C'è intesa tra Michal Kwiatkowski e Chris Froome © AFP / Yuzuru Sunada
C'è intesa tra Michal Kwiatkowski e Chris Froome © AFP / Yuzuru Sunada

Pagelle 2017: A Sky full of Stars

Con Froome e Kwiatkowski brillano anche Dumoulin, Nibali e Van Avermaet. La rivelazione Moscon, la delusione Quintana, Aru rimandato

Chris Froome – 9.5
Non si può prescindere dall’autore di una storica doppietta Tour – Vuelta, la prima da quando la corsa spagnola si svolge a settembre, nell’iniziare la valutazione dell’anno appena trascorso, specie se tale risultato arriva abbastanza a sorpresa, senza che ci fosse stata una vera dichiarazione d’intenti a inizio stagione. E a dire la verità, l’anno sembrava cominciato con le stimmate di una stagione di declino, dopo una serie di batoste subite prima del Tour: invece l’anglo-keniano, consapevole di aver ridimensionato i suoi picchi di potenza a favore del fondo, si è tenuto le energie per la Grande Boucle, dove i pur vicini avversari non sono stati in grado di scalfirlo in salita, al netto di qualche giornata storta; la stessa musica si è ripetuta alla Vuelta. Non gli diamo la perfezione non certo per antipatia, e non tanto per l’indubbio vantaggio dato dalla grande squadra alle sue spalle, o per le prove sottotono degli avversari più quotati, specialmente al Tour, quanto per la sufficienza delle vittorie, ottenute senza prove stupefacenti o imprese memorabili.

Tom Dumoulin – 9
Se fino a un anno fa ci chiedevate chi poteva battere Chris Froome al Tour de France, vi avremmo risposto Nairo Quintana. Alla luce di quanto avvenuto nella stagione 2017, pronunceremmo il nome del rampante olandese, giunto a piena maturazione agonistica dopo un Giro d’Italia da applausi a scena aperta, partito con le credenziali dell’outsider e giunto a sublimazione con la sgasata di Oropa, che oltre a portare a lusinghieri paragoni con Indurain ha di fatto demoralizzato i rivali e chiuso il Giro: neanche uno sfortunatissimo ed iconico richiamo della natura ai piedi dello Stelvio (versante svizzero) ha potuto rimettere in discussione la sua leadership, rompendo la maledizione degli olandesi al Giro. Per un corridore così il Tour de France è il naturale punto di arrivo, e lì lo rivedremo nel 2018: nell’attesa ci siamo gustati un corridore per tutte le stagioni, capace anche di giocarsela con gli specialisti delle classiche e batterli all’Eneco Tour. La sfida con Froome è stata già lanciata: al campionato del mondo a cronometro Tom ha dimostrato due volte chi è il passista più forte al momento, trascinando anche la Sunweb alla conquista dell’iride.

Vincenzo Nibali – 9
La stagione più sorprendente per lo squalo dello Stretto è partita con profilo basso, pochi squilli di tromba e prime gare concluse nelle retrovie; nonostante la vittoria ottenuta, il Giro 2016 aveva lasciato l’idea che Nibali non avesse più cartucce da sparare nei grandi giri. Niente di più sbagliato: è terzo al Giro d’Italia e secondo alla Vuelta a España, ed in entrambe le occasioni riesce a portare a casa una vittoria, nella circostanza di Bormio anche molto bella. È un Nibali maturo, che riesce a trovare il giusto compromesso tra tattica e voglia di spaccare il mondo, con risultati sempre ad alto livello. A confermare tutto ciò, la vittoria schiacciante ottenuta al Giro di Lombardia, una conferma dei chiari favori del pronostico alla vigilia. Il 2018 del siciliano risulta così molto invitante: all’orizzonte c’è una chiara possibilità di sublimare una già grande carriera con l’iride.

Michal Kwiatkowski – 9
Il re delle classiche è stato un gregario decisivo per Froome al Tour. E già questa è una notizia, considerando il dispendio di energie che comporta salvaguardare la maglia gialla, specie per il team Sky. In realtà, l’operazione di riappropriamento dei vertici del ciclismo del polacco, dopo due annate opache, comincia ben prima, ad una corsa a lui cara come la Strade Bianche, con un’azione ad alto livello di spettacolarità. Il vero colpo gobbo arriva però alla Milano – Sanremo, due settimane dopo, con l’ex-campione del mondo bravo a domare l’implacabilità dell’attuale: una classica che molti altri rivali non potranno mai vantare nel carniere. Sulle Ardenne manca, non di molto, il successo, mentre la grande prova di generosità al Tour è occasione per prepararsi ad un altra vittoria di prestigio, la Cljsica di San Sebastian. Kwiatkowski zittisce chi nel suo passaggio alla Sky aveva visto un ridimensionamento e declino, sperando che stesso destino possa presto valere per chi, come Diego Rosa (3), quest’anno si è perso.

Greg Van Avermaet – 8.5
Dopo un’annata pressoché irripetibile ed indimenticabile, altra stagione ad altissimi livelli per lo sbocciato classicomane belga, al quale l’unica cosa che manca ormai nel palmares è il favore del pubblico, visto il suo modo di correre progressivamente passivo su Sagan ai limiti dello stalking e l’antispettacolarità del personaggio, specie se confrontato coi coevi Gilbert e Boonen. Ma tornando alla strada, si rivela il principe del pavè nel 2017, conquistando la più ambita di tutte, la Paris-Roubaix, corsa che un tempo non si considerava neanche alla sua portata (ma dopo l’Olimpiade vinta l’anno scorso può fare veramente di tutto…), e portato a casa un corollario niente male: Omloop Het Nieuwsblad, Harelbeke e Gent-Wevelgem. Indomito, è stato nella lotta fino agli ultimi metri anche alla Liegi-Bastogne-Liegi. Nella seconda parte dell’annata è invece mancata la vittoria, anche al Tour de France dove stava quasi diventando un appuntamento fisso, complice questa condotta di gara che fuori dal pavè, a lungo andare, diventa prevedibile.

Alejandro Valverde – 8.5
La lunga carriera di Alejandro Valverde è unica: non conosce interruzioni o punti bassi. Le uniche cose che sono riuscite a fermarlo in 16 anni di professionismo sono Ettore Torri e gli infortuni; la sciagura più dolorosa gli è capitata quest’anno nel prologo del Tour de France, e sebbene sia l’incidente più grave della sua carriera non gli ha impedito di rendere il 2017 un’altra grandissima stagione: memorabile la sua cavalcata casalinga alla Vuelta a Murcia, il primo degli 11 successi stagionali. Poi arriva la tripletta Vuelta Andalucía, Catalunya e País Vasco; il successo catalano in particolare sa di grande ciclismo, con la “lezione” impartita sulla strada alla BMC e a Tejay Van Garderen, rei di aver preteso un’applicazione un po’ forzosa dei regolamenti sulle cronosquadre. Con una gamba così, niente di sorprendente nei successi, gli ennesimi, a Freccia e Liegi, e se manca il campionato nazionale è solo perché viene concesso ad un compagno di squadra, José Herrada. Ora l’incognita è come reagirà il fisico di Valverde, a 38 anni, dopo una frattura a una rotula, ma qualcosa ci dice che la carriera del murciano è ben lontana dalla fine.

Alberto Contador – 8
All’Albertone internazionale è mancato tanto così in diverse occasioni per chiudere col botto la sua ultima stagione. Nella prima parte della stagione è perseguitato dai secondi posti, complice un Valverde davvero troppo forte che lo batte in tutte le corse a tappe. Dove non c’è, alla Parigi-Nizza, è David De La Cruz a negargli clamorosamente la gioia del successo finale e di quello parziale in un’ultima, scoppiettante tappa nella quale va vicinissimo al ribaltone. Al Tour de France non è all’altezza dei big, ed un po’ lo si poteva immaginare; ma non si demoralizza e si rende protagonista di un bel tentativo nella Saint Girons-Foix. La Vuelta invece sa di beffa: senza il malessere ad Andorra la Vella sarebbe stato da podio. Alla fine si prende il giusto tributo alla storia sull’Angliru, dove raggiunge l’ottantesima vittoria sul campo, contando quelle revocate. Perché il ciclismo delle corse a tappe continui a essere un po’ attrattivo, servirà che qualcuno copra il vuoto lasciato da Contador.

Philippe Gilbert – 8
Altro che canto del cigno: il campione vallone in Quick Step è rinato e sul pavé torna a fischiettare come un usignolo. Lo dimostra prima ad Harelbeke, arrivando appena alle spalle di Van Avermaet, mette tutti in stato di allarme dominando a La Panne ed infine compie l’impresa dell’anno al Fiandre, sbalordendo con un’azione solitaria dall’Oude Kwaremont a 55 km dall’arrivo. Per completare il cerchio, torna all’Amstel e compie un’altra impresa da urlo, ribaltando il copione classico della corsa olandese. Ed è tutto qui, oltre ad un successo di tappa al Tour de Suisse: a 35 anni era già difficile pensare che il vallone potesse dominare così e conquistare la grande classica che mancava al suo palmares.

Gianni Moscon – 7.5
Da rivelazione a uomo di riferimento del movimento, in soli due anni. Gianni Moscon supera ogni prova posta dalla strada, anticipando tutti i coetanei in termini di maturità, al termine di una stagione che lo ha visto protagonista praticamente su ogni terreno: dai muri del Fiandre ed il pavè della Roubaix, alle lunghe salite del Giro di Lombardia, passando alle fatiche da (splendido) gregario alla Vuelta a España e alle lancette delle cronometro (il campionato italiano è l’unica vittoria stagionale, ma in termini assoluti il sesto posto a 8″ dal podio ai mondiali vale ancora di più). E che dire della grande prova del mondiale, dove ha dato la certezza che presto o tardi correrà da capitano della nazionale. Quel “quid” in più è dato dal personaggio: impossibile non dividersi nei salotti quando un corridore riesce in un solo anno a finire nell’occhio del ciclone per insulti razzisti, traino con tanto di squalifica al mondiale e paventata denuncia a seguito di un incidente di gara; un curriculum da far impallidire persino Riccardo Riccò, senza peraltro l’ostentata cialtroneria del modenese.

Richie Porte – 7.5
C’era una grande attesa per la stagione dell’australiano, considerato da molti l’uomo in grado di mettere in difficoltà Chris Froome al Tour de France. Nella prima parte della stagione non ha certo cercato di nascondersi: ha dominato gli arrivi in salita del Tour Down Under e della Paris-Nice (dove è finito fuori dai giochi subito per ventagli), ma è sopratutto al Romandia che ha fatto impressione, con una bella sgasata a Leysin che ha mandato in panne Froome e lo ha avvicinato al successo finale. Anche al Delfinato è in grande condizione, ma viene fatto saltare nell’ultima pazza tappa e si accontenta del secondo posto. Con queste ottime premesse, si presenta al Tour ma gli è fatale la discesa del Mont du Chat: bacino fratturato e stagione finita. Peccato, una qualunque opposizione a Froome avrebbe impreziosito la corsa.

Michael Matthews – 7.5
Si fa fatica a definirlo velocista: un’atleta dal gran cuore e dalla grande volontà, capace come pochi altri di stringere i denti e coniugare tenuta in salita con spunto veloce, tanto da arrivare ai piedi del podio al termine di una corsa durissima come la Liegi. Il suo Tour de France è pressoché perfetto: è autore di un’incredibile ed inesorabile rimonta su Marcel Kittel a suon di traguardi volanti raggiunti in tappe impossibili, e tra uno sprint e una tappa difficile soffiata a Greg Van Avermaet, spreme il tedesco fino a costringerlo a ritirarsi per non finire fuori tempo massimo: la maglia verde è sua. Seguono una serie di piazzamenti ad alto livello, fino al climax del podio mondiale (in 3 anni il suo peggior piazzamento è stato un 4° posto: meglio di lui solo Sagan), e al contributo alla vittoria nella cronosquadre mondiale.

Dylan Teuns – 7
Al terzo anno professionistico il belga della BMC si manifesta come rivelazione stagionale e potenziale buon corridore per le Ardenne; a prova di ciò, il podio a sorpresa alla Freccia Vallone. Ma è nella seconda parte di stagione che raggiunge il suo momento più caldo, ottenendo 8 vittorie nel giro di neanche un mese: porta a casa Il Tour de Wallonie, il Giro di Polonia e l’Arctic Race. È in particolare in terra polacca dove fa vedere le cose migliori, concedendosi il lusso di battere Sagan su un arrivo durissimo, aspettando il crollo dello slovacco per prendersi la leadership e rintuzzando gli attacchi del favorito Majka. È nato un nuovo Purito Rodríguez?

Alexander Kristoff – 7
Probabilmente il norvegese non ripeterà più le grandi prestazioni del 2015, ma resta un punto di riferimento per le classiche insidiose che terminano in volata: difatti vince le volate dei battuti sia alla Milano-Sanremo che al Giro delle Fiandre, e nella seconda parte della stagione timbra su due semiclassiche appena entrate nel World Tour (la Prudential Ride of London ed il Gp Francoforte, per il quale si tratta di una tripletta), e soprattutto si laurea campione europeo. Tutta questa preparazione è finalizzata a una corsa che poteva valere una carriera, il mondiale di casa a Bergen, su misura per lui: ma sulla sua strada trova Peter Sagan ed il suo colpo di reni, decisivo per batterlo, seppur di pochi centimetri. La delusione è tanta, ma è difficile avere rimpianti quando si perde contro lo slovacco.

Elia Viviani – 7
Era la prima annata interamente dedicata alla strada per il veronese, e gli effetti si sono visti. Dopo una prima parte di stagione maledetta, che lo ha visto medaglia d’argento per 7 volte prima di poter assaporare il successo al Romandia, l’atleta della Sky entra in un momento difficile col team vedendosi escluso da tutti i GT, sopratutto il Giro d’Italia, cosa che lo porterà a cambiare casacca a fine stagione. Il posto alla Quick Step come sostituto di Kittel se lo guadagna a suon di successi: dopo aver perso l’Europeo per pochi centimetri, mette a segno una doppietta interessante tra Amburgo e Bretagne Classic, che lo colloca coi galloni di co-capitano e uomo di riferimento della nazionale. In realtà a Bergen non farà granché, complice un calo fisico, ma l’impressione è che possa ancora migliorare.

Rigoberto Urán – 7
Stagione di rinascita per il trentenne colombiano, disperso in tanta mediocrità nelle ultime due stagioni: al Tour de France rientra prepotentemente tra i favoriti vincendo la Nantua-Chambéry pur col cambio bloccato sul rapporto più duro negli ultimi 15 km. Le sue prove non andranno però oltre tale livello di spettacolarità: un podio al Tour fa troppa gola, per rischiarci qualcosa. Finirà così secondo, ma senza dar l’impressione di poter in qualche modo impegnare Froome. Torna sotto con un ottimo finale di stagione che lo vede sul podio al Giro dell’Emilia e vincente alla Milano-Torino, ma al Lombardia sbaglia i tempi e finisce fuori giri.

Ilnur Zakarin – 7
È ora di prendere sul serio questo talento russo dal passato scomodo: trovato l’equilibrio in bicicletta, alla seconda prova col Giro Zakarin si comporta più che bene, inquadrando un’ottima prestazione in salita ad Oropa: è l’ultimo a cedere a Tom Dumoulin. Si ripresenta con lo stesso piglio alla Vuelta a España, tenendo anche in questa occasione la gamba migliore per la terza settimana; sull’Angliru scalza Kelderman e va a conquistare il suo primo podio in un GT. Ormai capitano Katusha, è inquadrabile come purista delle tre settimane, e non ha proprio l’identikit di uno di quelli che finirà a fare il gregario alla Sky per Froome o per il suo erede. A questo punto meriterebbe una squadra più dedicata: il ciclomercato non è stato di grande aiuto da questo punto di vista, ma almeno il supporto di un uomo come Simon Spilak (6,5), incapace ad essere competitivo in un GT, ma dotato dei picchi necessari per portare a casa per la seconda volta il Giro di Svizzera, sarebbe sacrosanto.

Daniel Martin – 7
Scelte ambiziose per l’irlandese nel 2017: preparatosi in maniera scurpolosa, perde qualcosa in velocità ma guadagna in salita, arrivando a essere competitivo per il Tour de France: i risultati si vedono subito, con l’unico successo stagionale sull’arrivo in salita dell’Alto de Algarve, ed il podio conquistato alla Parigi-Nizza. Va comunque ottimamente sulle Ardenne, dove solo un inarrivabile Valverde lo batte a Freccia e Liegi, ma è in Francia che trova la migliore condizione, arrivando sul podio al termine di un Criterium del Delfinato chiuso in crescendo, e sesto al Tour de France, un po’ condizionato dal coinvolgimento nell’incidente di Porte. Uno dei pochi casi nel quale lo snaturamento, seppur pericoloso (per migliorare in salita ha raggiunto una magrezza spaventosa), si rivela vantaggioso, anche se non del tutto vincente.

Sonny Colbrelli – 7
Promosso il bresciano dopo il primo, tardivo anno nel World Tour: come era nelle previsioni, la sua stagione non ha fatto che affermare che l’atleta della Bahrain Merida ha tutte le carte in regola per diventare un corridore di riferimento a livello mondiale. Fa bene sin dalle prime pedalate, con una superba volata nella Parigi-Nizza contro Degenkolb, al termine di una tappa da tregenda; resta nel vivo delle grandi classiche alle quali partecipa, Fiandre e Amstel comprese, e trova il vertice della sua stagione con un’altra splendida vittoria, anche questa ottenuta con una volata di potenza, al termine della Freccia Brabante. La seconda parte di stagione è più altalenante; si affaccia all’esperienza della Grande Boucle, pur senza emergere; vince la Bernocchi e si piazza alla Bretagne Classic, ma al Mondiale è uno degli azzurri più sottotono. Un corridore atteso ad un ulteriore scalino nel 2018.

Sergio Henao – 6.5
La stagione del colombiano parte col botto: si laurea campione nazionale e subito dopo vola in Francia per conquistare il successo più importante della sua carriera, la Parigi-Nizza, ottenuto al termine di una corsa rocambolesca salvandosi da tutte le trappole tracciate sul percorso da meteo, organizzatori e contendenti, a discapito degli altri rivali. Va bene anche sulle Ardenne, poi però non riesce a dare lo stesso contributo al team al Tour de France rispetto all’anno scorso, quando scollinò coi migliori sul Peyresourde, e anche il resto della stagione risulta abbastanza anonimo: si direbbe che la corsa francese metta abbastanza in difficoltà il buon Sergio, chissà che Brailsford e soci non rivedano i suoi piani per il 2018.

Jakob Fuglsang – 6.5
Fu un corridore indecifrabile, in termini di apporto, quando era gregario di Nibali, lo resta passando a fiancheggiatore di Aru: il danese è una potenza, ma il suo modo di correre a tratti inspiegabile rende faticosa la comprensione del suo ruolo e del suo reale valore. Però quest’anno andava forte, davvero forte, e questa sua forma è stata monetizzata solo a metà: la vittoria al Criterium del Delfinato è un regalo che l’Astana decisamente non si aspettava di ricevere, frutto di una bella azione a Plateau de Solaison e di un po’ di cotte sparse qua e là, mentre al Tour non riesce a far valere con Aru la superiorità numerica nella tappa di Chambéry; un infortunio non gli permette di completare la corsa, anche se col senno di poi si può intuire che il suo comportamento tattico era anche l’espressione della rottura tra il team e Aru. Dopo il siciliano e il sardo, gli toccherà di far da chioccia a Miguel Ángel López (7): riuscirà a snervare anche lui?

Romain Bardet – 6.5
Il corridore francese di riferimento per i grandi giri si concentra totalmente sul Tour de France e si conferma, ma senza entusiasmare: si riprende il podio, al terzo posto, salvandolo appena di 1″ da Mikel Landa. Le uniche prove di coraggio arrivano dalla Nantua-Chambéry, la tappa di casa dell’AG2R studiata a tavolino per far saltare rivali come birilli, e così è accaduto (sopratutto per le cadute), ma l’attacco a Froome non è riuscito. E alla Vuelta a España, alla prima partecipazione in carriera, non riesce a confermarsi ad alti livelli. Insomma, bene così ma il rischio atrofizzazione è dietro l’angolo: l’anno prossimo gli obiettivi potrebbero cambiare, considerando il mondiale particolarmente invitante che si prospetta.

Peter Sagan – 6.5
Può un campione del mondo, un’atleta che entra nella storia col terzo mondiale consecutivo, prendere un voto così basso? Beh, come è facile immaginare, il resto della stagione è risultato a larghe linee maledetto per il fuoriclasse slovacco. Va detto che il suo talento è più splendente che mai: alla Sanremo ci ha fatto emozionare, riuscendo nell’impossibile impresa di fare il vuoto sul Poggio (con altri, sfortunatamente per lui). Ma la stagione del nord  è disastrosa: tra volate perse, scazzi, cadute non da lui e sfighe non richieste, resta in mano solo la Kuurne-Bruxelles-Kuurne. Picchi di nervosismo, dovuti al fatto di essere un corridore accerchiato (emblematica la marcatura subita a Montreal dopo la vittoria in Québec, che ha favorito la vittoria di un gruppo di seconde linee), esplosi al Tour de France con una sequenza di cadute nel quale è coinvolto, fino all’apice dello scontro con Mark Cavendish e alla severa espulsione dalla corsa più importante al mondo. A Sagan serve dannatamente un altro uomo di spicco che gli corra a fianco in Bora, o finirà per rodersi il fegato.

Diego Ulissi – 6.5
Una nota lieta nella stagione del toscano, trascorsa come ormai si suole tra vittorie minori e prevedibili delusioni nei grandi appuntamenti: la vittoria ottenuta al Gp de Montréal contro i migliori al mondo, una rivincita nei confronti di chi non lo credeva in grado di emergere a livello internazionale, che gli ha permesso anche di vestire la maglia azzurra (in verità con una prestazione poco più che sufficiente) ai mondiali di Bergen. L’altra novità stagionale è l’esordio al Tour de France, meno aggressivo di quello che si poteva sperare, pur portandosi vicino al successo nella tappa di Le Puy en Velay.

Marcel Kittel – 6.5
Parliamo con, Fernando Gaviria e Jakub Mareczko (incredibile ma vero), del plurivittorioso stagionale, con un totale di 14 vittorie, ma possiamo dire che la stagione di Marcel Kittel sia stata memorabile? Non troppo. Il tedesco sembrava aver raggiunto un livello sufficiente in salita per non subire una corsa come il Tour de France e portare a casa la maglia verde con Sagan fuori dai giochi, ma dopo esser passato indenne dalle Alpi tracolla sui Pirenei. Certo, in termini di velocità adesso è il migliore al mondo: in 5 confronti al Tour, 5 vittorie nette, un talento che ha fatto gola alla Katusha contenta di accaparrarsi i suoi servigi. Altra nota negativa, il netto disimpegno nella seconda parte di stagione, una volta noto il suo abbandono della Quick Step.

Thibaut Pinot – 6.5
Il francese realizza il suo desiderio di correre il Giro d’Italia, finalmente: il risultato finale è buono, ma non ottimo. Non spicca, non risulta in grado di fare la differenza, e nonostante una vittoria nell’ultima tappa di montagna ad Asiago, perde il podio nella tappa finale. La stagione del francese in fondo non è malaccio: quattro vittorie, diversi podi in corse a tappe, tra le quali la Tirreno Adriatico, e un finale di stagione in crescendo con il secondo posto di misura alla Tre Valli Varesine ed il coraggio dimostrato al Giro di Lombardia, dove però Nibali, la sua bestia nera stagionale, si dimostra ancora superiore. Insomma una stagione da pive nel sacco, pur andando bene.

Edvald Boasson Hagen – 6
Alla Dimension Data il norvegese sembra aver trovato la sua dimensione di buon passista sempre a caccia del successo di peso, anche se la campagna del nord di quest’anno è disastrosa. Si rifà prima dominando le corse di casa, poi trovando d’astuzia il successo in fuga all’ultima occasione utile del Tour de France, a seguito di diversi piazzamenti in volata. Nella seconda parte di stagione è molto lanciato, ma raccoglie ancora poco: il colpaccio sfiorato all’Europeo gli riesce solo nell’ultima tappa del Tour of Britain. Nel mondiale casalingo è invece sacrificato a favore di Kristoff. L’integrità c’è tutta, arriveranno altri successi di peso per l’erede di Thor Hushovd.

Fabio Aru – 6
Nell’annata del sardo ci sono due vittorie tra le più belle della sua carriera, se non le più belle: il titolo italiano conquistato in Piemonte con un’azione solitaria e la sparata di Planche des Belles Filles, che si rivela l’unica azione vincente di tutto il Tour de France nella quale Froome sia stato staccato. Il problema è che restano circostanze circoscritte e isolate, in mezzo a un mare di sofferenze, malanni e malcelate incertezze, che portano al 5° posto al Tour de France e alla mezza debacle della Vuelta. La rottura con l’Astana, unilaterale e senza gregari che lo vogliano seguire in una nuova esperienza, è emblematica di quale sia il reale limite del campione di Villacidro, diventato sempre più autarchico. Un altro corridore in passato radicalizzò questo suo atteggiamento dopo essere andato via da Martinelli e passato con Saronni: il suo nome è Damiano Cunego. Fosse così anche per Aru sarebbe un bello spreco.

Arnaud Démare – 6
Stagione a due facce per il vincitore della Milano-Sanremo 2016: c’è quella vincente, che lo vede pre-Tour conquistare 8 corse, tra le quali un campionato nazionale neanche troppo facile contro l’eterno rivale Nacer Bouhanni, oltre a disputare un’ottima Parigi-Roubaix. Ed al Tour comincia anche parecchio bene, conquistando il primo agognato successo di tappa. Ma la condizione peggiora in vista delle Alpi e deve far fronte all’onta del fuori tempo massimo, nella quale trascina anche 3 compagni di squadra. Non ritrova la condizione nella seconda parte della stagione, la più importante considerata la durezza non eccessiva del mondiale di Bergen: continua a vincere (alla Brussels Classic), ma in salita proprio non va, tanto da invitare il commissario tecnico francese a propendere per altri atleti.

Mark Cavendish – 5.5
Di gran lunga stagione peggiore del velocista dell’isola di Man da quando è diventato professionista. È parecchio giustificato: tra il Virus di Epstein-Barr e l’infortunio accorso al Tour de France nell’incidente con Sagan, ha perso quasi 5 mesi di gare, tra cui tutta la campagna del nord. Nel resto della stagione non è comunque un fulmine di guerra: unico successo stagionale, la prima tappa all’Abu Dhabi Tour. Probabile che nella seconda parte abbia più corso con la testa al 2018, certo vederlo spesso lontano dalle volate non è un bel vedere.

Nairo Quintana – 5.5
Ed ecco a voi la grande delusione della stagione 2017. Tutti sapevano che l’accoppiata Giro-Tour per il colombiano non era affatto una cosa facile, ma alla vigilia del Giro eravamo tutti convinti che avrebbe vinto a mani basse: sembrava sicuro dei propri mezzi, aveva fatto una preparazione molto convincente, vincendo per la seconda volta la Tirreno Adriatico (cosa che salva il bilancio finale della stagione), e la concorrenza non sembrava all’altezza. Doveva chiudere il Giro già sul Blockhaus, non è andata così: la vittoria non troppo larga sulla cima abruzzese era il primo campanello di allarme di una condizione non così splendida, verificata ad Oropa e su tutta l’ultima settimana; così si ritrova a dover lottare per mantenere la seconda piazza. Al Tour de France poi è il fantasma di sé stesso, capace solo di una timida reazione nella tappa di Foix. Tornato a casa con la coda tra le gambe, rientra al mondiale per puro allenamento, e trova una discreta condizione per il Lombardia, dove però continua a non essere in grado di fare la differenza. È il corridore che esce più ridimensionato da questa stagione, ed il rischio di crollo nervoso è alle porte, come dimostra la reazione non troppo composta all’arrivo di Mikel Landa in squadra.

Esteban Chaves – 5
Quintana non è l’unico colombiano a soffrire per un’annata nera. Le sfighe di Esteban nella sua carriera sono state tante, e all’ennesima si è dovuto piegare: un fastidio al ginocchio, subdolo quanto difficile da recuperare, lo ha tenuto lontano dalla bicicletta in un periodo cruciale per un corridore da GT, in termini di preparazione. Dopo 4 mesi lontano dalle corse, Chaves si ripresenta al Tour de France, ma solo per fare la gamba. L’obiettivo stagionale diventa difatti la Vuelta, ma dura solo due settimane: dopo una prima settimana lusinghiera, chiusa appena alle spalle di Froome, patisce l’usuramento e in pochi giorni casca dalla zona podio a oltre la decima posizione. Insomma un’annata da dimenticare, speriamo almeno che i problemi fisici siano definitivamente alle spalle per lo sfortunato colombiano.

Bryan Coquard – 5
Il Viviani francese vive una stagione diametralmente opposta rispetto al suo omologo italiano: anch’egli vive storie pese in seno al suo team, con tanto di esclusione, in questo caso ancor più clamorosa, dal GT nazionale. Ma nel suo caso la reazione non arriva, o meglio, è passiva: dopo 5 vittorie di tappa in corse minori, tira i remi in barca e corricchia qua e là senza incidere, fallendo tra l’altro l’unico appuntamento nel quale non doveva difendere la maglia Direct Énergie: il campionato europeo. L’anno prossimo sarà ancora un corridore professional nella Vital Concept, il rischio è quello di non salire lo scalino che merita restando fuori dal World Tour.

Giacomo Nizzolo – s.v.
Il (20)17 è sinonimo di sfiga, e difatti tanti corridori di spicco quest’anno, come già evidenziato nelle pagelle, hanno corso sottotono a causa di infortuni.Ce ne sono alcuni che hanno trascorso davvero troppo tempo ai box per essere giudicati, ed il velocista milanese è il portabandiera di codesti: fuori fino ad aprile per una tendinite, ha giusto il tempo di distinguersi tra i ventagli della tappa di Cagliari per poi essere massacrato dalle allergie e abbandonare il Giro d’Italia. Resta fuori per praticamente tutto il resto dell’anno, consumato nell’ematocrito dagli allenamenti, e oltre al livello di ossigeno del sangue anche il morale scende sotto i tacchi. Ha corso molto di più Ion Izagirre, ma il basco, dopo valide prestazioni nelle corse a tappe di una settimana (podio in casa al Giro dei Paesi Baschi) e sulle Ardenne, è venuto meno all’esame più importante, quello del Tour de France, cascando anch’egli rovinosamente a Düsseldorf. Nell’infermeria della Bahrain Merida è in ottima compagnia, tra gli annosi problemi al ginocchio che hanno portato Heinrich Haussler sul ciglio della depressione e ad un passo dal ritiro, e Ramunas Navardauskas che ha concluso la stagione al Delfinato e a settembre ha dovuto affrontare un’operazione per correggere un’aritmia cardiaca. A tutti questi ragazzi un grosso bocca in lupo per il 2018.

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