Domenico Pozzovivo prova a non andare in difficoltà sul Colle delle Finestre © Bettiniphoto - Luca Bettini
Domenico Pozzovivo prova a non andare in difficoltà sul Colle delle Finestre © Bettiniphoto - Luca Bettini

Italia: più conferme o rimpianti?

Pozzovivo e Formolo eguagliano i migliori piazzamenti al Giro, per Ciccone sfuma la ricorsa alla maglia blu

Le vittorie esaltanti di Simon Yates, il numero da leggenda di Chris Froome, la coriacea difesa di Tom Dumoulin, la sfida per la maglia bianca risoltasi in un affare tutto sudamericano tra Miguel Ángel López e Richard Carapaz, la caccia al podio (sfumatasi sul più bello) di Thibaut Pinot. In quanto ad internazionalità l’edizione numero 101 è stata indubbiamente una delle più proficue e significative delle ultime stagioni, con numeri d’alta scuola e lotte entusiasmanti che hanno portato ad un’ultima parte di Giro ricca di colpi di scena.

E l’Italia? Rimasti scottati dal fragoroso flop di Fabio Aru, culminato con il ritiro nella tappa di ieri, che ci ha privato ben lungi dalla conclusione della contesa dell’unico rappresentante che, sulla carta, avrebbe potuto avere reali ambizioni di vittoria, considerando il palmares del campione italiano e dall’assenza di Vincenzo Nibali, ci si è dovuti accontentare di vivere alla giornata, prendendo quel che veniva strada facendo. Per un po’ abbiamo pure realmente creduto di poter conquistare il gradino più basso del podio con Domenico Pozzovivo, prima che il tappone con arrivo sul Jafferau con il Colle delle Finestre a rappresentare un decisivo spartiacque, ridimensionasse ancora una volta le ambizioni dell’esperto corridore lucano. Molto confortante invece il finale di corsa rosa di Davide Formolo, che ha dimostrato così progressi sulla tenuta nelle tre settimane: per entrambi l’edizione 2018 si conclude con la conferma del miglior piazzamento in carriera al Giro d’Italia, anche se, come vedremo, è necessario operare i dovuti distinguo nell’analisi.

Domenico Pozzovivo chiude 5° ma che rimpianti per il podio sfumato!
«Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai» è una delle più celebri frasi dei Promessi Sposi, a testimonianza delle forti pressioni fatte dai Bravi nei confronti di Don Abbondio. I più attenti lettori e fruitori di questo sito ricorderanno il nomignolo simpaticamente affibbiato (naturalmente con rispetto parlando) all’atleta lucano nelle scorse giornate in uno dei Pink Vlog quotidiani. Un epiteto scherzoso che esortava al coraggio l’esperto portacolori della Bahrain Merida, capace di mantenersi perfettamente a galla nella lotta per uno dei gradini del podio, senza però registrare quell’acuto che avrebbe potuto lasciare un segno indelebile su questa edizione, fosse per provare a staccare i diretti avversari oppure per provare a cercare un successo di tappa (ad oggi infatti il palmarés registra un’unica vittoria a Lago Laceno nel 2012).

Indubbiamente il Giro di Pozzovivo si è aperto subito nel migliore dei modi, con il decimo posto nella cronometro inaugurale di Gerusalemme che ha fatto immediatamente ben sperare e aprire a scenari più ambiziosi. Un trend confermato poi dalle buone prestazioni nelle tappe siciliane e sui primi arrivi in salita, dove forse però sarebbero state più elevate le chance di cercare l’aiuto vittorioso (leggasi soprattutto Montevergine, con Carapaz abilissimo a sfruttare il fattore sorpresa e il sostanziale no contest dei big). Il buon comportamento nella tappa di Osimo è stato poi seguito da una giornata difficile verso Imola, dove la pioggia e il vento potevano costare una perdita di secondi importanti, fortunatamente scongiurata appena prima dell’attacco ai Tre Monti.

Giunti però finalmente sulle Alpi, Pozzovivo ha dato subito ottime risposte, trovando la miglior giornata sull’atteso arrivo del Monte Zoncolan, in cui la condotta regolare l’ha portato a conseguire il terzo posto, alle spalle degli scatenati Froome e Yates. Nel mentre però il leader della Sky viveva ancora di alti e bassi, Pozzovivo si confermava ancora nel gruppo buono, giungendo quarto a Sappada pur senza proporre un acuto deciso per provare ulteriormente a far svoltare la propria gara. Si è giunti così all’ultima settimana: la discreta difesa nella cronometro trentina, con conseguente mantenimento della terza posizione pareva il miglior viatico prima del tremendo trittico di montagne finale e la brillantezza con cui aveva saputo rispondere a Froome e Dumoulin mentre Yates dava i primi segni di cedimento, poneva il lucano di fronte ad uno snodo importante: riuscire finalmente a trovare posto sul podio della corsa rosa, correndo addirittura il rischio di attuare un’azione per migliorare la propria posizione e provare quindi concretamente a vincerlo?

I buoni propositi si sono però scontrati con l’aggressiva tattica della Sky per preparare il capolavoro di Froome: il ritmo altissimo imposto dai britannici ha fatto sì che le gambe di Pozzovivo non fossero più in grado di contrastare il passo dei migliori, perdendo anche le ruote degli altri concreti contendenti al podio, ossia Dumoulin e Pinot ma anche Lopez e Carapaz. Pian piano scivolato indietro in un drappello che ha fatto anche fatica a trovare l’accordo per l’inseguimento, Domenico ha pagato ben 8’29” in cima al Jafferau che hanno significato il matematico addio al podio e la sesta posizione nella generale. Restava quindi solamente la tappa odierna per provare ad inventarsi qualcosa, anche se la rincorsa al terzo posto era, di fatto, compromessa. L’improvvisa e pesante crisi di Thibaut Pinot ha però permesso al lucano, presente senza troppi patemi nel drappello comprendente Froome, Dumoulin e i sudamericani, di risalire almeno in quinta posizione con un ritardo di 8’03” dall’anglo-keniano.

In conclusione quindi il Giro 2018 consente a Pozzovivo di eguagliare il suo miglior risultato nella corsa rosa (fu 5° anche nel 2014) ma apre sicuramente il dibattito sui possibili rimpianti legati a questa edizione: considerando che il prossimo 30 novembre compirà 36 anni, potrebbero non esserci ulteriori occasioni per poter concretamente giocarsi un posto sul podio al Giro d’Italia, che nel suo piccolo costituirebbe un premio alla carriera per il corridore di Montalbano Jonico. Sarebbe stato opportuno attaccare in quelle giornate in cui Froome non appariva sicuramente quello dei giorni migliori, provando anche a smuovere una certa stasi nel gruppetto in cui si veniva a trovare (basti pensare al costante marcamento di Lopez e Carapaz per la conquista della maglia bianca, ancor prima del podio)? Con molta probabilità si, anche se a ciò si unisce il rammarico per quell’unica giornata di crisi coincisa con il perfetto progetto di ribaltone attuato dalla Sky.

Davide Formolo chiude in crescendo. E senza la caduta sull’Etna…
Chi invece era chiamato a dare segnali di crescita rispetto al passato era Davide Formolo, ripresentatosi al via dopo il decimo posto dello scorso anno e con la prospettiva di migliorare la nona posizione della Vuelta 2016, che ad oggi resta ancora la sua miglior prestazione in una grande corsa a tappe in termini di risultanze. Partito con una discreta cronometro in Israele e con un buon finale verso Caltagirone, per il veronese è però giunta subito la doccia fredda, che sembrava poter segnare irrimediabilmente le sue ambizioni per questo Giro: una caduta, occorsagli nel momento cruciale della sesta frazione, appena prima dell’imbocco dell’ascesa finale sull’Etna, ha avuto immediati strascichi non permettendogli di esprimersi al meglio e facendogli pagare un pesante gap di 5’09” al traguardo.

Un colpo pesante per il morale di chi vuol cercare di ottenere un buon piazzamento in classifica. Passata la delusione del momento però, la “Roccia” veronese ha subito ritrovato un buon colpo di pedale, vedendosi battuto dal solo Carapaz a Montevergine e arrivando a ridosso dei primi anche a Campo Imperatore. Il terzo posto di Osimo, in un arrivo che strizzava decisamente l’occhio ai “liegisti” (categoria a cui Formolo sente sempre più di appartenere), ha semmai confermato i progressi dell’atleta veronese su certi percorsi e la conferma di essere arrivato a quest’appuntamento rosa con un’ottima condizione. Da lì in avanti infatti per Formolo si sono avute solamente altre due giornate veramente difficili: quella del Monte Zoncolan, in cui ha pagato 2’23” (arrivando in compagnia di Aru) e la cronometro da Trento a Rovereto, in cui era pronosticabile una gara tutta in difesa, in cui tutto sommato i danni sono stati abbastanza contenuti (1’40” il gap pagato a Rohan Dennis).

La costanza di rendimento di Formolo ha fatto sì che, nonostante i minuti persi in Sicilia, il veronese fosse ancora in piena corsa per un posto in top ten e il fondo mostrato nel trittico più impegnativo del Giro, nel mentre illustri protagonisti come Yates e Pinot saltavano letteralmente per aria, può far decisamente ben sperare in chiave futura, in cui l’atleta della Bora potrebbe cominciare ad attestarsi su posizioni vicine alla top-5. Una missione che, a conti fatti, sarebbe potuta riuscire già in questa edizione senza l’inghippo siciliano. L’essere comunque riuscito a terminare il Giro ancora una volta in decima posizione (15’16” il ritardo da Froome) e cercando anche di sfruttare gli eccessivi tatticismi dei primi nell’ascesa verso Cervinia, depone certamente a suo favore e può aprire la scena anche ad una positiva seconda parte di stagione, in cui riprovare a cercare un bel piazzamento alla Vuelta e a strappare una convocazione per il durissimo mondiale di Innsbruck.

Giulio Ciccone beffato da Froome (e da Nieve) nell’assalto alla maglia blu
Un’altra delle speranze azzurre per questo Giro d’Italia era l’abruzzese Giulio Ciccone, reduce da una primavera che lo aveva visto buon protagonista con le belle prestazioni alla Settimana Coppi&Bartali e al Tour of the Alps ma soprattutto con la bellissima vittoria ottenuta al Giro dell’Appennino. Un bel viatico per il classe 1994 della Bardiani, che lo scorso anno non poté esprimersi al meglio dopo aver subito un intervento chirurgico per risolvere un’anomalia cardiaca. Quando i presupposti erano dei migliori, ecco che una brutta caduta occorsagli a pochi giorni dal via da Gerusalemme l’ha costretto ad una nuova partenza ad handicap: nulla di rotto fortunatamente ma ovvi disagi nello smaltire le botte (soprattutto ad una mano) nella prima settimana di corsa. Classifica sacrificata fin da subito sulla strada verso Eilat e testa alle successive giornate, alla ricerca principalmente del successo di tappa.

La discreta prova sull’Etna è stata indice di una condizione che stava tornando finalmente buona, cosicché una buona prestazione nelle tappe abruzzesi diventava l’obiettivo primario nel breve termine: effettivamente nell’impegnativo finale di Campo Imperatore abbiamo visto un Ciccone combattivo, tra i pochi a provare a sparigliare le carte tra i big, salvo scontrarsi con la verve dei Mitchelton-Scott e il fastidioso vento contrario nel finale, che gli hanno portato in dote un comunque non disprezzabile decimo posto. La successiva lunga giornata verso Gualdo Tadino, che l’ha visto onorare alla grande il GPM di Rigopiano (in proposito: l’abruzzese è stato l’unico atleta presente della delegazione del Giro, recatasi ad onorare le vittime della sciagura dello scorso anno) e vincere anche il successivo a Bruzzolana ha aperto una nuova fase del suo Giro d’Italia: puntare a vincere una tappa o cercare di raccattare punti per la maglia blu?

Il dilemma si è trascinato per tutto il resto della corsa rosa, in cui il teatino ha alternato giornate d’apprendistato nel gruppo dei big (come sullo Zoncolan, dov’è giunto 20esimo) ad altre alla garibaldina (come quella verso Sappada, in cui ha racimolato un buon gap di punti sui GPM, che gli hanno consentito di prendere in prestito da Simon Yates la maglia blu). Le ultime frazioni, che mettevano in palio il maggior numero di punti, prevedevano indubbiamente una programmazione oculata, in cui scegliere con estrema cura la tappa in cui giocare le proprie carte: col senno di poi, quella di Prato Nevoso ha rappresentato la vera occasione mancata, sia per provare a giocarsi la tappa (anche se contrastare Schachmann sarebbe stata impresa ardua per chiunque), sia per ottenere qualche importante punto in attesa del gran finale. Posto che l’azione di Froome ha scombinato i piani di molti, la tappa odierna ha così rappresentato l’ultima spiaggia, in considerazione del fatto che uno Yates allo stremo delle forze non avrebbe cercato di riappropriarsi della maglia blu.

Il passaggio in vetta sullo Tsecore sembrava mettere la giornata sui binari giusti, finché a guastare definitivamente i piani di Ciccone ci si è messo lo scatenato Mikel Nieve di quest’oggi: l’azione dell’esperto atleta basco sul Saint Pantaleon ha finito con lo sbrindellare il drappello dei fuggitivi, lanciandolo verso un successo di tappa pressoché annunciato, rendendo così vano qualsiasi inseguimento. Tanto più che anche l’azione dell’austriaco Grossschartner, sviluppatasi sulla seconda ascesa e che ha tolto preziosi punti all’abruzzese, ha chiuso di fatto ogni discorso sulle sue ambiziosi. A Ciccone è rimasta così comunque la miglior prestazione offerta in questo Giro, con il quarto posto di tappa a 3’45” da Nieve ma con un pizzico di rammarico per un obiettivo che, Froome permettendo (la maglia azzurra dell’anglo-kenyano è stata diretta conseguenza dell’impresa di ieri, che l’ha portato a scollinare per primo su tutti i GPM dal Finestre in poi), poteva apparire alla portata. In futuro sarebbe bello poter vedere Giulio, a cui il coraggio di attaccare non manca nelle giornate in cui è maggiormente in palla, finalmente poter concretamente lottare anche per un buon piazzamento in classifica, dato anche il necessario ricambio generazionale di cui il nostro paese ha bisogno. Non è escluso, viste anche le voci d’interessamento d’importanti formazioni World Tour nei suoi confronti, che questo non possa avvenire già dalla prossima edizione.

Menzione finale per Gianluca Brambilla: l’atleta veneto d’origine lombarda della Trek-Segafredo ha cercato in tutti i modi di trovare la giornata ideale per lasciare il segno, dopo una parte iniziale di Giro segnata da cadute e problemi fisici. Proprio quest’oggi, nell’ultima occasione, lo si è visto finalmente buon protagonista, anche se anche per lui il passo di Nieve si è rivelato insostenibile fin dal Saint Pantaléon. Il quinto posto di tappa nell’azione a lunga gittata gli ha però permesso di risalire fino alla 19esima posizione (unico altro atleta italiano in top 20), piccola consolazione in una corsa rosa per lui ben poco memorabile.

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