Il podio del Giro Under 23 2018 con Alexander Vlasov tra Joao Almeida e Robert Stannard © Foto Isolapress
Il podio del Giro Under 23 2018 con Alexander Vlasov tra Joao Almeida e Robert Stannard © Foto Isolapress

Vlasov, un trionfo di solidità

Il russo prende la maglia al mattino e conquista il Giro nella cronometro. Sul podio Almeida e Stannard (che vince la crono). Prima semitappa a Dainese

Quando ieri, alla conclusione della tappa di Asiago, ci eravamo lanciati in una previsione oggettiva dopo una corsa che non smetteva di regalare quotidianamente emozioni, indicando il russo Alexander Vlasov come il grande favorito per il successo finale, in virtù dei soli 8″ di distacco dalla vetta, non lo facevamo solamente nella prospettiva di ciò che l’innovativa ultima giornata di gara avrebbe poi proposto. Il fatto che il classe 1996 della Gazprom sia arrivato nella forma migliore nel momento di gara in cui maggiormente sarebbe stato necessario è stata solo un’ulteriore dimostrazione del fatto che il godere di maggiore esperienza e fondo rispetto ai propri avversari può fare realmente la differenza.

Certo, per primeggiare in una corsa a tappe oltre alla bravura occorre sempre anche molta fortuna e la capacità di sfruttare sia lo stato umorale degli avversari sia condotte tattiche non proprio esemplari (quanto dovrà rimpiangere questa edizione la nazionale colombiana!) ma questo fa parte del gioco. Così come la capacità di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto (il piglio dato dalla nazionale russa alla semitappa del mattino era già indicativo di come sarebbero potute andare le cose, al netto delle sfighe altrui).

La solidità premia il russo Vlasov, per colombiani e britannici gioie e rimpianti
Probabilmente Vlasov non avrà rubato completamente l’occhio agli appassionati, con quella sua militanza nella Gazprom (quindi professionismo a tutti gli effetti) che avrà fatto pure storcere il naso a più di un osservatore ma alla fine si è dimostrato l’atleta più solido ammirato in questo Giro Under 23 2018, succedendo nell’albo d’oro a quel Pavel Sivakov oggi professionista nel Team Sky e che gode di considerazione da predestinato. Due vittorie russe negli anni in cui il Giro Under è rinato costituiscono un mero dato statistico, dal momento in cui sono ormai lontani i tempi in cui l’allora Unione Sovietica veniva a fare man bassa di trionfi sulle nostre strade. L’Italia però resta sempre uno spartiacque cruciale per la carriera degli atleti dell’Est, fornendo comunque una base d’esperienze importante: come già ricordato Alexander Vlasov ha trascorso una cospicua fase di dilettantismo nel nostro Paese (fino allo scorso anno militava nella Viris Maserati) ed ha avuto conoscenza ben dettagliata delle nostre strade prendendo parte anche a corse come Tirreno-Adriatico, Tour of the Alps e Milano-Sanremo.

Di contro, possiamo essere certi che non tutti gli avversari diretti possano affermare di tornare a casa pienamente soddisfatti da questa edizione: la Colombia ha dato quasi quotidianamente prova di poter fare e disfare la corsa a proprio piacimento e se la caduta di stamane che ha, di fatto, estromesso definitivamente Alejandro Osorio dalla decisiva lotta per la maglia rosa può rientrare nella voce “sfortuna”, situazioni tattiche spettacolari da un lato ma semiscriteriate dall’altro (la lunga fuga di Cristián Muñoz nella tappa di Dimaro sta a dimostrarlo) potevano suggerire un po’ più di prudenza, leggendola alla lunga. Così pure l’azione dello stesso Muñoz assieme a Rubio nella giornata di ieri, che sembrava poter essere fatto in funzione di un veemente attacco di Osorio verso Foza, ha di fatto favorito più le ambizioni di Vlasov (che pure si è speso nell’azione) che quelle dell’antioqueno, con il russo riavvicinatosi tantissimo alla vetta.

Così come in chiaroscuro è stato il rendimento dei più interessanti prospetti britannici: se per Mark Donovan il bilancio è altamente positivo, considerando che parliamo di un ragazzo classe 1999 e quindi alla prima esperienza in una corsa a tappe così importante, qualche recriminazione in più può averla Stephen Williams, considerando che il gallese della SEG Racing ha alternato giornate in cui mostrava splendida brillantezza ad altre in cui la gamba non si mostrava così appariscente, con l’ulteriore pecca della distrazione non da poco nella tappa di Pergine Valsugana che gli è costata il primato. Per quanto riguarda gli italiani rimandiamo il giudizio più avanti nell’articolo.

Cronometro “Real Time”: un esperimento interessante da valutare ancora in futuro

Venendo invece ad un giudizio globale sulla gara, se Marco Selleri e Davide Cassani volevano grande spettacolo sulle strade nostrane, sono stati ampiamente accontentati, in quanto l’edizione 2018 potrà essere ricordata come una delle più avvincenti in assoluto nella storia del Giro d’Italia Under 23. Dopo i notevoli capovolgimenti di fronte delle scorse giornate, restava solamente un ultimo banco di prova, sicuramente il più suggestivo di tutti: la disputa della cronometro “Real Time”, in cui i primi 15 atleti della classifica generale avrebbero preso il via tenendo conto del distacco reale in classifica e non quindi della tradizionale suddivisione con partenze separate da tempi identici per ognuno (cosa avvenuta invece, con la consueta formula inversa dall’ultimo al 16esimo in classifica).

A conti fatti possiamo dire che l’esperimento si è rivelato interessante, in quanto anche a livello televisivo la prova regala quella giusta suspence capace di tenere incollati gli appassionati fino all’ultimo metro. Dall’altro vi sono alcuni aspetti che andranno ulteriormente valutati, ovvero la possibilità o meno di prendere la scia dell’avversario diretto (consentita negli ultimi 2 chilometri, in cui c’era da affrontare la dura ascesa al muro di Ca’ del Poggio, ma vietata per il resto della prova odierna) ed il fatto se una simile prova non finisca per avvantaggiare ancor di più coloro dotati di migliori doti sul passo, a danno degli scalatori, come hanno testimoniato le strepitose prove dell’australiano Robert Stannard e del portoghese Joao Almeida, che hanno permesso ad entrambi di chiudere sul podio finale del Giro. Con ulteriori valutazioni quindi, si potrebbe pensare all’opportunità di riservare una simile novità anche in qualche imporante contesto professionistico, per il momento ci possiamo limitare a dire che il debutto non è stato affatto malvagio. A questo punto, dopo la lunga e doverosa premessa, si può lasciare spazio alla cronaca degli eventi.

Al mattino trionfa Dainese. Osorio cade, Vlasov va in rosa
I giochi si sono aperti in mattinata con la prima semitappa di 72,8 chilometri da Conegliano Veneto a Valdobbiadene. Alcune defezioni si sono registrate alla partenza, con vari atleti che non hanno preso il via (il nome più altisonante è quello del belga Jasper Philipsen, vincitore a Mornico al Serio) mentre il campione italiano Matteo Moschetti ha alzato bandiera bianca strada facendo. Dopo i primi chilometri si è sviluppata l’azione caratterizzante della semitappa: al comando si sono ritrovati Edoardo Francesco Faresin (Zalf), lo svizzero Gino Mader (IAM), l’australiano Michael Rice (Hagens Berman), Gabriel Cullaigh (Team Wiggins), il belga Bert Van Moer (Lotto Soudal) e in seconda battuta anche lo spagnolo Roger Adriá (Equipo Lizarte).

Il sestetto ha guadagnato fino a 1’40” nei confronti del gruppo, superando le ascese di San Daniele e Combai (su cui sono transitati per primi rispettivamente Mader e Adriá e dove Faresin ha racimolato i punti necessari per impossessarsi nuovamente della maglia verde), prima che ci fosse la veemente reazione del gruppo, provocata prima dal tentativo di una decina di atleti (tra cui anche il britannico Donovan) e poi dalla reazione della nazionale colombiana e dal buon lavoro della Russia. Dopo una stilettata di Mattia Bais e quando ormai s’iniziavano a preparare le operazioni per lo sprint, ecco l’ennesimo colpo di scena che ha sparigliato completamente le carte: una caduta generale ha visto finire a terra vari atleti, il più malconcio dei quali è stato lo statunitense William Barta (ottavo in classifica generale alla partenza), costretto ad abbandonare la corsa a causa della frattura del femore. Tra i coinvolti però non vi sono stati possibili protagonisti dello sprint come Lonardi ma anche la maglia rosa Alejandro Osorio, rialzatosi dolorante e costretto ad inseguire, così come altri tre atleti presenti nella top ten come il portoghese Joao Almeida, l’altro colombiano Cristián Muñoz e l’emiliano Luca Covili.

Non c’è stato però tempo per il gruppo di attendere chicchessia, poiché si era già ormai proiettati velocemente verso lo sprint finale: il padovano Alberto Dainese, l’atleta della Zalf che avrebbe dovuto aiutare Lonardi nello sprint, è partito con un lungo sprint e il suo spunto si è rivelato irresistibile per tutti, consentendogli di centrare la quarta affermazione stagionale. Seconda posizione per l’abruzzese Francesco Di Felice del Delio Gallina, a cui la vittoria continua a sfuggire ma che continua a dare prova di una buonissima costanza, oltre ad essere stato protagonista anche di azioni da lontano in questo Giro. Terza posizione per il belga Julian Mertens (Lotto Soudal) davanti all’irlandese Mark Downing (Team Wiggins), quindi un terzetto azzurro costituito da Nicholas Dalla Valle (Colpack), Tommaso Fiaschi (Mastromarco) e Alexander Konyshev (Team Hopplà). A chiudere la top ten il francese Mathieu Burgaudeau (Vendée U), lo statunitense Sean Bennett (Hagens Berman) e uno Stephen Williams (SEG Racing) riuscito a restare fuori dai guai.

A quel punto non è rimasto che osservare il cronometro per vedere chi aveva pagato il dazio più pesante in termini cronometrici: Cristián Muñoz e Almeida hanno accusato 50″, Covili 1’13” mentre la maglia rosa Osorio ha lasciato sulla strada 1’26”, che hanno costituito una durissima botta nel morale ancor prima che nel fisico. Le insegne del primato sono così passate sulle spalle del russo Alexander Vlasov, presentatosi al via della decisiva semitappa a cronometro con 15″ su Donovan, 1’12” su Williams, 1’18” su Osorio, 1’43” su Muñoz, 1’48” su Almeida e 2’05” su Robert Stannard.

Nel pomeriggio si chiudono i giochi con la cronometro. Vlasov controlla subito agevolmente
Ad emettere il giudizio supremo sulle sorti della gara restava quindi la prova a cronometro “Real Time” per i primi 15 atleti della generale, chiamati a confrontarsi lungo i 22,4 chilometri di un tracciato particolarmente insidioso, con strappi secchi e discese che chiamavano gli atleti a rilanci d’andatura, prima della conclusione sull’ormai celebre erta di Ca’ del Poggio, in cui la pendenza raggiunge una punta massima del 18%. Nel momento in cui è andata in scena la gara tradizionale, la miglior prestazione è stata quella del campione del mondo di specialità Mikkel Bjerg (che in mattinata aveva espresso alla stampa le sue perplessità sulla formula di questa cronometro), che col tempo di 29’56” si è installato in testa alla classifica, riuscendo a far meglio sia del sudafricano Stefan De Bod che dei nostri Edoardo Affini e Matteo Sobrero, autori entrambi di un’ottima prova.

Alle 17.05 però il proscenio è stato tutto per la decisiva sfida per il successo finale: Alexander Vlasov è stato il primo a partire, seguito dopo 15″ da Donovan, dopo 1’12” da Williams e via via da tutti gli altri atleti coinvolti nella lotta al primato. L’atleta russo è partito subito con ottimo piglio nel tratto di discesa iniziale e nel tratto pianeggiante che precedeva il primo tratto in salita verso Manzana, riuscendo subito ad aggiungere ulteriori 7″ (che portavano a 22″ quello reale) nei confronti di Donovan, portando subito la situazione a proprio favore. Cronometro subito difficile invece per il colombiano Cristián Muñoz, che dopo essersi visto subito saltato dal portoghese Almeida (al via c’erano appena 5″ tra i due), ha subito anche il sorpasso di un Robert Stannard deciso a giocarsi veramente il tutto per tutto nella prova a lui più congeniale.

Il vantaggio sale verso Confin, uno scatenato Stannard entra in zona podio
Esaurita la prima metà di gara, il tracciato proponeva il secondo punto cruciale nello strappo di Confin, con pendenze attorno al 10%, verso il quale il vantaggio di Alexander Vlasov si è fatto sempre più consistente nei confronti di Donovan, passando dai 38″ ai -11 agli oltre 50″ nel tratto in salita, in cui il britannico iniziava ad accusare lo sforzo sia fisico, sia soprattutto mentale, come hanno dimostrato alcune titubanze mostrate nei tratti di discesa.
Alle loro spalle si faceva invece assolutamente appassionante la lotta per il podio e le altre posizioni: dopo l’ottima partenza, Joao Almeida (penalizzato anch’egli dalla caduta del mattino, occorre ricordarlo), è riuscito a recuperare il gap sia nei confronti di Alejandro Osorio che di Stephen Williams, riuscendo a sopravanzare entrambi. Di lì a poco però sia il colombiano che il britannico hanno dovuto fare i conti anche con la strepitosa verve dell’australiano Stannard che, bardato di rosso con la maglia della classifica a punti, ha preso e staccato entrambi, andando a mettere decisamente nel mirino Almeida. Anche il portoghese nulla ha potuto in quei frangenti contro la strapotenza dell’atleta della Mitchelton-Scott, riuscito a riprenderlo ai -6 dall’arrivo e con il trend in crescita anche nei confronti di Donovan.


Stannard si prende cronometro e podio, Vlasov vince il Giro. Bene Covi

L’azione di Vlasov è proseguita costante fino ai 2 chilometri dall’arrivo, quando il margine su Mark Donovan era ancora ampiamente rassicurante (circa 57″ i secondi di vantaggio). Il russo ha poi cominciato ad accusare la stanchezza nel momento in cui tra lui e il traguardo restavano solo le pendenze più impegnative del Ca’ del Poggio: in particolare ai 500 metri dal traguardo, la sua azione si è fatta molto più scomposta ma non ha creato eccessivo allarme e gli ha così consentito di gestire al meglio gli ultimi metri, che hanno sancito l’affermazione finale nel Giro.

Emozioni a non finire ha riservato invece la lotta per i restanti gradini del podio: Donovan ha infatti iniziato a soffrire decisamente la stanchezza sulle prime rampe del Muro e si è visto piombare di gran carriera uno Stannard letteralmente scatenato, che a quel punto aveva la concreta possibilità di conquistare anche la piazza d’onore. A frapporsi però tra i suoi propositi è stato però un indomito Joao Almeida, rimasto a breve distanza dall’australiano, che ha reagito con grande veemenza sulle più congeniali rampe di Ca’ del Poggio (del resto in stagione ha già conquistato la Liegi U23): mentre l’esausto Donovan veniva preso e staccato, il portoghese e l’aussie hanno dato vita ad un emozionantissimo duello per il secondo posto della generale, che ha visto prevalere la maggior esplosività di Almeida. Per Stannard comunque il 29’25” fatto segnare sul traguardo ha rappresentato la miglior prestazione assoluta e gli ha così regalato almeno il successo parziale di tappa.

Dietro di loro, dopo l’arrivo di Donovan, lotta fino all’ultimo metro anche tra Stephen Williams e un bravissimo Alejandro Osorio (autore di una bella prova considerate le botte rimediate nella caduta del mattino), con il gallese che ha prevalso per un soffio allo sprint. Quindi è stato il turno dell’altro colombiano Cristián Muñoz e poi sono finalmente giunte le note liete per i colori italiani: Alessandro Covi, scattato in 11esima posizione, è riuscito a rimontare i tre atleti che lo precedevano nella partenza, vale a dire il kazako Natarov, il colombiano Saenz e il lussemburghese Ries, chiudendo con un buon ottavo posto.

L’ordine d’arrivo della cronometro ha quindi sancito il successo di Robert Stannard con 11″ su Joao Almeida, 31″ sull’iridato di specialità Mikkel Bjerg, 59″ sul sudafricano Stefan De Bod, 1’07” su un ancora bravissimo Edoardo Affini, 1’08” su Matteo Sobrero, 1’13” su Alexander Vlasov, 1’19” sullo statunitense Sean Bennett, 1’42” su Alessandro Covi e 1’52” su Alejandro Osorio.

Almeida e Stannard completano il podio, Covi (8°) il miglior italiano
Alexander Vlasov è pertanto il vincitore della 41esima edizione del Giro d’Italia Under 23, con la classifica finale che lo vede precedere di 46″ Joao Almeida e di 52″ Robert Stannard, entrambi premiati dalla superlativa prova nella cronometro conclusiva. Ha chiuso invece in quarta posizione, con un distacco di 1’03”, l’interessantissimo Mark Donovan che ha disputato una gara di grande spessore al suo esordio sulle strade del Giro. Quinto posto a 1’56” per Stephen Williams, riuscito ad avere la meglio per appena un secondo su Alejandro Osorio, la cui posizione finale non rende pienamente giustizia alla corsa rosa disputata, peraltro condizionata dalla caduta nell’ultima giornata.

Decisamente più staccato il connazionale Cristián Muñoz, distanziato di 3’22” mentre l’Italia è riuscita in extremis a portare un proprio atleta in top ten grazie all’ottima cronometro di Alessandro Covi, che ha permesso al varesino di chiudere in ottava posizione a 6’28”. A chiudere la top 10 il lussemburghese Michel Ries (9° a 6’32”) e il kazako Yuriy Natarov (10° a 6’35”). È invece sfumata invece solo nell’ultima giornata la possibilità di chiudere tra i primi 10 per Luca Covili: l’emiliano, caduto al mattino, è scivolato in 12esima posizione e lì è rimasto anche al termine della crono, chiudendo con un ritardo di 8’11”. Chiusura tra i primi 20 anche per Matteo Bellia (19esimo a 13’40”) e Alberto Giuriato (20esimo a 16’45”).

Grazie alla splendida prova contro il tempo, Joao Almeida ha conquistato anche la maglia bianca di miglior giovane (essendo un classe 1998) mentre Robert Stannard ha fatto sua la maglia rossa della classifica a punti. Soddisfazioni parziali per l’Italia sono invece giunte dalla classifica dell’Intergiro, vinta dall’umbro Michele Corradini mentre la fuga del mattino è stata decisiva per il figlio d’arte Edoardo Francesco Faresin, che con i punti incamerati si è aggiudicato la maglia verde di miglior scalatore. In ultima posizione, con un ritardo di 2 ore 59’58” ha concluso il velocista veronese Gianmarco Begnoni, bravo a resistere fino alla fine in una corsa particolarmente ostica per i non scalatori e riuscito così a portare a casa la maglia nera.

Per l’Italia si chiude un Giro tra luci e ombre
Cosa dire quindi sul comportamento degli atleti italiani in questa edizione? Sicuramente il bilancio è senza dubbio in attivo sotto il profilo dei successi rispetto all’edizione 2017: all’unica affermazione di Francesco Romano si sono contrapposte la vittoria (con annessa prima maglia rosa) di Edoardo Affini a Forlì e le due affermazioni allo sprint, giunte ad opera di Giovanni Lonardi sempre a Forlì nella prima tappa in linea e da Alberto Dainese nella semitappa inaugurale di oggi, così come sono state le classifiche parziali a dare le maggiori soddisfazioni, in virtù della condotta garibaldina mostrata sia da Corradini che da Faresin, capaci di fare delle rispettive maglie l’obiettivo primario della propria corsa. È invece mancato l’acuto tricolore di Matteo Moschetti, protagonista di una primavera strepitosa (con futuro in Trek già assicurato) ma non riuscito a trovare lo spunto migliore sulle strade del Giro, pur essendo stato protagonista di alcune buone prove (la riammissione causa fuori tempo massimo dopo la tappa di Pergine Valsugana lo ha invece estromesso definitivamente dalla lotta per la conquista della maglia rossa).

Sotto il profilo della classifica generale invece, non si può partire da un dato di fatto: i nostri atleti sono ancora particolarmente lontani dalle prestazioni offerte dai loro colleghi e pari età stranieri, abituati già nel corso dell’annata al costante confronto con realtà professionistiche anche di buon livello (il paragone con la stagione di Vlasov poi è particolarmente eloquente ma si tratta di un caso a parte). Il Giro Under 23 ha senza dubbio riportato un confronto che da troppo tempo mancava su queste strade ma urge trovare al più presto un confronto sempre più internazionale e adeguato, che potrebbe passare anche dal ripristino di vecchie nobili corse a tappe decadute del nostro territorio (come ad esempio il Giro delle Pesche Nettarine e il Giro delle Valli Cuneesi).

L’ottava posizione finale di un atleta talentuoso come Covi, con un passato da ciclocrossista e con caratteristiche che potrebbero farne molto più di un atleta da grandi giri (molto veloce allo sprint, esplosivo sugli strappi), rappresenta una delle più fulgide speranze, lì dove per atleti come Luca Covili servirebbe quel salto di qualità necessario per poter concretamente recitare un ruolo da protagonista in simili contesti, visto che l’emiliano tende a dare il meglio nella parte finale delle corse a tappe a cui partecipa. Così come in futuro molto ci si attende da Andrea Bagioli, assente in questo Giro perché impegnato con gli studi, e da Alessandro Monaco, con il pugliese che ha ancora tutto il tempo per riscattare una corsa ben poco memorabile. Restano poi anche le belle prestazioni di Aldo Caiati, atleta Zalf che rappresenta il prototipo dello scalatore puro. La materia prima non manca, a ben vedere, ma occorre prepararla adeguatamente a simili palcoscenici che costituiscono solamente una tappa d’avvicinamento a quello che, per alcuni, sarà poi il mondo professionistico. Un mondo in cui l’Italia ha urgente bisogno di trovare gli eredi di Vincenzo Nibali, Fabio Aru e Domenico Pozzovivo.

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