Il podio dell'omnium maschile, con un sorridente Simone Consonni © UCI - SWpix
Il podio dell'omnium maschile, con un sorridente Simone Consonni © UCI - SWpix

AAA Apeldoorn Azzurro Accecante

Altre due medaglie di bronzo ai Campionati del Mondo su pista: prima Confalonieri-Paternoster nella madison, poi Consonni nell’omnium. Italia seconda per numero di medaglie

30 settembre 1995. Caldo asfissiante al Velodromo Luis Carlos Galán, impianto all’aperto da 333 metri in cemento a Bogotà. È ancora l’epoca delle rassegne iridate attribuite all-inclusive al paese, con la Colombia che ospita in quell’estate di metà anni ’90 nella capitale le prove della pista e nella altimetricamente insidiosa Duitama le gare su strada. Mondiale storico, quello, dato che fu l’ultimo della “coabitazione” strada/pista che durava da sempre, ossia dalla prima, embrionale edizione delle gare (amatoriali) su strada del 1921.

E storica anche per la modifica nel programma della pista, con la scomparsa di due eventi mitologici come il tandem e il derny e l’ingresso di madison maschile, velocità a squadre maschile e 500 metri da fermo femminili. Storico, inoltre, perché dopo sette anni l’Italia tornò sopra a quota 5 medaglie. E tornando a quell’afoso 30 settembre 1995, Silvio Martinello dominò la corsa a punti mentre Antonella Bellutti vinse un allora insperato argento nell’inseguimento individuale, portando a sei il bottino della spedizione.

Allora, per un movimento reduce dalla debacle di Palermo 1994 (tre bronzi, di cui due proprio nelle specialità abolite l’anno seguente), pareva l’inizio della rinascita. Come ben sappiamo, così non fu e l’Italia degli ovali, una volta iniziato il nuovo millennio, entrò in crisi profonda. E oggi, 3 marzo 2018, quel numero all’apparenza mostruoso di sei medaglie in una rassegna sola non fa più paura. Merito di un gruppo di giovani talenti, donne e uomini, e dei rispettivi gruppi tecnici guidati da Dino Salvoldi e Marco Villa. Seconda nazione, alla pari con la ben più ricca e strutturata rappresentativa britannica, per numero di medaglie (ok, l’Australia è presente in spedizione ridotta, ma poco cambia nel discorso). Quest’Italia della pista non fa più sognare in grande. Quest’Italia della pista è grande.

Madison femminile, britanniche e neerlandesi superiori. Ma azzurre di bronzo
Cinque le finali odierne all’Omnisport di Apeldoorn, tre delle quali riservate al gentil sesso. La più recente fra tutte le venti prove in programma è la madison femminile, giunta alla seconda edizione. Sin da prima del via già era chiaro che la nazione detentrice non sarebbe riuscita a difendere l’alloro: causa malanno notturno di Lotte Kopecky, il Belgio ha dovuto schierare al fianco della titolarissima Jolien D’Hoore l’acerba (non ancora diciottenne) Shari Bossuyt, lasciando così una manciata di paesi in lizza per il podio.

E tale gruppetto ha perso immediatamente anche la Francia (Berthon/Demay) dato che le transalpine, assieme a altre undici delle diciassette coppie in gara, si sono fatte sorprendere, prendendo un giro di ritardo nei confronti di cinque paesi, mossisi alla perfezione nel primo terzo di gara. Danimarca, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Russia e anche Italia, queste le migliori squadre del lotto e rimaste subito in lotta per il podio.

Come era previsto, Gran Bretagna e Paesi Bassi hanno mostrato una qualità inarrivabile per le altre: le britanniche con una Emily Nelson chiamata in extremis al posto dell’acciaccata Elinor Barker, a far da gregaria a una scintillante Katie Archibald; le neerlandesi, con i medesimi ruoli interpretati da Amy Pieters e da Kirsten Wild. A risultare decisiva la freschezza della Archibald: la ventitreenne scozzese è stata spietata, riuscendo nell’impresa pressoché irripetibile di vincere otto sprint consecutivi (dal secondo al nono), portandosi così a casa un bottino impossibile da eguagliare per tutti e potendo gestire con tutta tranquillità il finale, tagliando il traguardo per seconde e conquistando il titolo con 50 punti. Seconde con 35 punti le padrone di casa, capaci di un altro filotto non da poche, dato che hanno chiuso tra le prime tre tutti i dodici sprint in programma.

Battagliare con due superpotenze era impossibile; lottare per il bronzo, invece, era già alla vigilia obiettivo possibile per Maria Giulia Confalonieri e Letizia Paternoster. Brave, come detto, in avvio, le nostre hanno vissuto una fase centrale con qualche passaggio a vuoto dato anche da alcune imprecisioni al momento dei cambi, che almeno in un paio di occasioni sono giunti con troppo anticipo rispetto agli sprint intermedi. Nel finale, quando soprattutto la Russia pagava il conto con la fatica (a una magnifica Olga Zabelinskaya non ha equivalso Maria Novolodskaya), le azzurre sono riuscire a crescere, vincendo di prepotenza con la giovane trentina il decimo sprint e prendendo il secondo posto in quello seguente.

Con tale bottino di 20 punti in saccoccia l’unico dovere negli ultimi 10 giri era quello di non perdere il giro e di lasciare Russia e Danimarca (Amalie Dideriksen prepotente, non altrettanto Trine Schmidt) fare la loro gara. Le scandinave, pur vincendo la volata finale con doppio punteggio, hanno ottenuto 18 punti, ammontare non sufficiente per andare sul podio. Russia stremata e ferma a 14; il resto della compagnia a punteggio negativo, con il Messico (Sofia Arreola e Lizbeth Salazar) brave seste a -15 punti.

Sul podio salgono dunque la ventiquattrenne lombarda Confalonieri e la diciottenne trentina Paternoster; per la sempre efficace Maria Giulia è la prima gioia mondiale élite, per la talentuosa Letizia la seconda dopo il medesimo metallo ottenuto nell’inseguimento a squadre. Questa coppia da poco formata, in chiave Tokyo 2020, può ancora migliorare il rendimento già mostrato.

Consonni, altro bronzo dall’omnium. Bella lotta a tre, vince il polacco Sajnok
L’altra medaglia azzurra di giornata giunge dalla gara multipla, quell’omnium subito diventato terreno di caccia per la pattuglia tricolore. La prima prova delle quattro in programma è lo scratch, che vede il neerlandese Jan Willem van Schip vincere in maniera netta sul sorprendente giapponese Eiya Yoshimoto e sullo statunitense Daniel Holloway. Sesta è invece la posizione di Simone Consonni, rimasto un po’ chiuso e impossibilitato a rimontare oltre.

Alquanto movimentata la tempo race con ben nove dei ventiquattro partecipanti in grado di guadagnare il giro, in una prova che di tornate ne prevede 40. Fra di loro anche Consonni, capace di imporsi mentre era in caccia negli sprint 21, 22 e 23; meglio di tutto ha saputo fare il portoghese Ivo Oliveira che, sfruttando il suo talento da inseguitore, ha fatto man bassa delle volate dalla 24 alla 31. Quinta la piazza finale di Consonni che, in forza dei passaggi a vuoto di vari rivali, gli ha permesso di comandare a metà gara la classifica con 62 punti, gli stessi di Oliveira.

Il portoghese si è però chiamato fuori dalla contesa a causa di una scriteriata condotta nella gara più infida che ci sia, l’eliminazione. Il lusitano, già nella storia del proprio paese grazie all’argento portato a casa nell’inseguimento individuale, è passato per ultimo nel secondo dei rush, posizionandosi così ventitreesimo e conquistando un misero punto. Consonni rimane spesso e volentieri nelle posizioni d’avanguardia, rischiando solamente in due occasioni; tra gli avversari pericolosi salutano anche Beyer (diciottesimo), Volikakis (diciassettesimo), un Thoams sottotono (settimo) e Tsishkou (sesto). Una volta sicuro del terzo posto Consonni, apparso molto affaticato, preferisce rialzarsi, lasciando così Sajnok e Van Schip battagliare per il primo posto di segmento: ed è il polacco il più pimpante, bravo a ottenere quei 40 punti che gli permettono di approcciare l’ultima sfida alla pari di Consonni con 98 punti, mentre Van Schip insegue da vicino a 92.

Il redde rationem avviene nella corsa a punti, gara estenuante e nella quale le energie residue amplificano le differenze. Dato il via libera a nomi fuori classifica di guadagnare un giro e gli annessi venti punti (luce verde all’irlandese English, al giapponese Hashimoto, al portoghese Oliveira, al deludente spagnolo Torres, al britannico Wood e per ben due volte al danese Larsen), il trio si studia e si marca, ottenendo qua e là i punti di rincalzo. Solo Van Schip riesce infatti a imporsi in uno dei dieci sprint previsti. Ed è proprio lo stesso Van Schip che, a meno di quaranta giri dal termine, finisce a terra investendo la bici del già caduto Tsishkou; nonostante ferite e ammaccature e terminati i giri concessi per rimettersi in sesto, il possente neerlandese torna in sella e subito si francobolla alla ruota dell’azzurro.

A 20 giri dalla fine la situazione vede Sajnok a 105, Consonni a 104 e Van Schip a 102: a fare la differenza sono le forze residue, con l’olandese secondo e il polacco terzo nel terzultimo sprint. Il padrone di casa riesce addirittura ad appaiarsi in prima piazza con il terzo posto della penultima volata; Consonni, invece, manca entrambi gli obiettivi intermedi, preparandosi per la lotta al punteggio doppio conclusivo. Il bergamasco ci prova, posizionandosi bene; ma mentre gli avversari risalgono, lui, all’ultimo giro, cede, venendo superato da tanti.

Fra questi da Szymon Sajnok che, tagliando il traguardo per terzo, si impone e regala un oro prezioso alla Polonia, portando a tre il conto aperto di edizioni iridate con vittorie in cascina (corsa a punti femminile con Pawlowska nel 2016 e scratch maschile con Teklinski nel 2017), per un filotto inedito nella storia del paese. Il ventenne tesserato per la CCC Sprandi Polkowice chiude con 111 punti contro i 107 del validissimo Jan Willem van Schip, altro che su strada con la Roompot-Nederlandse Loterij sa farsi valere.

104 quelli ottenuti da Simone Consonni, alla seconda medaglia di bronzo nella rassegna dopo quella ottenuta da parte integrante del quartetto dell’inseguimento. E seconda medaglia azzurra nella storia della specialità dopo il medesimo metallo ottenuto da Elia Viviani nel 2015. La posizione finale premia l’atleta di Ponte San Pietro che, come l’ex capitano veronese, ha fatto dell’alternanza pista-strada un leitmotiv riuscito della carriera. Ora all’ancora giovane bergamasco della UAE Team Emirates tocca provare ad emulare l’amico e ispiratore anche tra l’asfalto; e siamo sicuri che potrà riuscirci.

Dygert ridicolizza le avversarie, Van Vleuten compresa. Ottava Valsecchi
Le prestazioni più rilevanti di giornata provengono dall’inseguimento individuale femminile. E provengono dalla medesima atleta. Che fosse predestinata, lo si sapeva. Ma quello di cui si è resa protagonista oggi Chloé Dygert è da libri di storia. La ventenne statunitense riesce per due-volte-due a demolire il precedente record del mondo dei 3000 metri, fissato nel lontano 2010 dalla connazionale Sarah Hammer. Solo che allora l’altura messicana di Aguascalientes fu fondamentale per il 3’22″269 stampato dall’ormai ex detentrice.

Stavolta la nativa dell’Indiana ha prima seminato la concorrenza in batteria con 3’20″072, rifilando oltre 9″ alla prima delle umane, una che di talento ne ha fin sopra i capelli dato che risponde al nome di Annemiek van Vleuten. E per l’attuale campionessa del mondo della cronometro quanto accade in finale rasenta la beffa: dopo 1750 AVV viene infatti doppiata da una scatenata Dygert che, non paga dell’oro in cascina, spinge fino all’ultimo centimetro per il 3’20″060 che rappresenta il nuovo limite, imbattibile per chissà quanto dal resto del mondo.

Nella finale per il bronzo altra gioia statunitense con Kelly Catlin che, a sorpresa, ha la meglio sulla più navigata tedesca Lisa Brennauer. Non dispiacciono le due azzurre impegnate: l’esperta Silvia Valsecchi, pur se non nella miglior condizione, è ottava con 3’35″395 mentre la giovane Martina Alzini chiude al dodicesimo posto con 3’36″692.

Welte nei 500 metri e Glaetzer completano la giornata
Ad aprire il programma di giornata delle finali è stata la prova dei 500 metri femminili. A imporsi con il tempo di 33″150 è stata Miriam Welte, riuscita a tornare regina della specialità dopo quattro anni: per la trentunenne tedesca è il sesto oro mondiale in carriera e la tredicesima medaglia iridata. Numeri che parlano da sé. La prima delle battute è la russa Daria Shmeleva, che nelle batterie aveva stampato il primo tempo: il suo 33″237 è buono, ma non abbastanza. Tiratissima la sfida per il bronzo, con l’idolo di casa Elis Ligtlee brava e fortunata dato che il suo 33″484 le permette di superare di soli 3 millesimi il parziale della tedesca Pauline Grabosch. In gara anche l’azzurra Miriam Vece, arresasi in batteria con un 34″888 che le è valso il quindicesimo posto.

Il torneo della velocità maschile ha visto il dominio, viene da dire finalmente, di Matthew Glaetzer che coglie il primo e meritatissimo oro mondiale individuale. Con Awang, Puerta, Shurshin e Webster fuori ai sedicesimi, i padroni di casa Hoogland e Lavreysen agli ottavi e il campione in carica Dimitriev e Dawkins ai quarti, a giocarsi le medaglie erano da una parte l’australiano Glaetzer e il francese Sébastien Vigier, con l’oceanico primo con margine in entrambi i round, e dall’altra il britannico Jack Carlin e il tedesco Maximilian Levy. Per il ventenne scozzese qualche patema nel primo round e gioco facile nel secondo. In finale, come detto, nulla da fare per il ventenne europeo contro il venticinquenne australiano, che corona un torneo perfetto. In una gara senza italiani al via il bronzo va al francese Vigier, altro ventenne con un bel futuro da scrivere.

Italia sesta nel medagliere, domani si chiude con corsa a punti donne e madison maschile
Dopo quattro giornate il medagliere, che comprende sedici paesi, recita Paesi Bassi in testa con 3 ori, 5 argenti e 1 bronzo; la Germania tallona con 3 ori e 2 bronzi. Quindi Gran Bretagna con 2-3-1, Australia con 2-1-1 e Stati Uniti 2-0-1, tutti ottenuti dal settore femminile. Italia sesta con 1 oro, 1 argento e 4 bronzi, bilancio già trionfale.

E che domani potrebbe essere migliorato: domani in programma corsa a punti femminile (Letizia Paternoster è della partita per il podio), km da fermo maschile (niente italiani al via), keirin femminile (anche qui zero azzurri) e gran finale con la madison maschile (Liam Bertazzo e Simone Consonni in una gara ad alto tasso di emozioni). Per un’edizione che è già parte della storia ciclistica di quel perennemente acciaccato ma sempre vivo movimento su pista italiano.

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