dare un giudizio sulla loro Vuelta. E sicuramente non può essere positivo.

Romain Bardet – 4.5
Uscito di classifica sin dalla prima settimana, non è mai stato protagonista nelle restanti frazioni. Per uno dei favoriti della vigilia è stata una corsa veramente negativa. Ha provato ad ottenere un successo di tappa andando in fuga o anticipando il gruppo sulle prime pendici delle salite. Mai però ha dato l’impressione di potercela fare. Le fatiche del Tour, forse più mentali che fisiche, si sono fatte sentire. Senza forze.

Sacha Modolo – 4
Venuto in Spagna per vincere, ritorna a casa a mani vuote. In una corsa senza grandi velocisti avrebbe potuto dire la sua in almeno cinque frazioni; invece, complice anche una condizione non al top, non va mai oltre la quinta posizione nella seconda tappa. Maglia azzurra per Bergen svanita, e il bilancio della stagione si fa sempre meno luminoso. Assente.

Louis Meintjes – 4
A soli 25 anni ha già portato a termine cinque grandi giri, concludendo per ben due volte il Tour in ottava posizione, a dimostrazione del fatto che il talento c’è. Però lui in questa Vuelta è rimasto in fondo al gruppo. O meglio, anche alla Grande Boucle lo si vedeva sempre nelle ultime posizioni del plotone, con la differenza che in Francia quando gli altri si staccavano lui rimaneva sempre attaccato al drappello dei migliori; mentre in Spagna perdeva contatto anche lui. Non vince da due anni e il problema è uno solo: non ci prova mai. Chissà cosa accadrebbe se osasse qualche volta.

Esteban Chaves – 4
Prima parte di Vuelta a Espana da 7 in pagella. Seconda parte da 1. Siccome la matematica non è un’opinione la media fa 4 ed è proprio il voto che si merita il colombiano. Al Cumbre del Sol chiude la prima settimana con un bel secondo posto in classifica a 36″ da Froome, e il classico sorriso illuminava il volto. Al termine della crono di Logroño il viso era sfigurato dalla fatica dopo una disastrosa prestazione. Il prosieguo è stato anche peggiore. Senza sorriso.

Fabio Aru – 4
Purtroppo non ci siamo. Partito da Nîmes con speranze di podio, il sardo non è mai stato veramente in lotta. All’inizio stringe i denti perdendo il meno meno; con il passare delle giornate non è andato in crescendo. Anzi. Ma soprattutto è disastrosa la prestazione sull’Angliru. Come al Tour 2016 esce dalla top 10 all’ultimo respiro, scivolando in tredicesima posizione. C’è qualche cosa che non va. Deluso.

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