L'emozionante vittoria di John Degenkolb a Roubaix © Tour de France
L'emozionante vittoria di John Degenkolb a Roubaix © Tour de France

Tutti giù per terra… poi tutti in piedi per Degenkolb!

Il tedesco s’invola con Van Avermaet e Lampaert e li batte allo sprint: sua la tappa di Roubaix al Tour de France. Tantissime cadute, Porte ritirato

John Degenkolb è un corridore molto onesto. Un uomo amabile. Un ragazzo ammirato da tutti, possiamo dire. Lui è il primo a sapere, e ad ammettere, di non essere più il Degenkolb che era stato fino al gennaio del 2016, quando in Spagna venne investito in allenamento, quasi perse un dito, e poi dovette passare da una lunga riabilitazione e però quel colpo di pedale di prima, della Sanremo vinta e della Roubaix, e delle tappe conquistate nei GT, non lo ritrovò più. Forse non ritrovò più neanche la convinzione che aveva avuto in avvio di carriera.

Oggi John Degenkolb, che affettuosamente ribattezzammo Deggy, ha vinto. A Roubaix e al Tour allo stesso tempo: un successo più simbolico, significativo, rappresentativo, sarebbe stato difficile immaginarlo per lui. Ma è il segno che ogni tanto qualcosa di buono capita a chi è meritevole. Un Degenkolb quasi affranto confessava ai microfoni dopo la tappa che aveva una dedica importante dentro, da un anno, dalla scomparsa di un suo caro amico, e la doveva fare, e doveva farla su un palcoscenico importante. Oggi è stato il giorno di quel palcoscenico, di quel successo atteso, di quella dedica.

Degenkolb ha vinto la tappa più interessante fin qui disputata al Tour de France 2018 (non che ci volesse tanto…), ha vinto la cosiddetta miniRoubaix, che non è stata bella come una Roubaix vera, che è stata troppo soleggiata e calda e polverosa per lasciare una traccia profonda nell’immaginario collettivo (quella del 2014, invece…!), che ha visto tantissime cadute da cui è stata certo condizionata ma – a conti fatti – non più di tanto, se escludiamo il pur pesante ritiro di Porte e il ritardo (comunque non esagerato) di Urán.

È stata una tappa intrigante, in cui si è giocato la vittoria chi tra gli specialisti ha trovato il tempo giusto per l’attacco (con Degenkolb si sono mossi la maglia gialla Greg Van Avermaet e l’iniziatore Yves Lampaert, non casuale campione nazionale belga), e in cui ha perso chi ha temporeggiato troppo, da Sagan a Gilbert. Una tappa però in cui anche tra gli uomini di classifica sarebbe stato lecito attendersi un po’ di battaglia in più. Più coraggio, più qualcosa. Qualcosa che è mancato, onestamente.

Perché se quel qualcosa ci fosse stato, non sarebbe stato facile per un protagonista della generale come Bardet perdere solo 7″ dopo aver forato tre volte. Ed è solo un esempio. La Quick-Step Floors aveva tutte le carte in regola per distruggere la corsa già da 100 km al traguardo, in favore di Bob Jungels, ma s’è guardata bene dall’osare tanto: evidentemente non crede così tanto nel suo capitano.

La Sky avrebbe certo potuto far di più, ma ha prevalso lo spirito conservativo (e forse le polveri sono risultate bagnate da qualche caduta di troppo, tra Moscon, Kwiatkowski e lo stesso Froome andati per terra); lo stesso possiamo dire della Sunweb, con un Dumoulin che non ha sfruttato una delle occasioni per lui nel percorso del Tour 2018. Buon per chi già in partenza sapeva di doversi difendere. I Bardet, i Landa, i Daniel Martin, i Quintana forse. Maluccio per gli altri, per i quali la giornata si risolve con una gran faticata, ma senza guadagni di sorta.

Paragrafo (capitolo sarebbe troppo, in questo caso) Vincenzo Nibali: lo Squalo è rimasto probabilmente scottato dal restare attardato in occasione di una caduta (non sua) a 70 km dalla fine, per cui una volta annullato il gap rispetto ad altri rivali di classifica (Froome e Quintana su tutti), ha svolto il compitino fino alla fine, optando per una corsa conservativa che è stata agli antipodi dello show del ’14, ma pure dei tentativi (vani) del ’15. Avrà – si spera, si crede – altre carte da giocarsi nelle tappe di montagna. Non può che essere così, diremo con aristotelica pervicacia…

 

Il dramma di Porte. L’ennesimo
L’elenco delle disavventure, delle giornate no, degli intoppi in cui è incappato Richie Porte nei grandi giri è lungo così. E oggi si completa di un’ennesima codata della malasorte, anche se sì, sappiamo che se un evento si manifesta n volte, non si può più parlare di semplice sfortuna. Comunque le cose stavolta sono andate così: ancor prima del km 10 della Arras-Roubaix (156.5 km), nona tappa del Tour de France 2018, c’è stata una caduta. Tanti i coinvolti, tra di loro un paio di Lotto Soudal (André Greipel e Jens Keukeleire, rimasti malconci), Maciej Bodnar (Bora-Hansgrohe), Guillaume Martin (Wanty-Groupe Gobert), Alexander Kristoff (UAE Emirates), José Joaquín Rojas (Movistar) e Richie Porte (BMC). Questi ultimi due si sono direttamente ritirati, Porte con una frattura alla clavicola. Fino a quanti anni sarà possibile rinviare alla stagione successiva l’appuntamento col podio? Il tasmaniano purtroppo ne ha già 33, non sarà facile tener vive le ambizioni all’infinito.

Le ambizioni di tanti corridori di seconda fila erano invece più deste che mai in avvio di frazione. L’ultimo vincitore sul pavé al Tour, Tony Martin (Katusha-Alpecin), che s’impose a Cambrai nel 2015, non ha preso il via per una vertebra fratturata in una caduta di ieri. In fuga magari ci sarebbe entrato. È toccato invece ad altri: Damien Gaudin (Direct Énergie) si è mosso per primo al primo chilometro, l’hanno subito seguito il compagno Jérôme Cousin (la D.En. attua sempre questa tattica della plurifuga), Omar Fraile (Astana), Antwan Tolhoek (LottoNL-Jumbo) e Thomas De Gendt (Lotto Soudal), alla prima fuga nel Tour. Spazio per loro.

A seguire, un secondo quintetto si è messo in marcia, destinato a ricongiungersi al primo al km 20: Chad Haga (Sunweb), Olivier Le Gac (Groupama-FDJ), Reinardt Janse van Rensburg (Dimension Data, da qui in avanti RJVR), Nicolas Edet (Cofidis, Solutions Crédits) e un terzo Direct Énergie, Lilian Calméjane, pronto per essere una delle attrazioni della fuga, essendo il più vicino in classifica (4’25”, partiva dalla 40esima posizione). Nelle terre di mezzo son rimasti invece i tardivi Guillaume Van Keirsbulck (Wanty-Groupe Gobert) e Dimitri Claeys (Cofidis), usciti troppo tardi dal gruppo e reinglobati dal medesimo dopo il km 30, quando il margine dei 10 battistrada aveva raggiunto la sua dimensione fisiologica di 3’40”, misura intorno a cui sarebbe oscillato per un bel po’ di chilometri di lì in avanti.

 

Bardet, fioritura di forature
Non solo Porte ha vissuto una giornata dimenticabile, com’era normale che fosse. Tom Dumoulin (Sunweb) ha forato in avvio di tappa e gli è andata ancora bene, niente danni. Antwan Tolhoek invece l’ha fatto sul primo dei 15 settori di pavé, quello di Thun al km 47 (109 dall’arrivo): fine della fuga per lui. Ma sullo stesso punto poco dopo, al passaggio del plotone, è rimasto con la gomma a terra uno dei superbig: Romain Bardet.

Il capitano dell’AG2R La Mondiale si è fatto dare la ruota dal compagno Alexis Vuillermoz, poi l’hanno aiutato Silvan Dillier e Mathias Frank, poi ha cambiato proprio bici, quindi ci si è messo pure Roger Latour a tirarlo, e infine è riuscito a rientrare in gruppo dopo aver avuto anche un minuto di ritardo. Buon per lui che il plotone, in quel frangente, non si stesse tirando il collo, tra una tirata della BMC e una della Bora, ma tutte piuttosto timide e atte non certo a spaccare la corsa, ma a tenere i capitani davanti.

Dopo un po’ Bardet ha ricambiato bici, ma i suoi problemi per la giornata non erano certo finiti, come vedremo.

 

Pavé e cadute in sequenza continua
Una foratura (senza conseguenze) per Ilnur Zakarin (Katusha), e poi via con un settore di pavé dietro l’altro. E via anche una caduta dietro l’altra, anche se non tutte sui sassi. Per esempio ai -85 Dylan Groenewegen (LottoNL-Jumbo), e con lui Daniel Oss (Bora), Laurens Ten Dam e Simon Geschke (Sunweb), sono caduti sull’asfalto. Molto ammaccato il veloce olandese, che comunque è ripartito. Poco dopo è andato giù Egan Bernal (Sky), in curva, e lì è di fatto finita la sua tappa e insieme la sua classifica, visto che al traguardo avrebbe poi pagato 16’09”.

Nulla in confronto con quanto sarebbe avvenuto qualche chilometro più avanti: sul settore 12, da Warlaing a Brillon ai -70, una grossa caduta nelle prime posizioni ha spezzato nettamente il gruppo. Tra quelli andati giù, Zakarin e Jakob Fuglsang (Astana), ma quel che conta è che tanti altri son rimasti attardati, intruppati dietro. Tra questi Vincenzo Nibali, che in effetti era in posizione troppo arretrata al momento. Sunweb (ottimo Tom Dumoulin), Sky (in grande spolvero un po’ tutti) e Quick-Step hanno lavorato, soprattutto gli uomini di Froome, pancia a terra per tenere a distanza tutti quelli che si erano staccati. Davanti c’erano anche Bardet, tutti i Movistar, un discretoo Steven Kruijswijk (LottoNL), Bauke Mollema (Trek-Segafredo).

Dietro, oltre a Nibali, anche Rigoberto Urán (EF Education First-Drapac), Adam Yates (Mitchelton-Scott), Daniel Martin (UAE), per restare agli uomini di classifica. Fortunatamente per gli inseguitori, i componenti del gruppetto Froome si sono un po’ disuniti sul pavé di Sars-et-Rosières, e in meno di 10 km il ricongiungimento si è potuto celebrare.

Ancor più indietro erano Rafal Majka (Bora) e Zakarin, oltre a Fuglsang che dopo la caduta aveva perso molto tempo per problemi meccanici. Ad ogni buon conto, anche questi ritardatari si sono rifatti sotto; e quando Michael Schär ha riportato dentro Tejay Van Garderen (erede dei gradi di uomo di classifica per la BMC dopo il ritiro di Porte) ai -55, si poteva dire che tutti erano ormai di nuovo insieme, e la corsa poteva ripartire per nuovi orizzonti.

 

I primi attacchi seri, la seconda foratura di Bardet
A poco più di 50 dalla fine, con la fuga (dalla quale si era staccato Le Gac, mentre Cousin faceva l’elastico) con ancora un paio di minuti di margine, era anche l’ora che i big del pavé entrassero in scena. A proposito di entrate: tremenda quella di Sonny Colbrelli (Bahrain) e il recidivo Tejay sul settore 9 di pavé, da Auchy a Bersée, scivolati entrambi. Sullo stesso settore, finalmente Greg Van Avermaet ha saggiato per la prima volta le forze in campo, con un affondo dei suoi: un forcing che è bastato per spezzettare il gruppo in tante particelle: a ruota della maglia gialla, un altro boiardo del pavé, Jasper Stuyven (Trek), e l’ineffabile Fuglsang; ma poi la Sky ha ricucito.

La campana ha suonato invece di nuovo per Romain Bardet, che ha forato per la seconda volta: Silvan Dillier (secondo all’ultima Roubaix) gli ha dato la ruota, Alexis Vuillermoz l’ha trainato per un po’, ma il francesino s’è ritrovato in breve a quasi un minuto dal gruppo buono. Ma la situazione era in evoluzione.

All’imbocco del successivo pavé (nientemeno che il Mons-en-Pévèle), un classico: la caduta (cosa pensavate?). Stavolta ad andare giù è stato addirittura Chris Froome, abbattuto dal compagno Gianni Moscon scivolatogli davanti. Ma nessun danno per il britannico, senonché come sempre in questi casi il gruppo si è frazionato. Davanti stavolta è rimasto Nibali, con Quintana e Thomas tra gli altri; dietro con Froome c’erano Dumoulin, Urán e Yates; Bardet sempre il più staccato di tutti, ma con un Oliver Naesen nel motore.

Un breve tentativo di Philippe Gilbert tampinato da Sagan, un allungo del positivo Fernando Gaviria (sempre di Quick-Step si parla) ai -44, una trenata dei Movistar, ma ecco che ai -42 il gruppetto di Froome ha chiuso sul drappello che lo precedeva. Il distacco massimo era stato di 20″, ma certo si è trattato di momenti di alta tensione per il campione uscente della Boucle. Bardet si trovava ancora a 40″ di distanza, ai fuggitivi restava invece un minutino sul gruppo dei big.

 

Grossi guai per Landa e Urán
L’Astana di Fuglsang ha rilevato la Movistar in testa al drappello, mentre tra i fuggitivi finiva ogni accordo e ai -38 se ne andavano Janse van Rensburg e l’immancabile (stando sul pavé) Gaudin. Sul settore 6, quello di Pont-Thibault, è toccato a Michal Kwiatkowski (Sky) partire per la tangente, scivolando in entrata, quindi Fuglsang ha cercato di finalizzare il lavoro dei suoi, partendo a tutta e ritrovandosi con Froome a ruota. Nulla di fatto. Allora ci ha riprovato Gilbert, e di nuovo Sagan è andato a stopparlo, poi uscendo dal settore il vallone ha forato, lo slovacco ha rilanciato solo per un attimo, e Van Avermaet ha riportato tutti sotto.

Dopodiché sono stati ripresi quasi tutti gli ex fuggitivi, coi soli RJVR e Gaudin rimasti al comando con 40″ di margine, e ai -32, sull’asfalto, un clamoroso capitombolo ha visto protagonista Mikel Landa: il co-capitano della Movistar si accingeva a bere dalla borraccia, e tenendo il manubrio con una sola mano ha preso un tombino (o qualcosa del genere) e ha perso il controllo della bici, cadendo pesantemente. Paura per lui, ma Landa si è rialzato e ha ripreso; certo, aveva ora il problema di recuperare sui migliori.

Migliori il cui gruppo continuava a essere bucherellato qua e là da scivoloni su pavé e dintorni, talmente tanti da perdere il conto. Sul Moulin de Vertain, settore 5, è caduto tra gli altri Urán, poi la catena l’ha abbandonato, ed è stato ulteriore svantaggio da recuperare. Da “provare a recuperare”, per meglio dire, con l’aiuto dei suoi paveari di fiducia, da Sep Vanmarcke a Tom Scully a Taylor Phinney. Non avrebbero avuto fortuna, Rigo e i suoi.

 

A Camphin-en-Pévèle parte l’azione decisiva
Meglio sarebbe andata a Bardet, decisamente: il suo gruppetto ha raccattato via via altri corridori attardati da cadute e intoppi meccanici vari, con lui a un certo punto si son ritrovati Daniel Martin e pure Yates, e proprio la presenza di Adam con la sua guardia imperiale (se hai sul pavé gente come Luke Durbridge o Mathew Hayman a tirare per te…) ha favorito il rientro del drappello su Van Avermaet e gli altri: aggancio riuscito a 27 km dal traguardo. Ma non sarebbero ancora finite le disavventure per il romantico Romain.

La Movistar, nonostante avesse Landa staccato, non ha esitato a tirare prima del settore 4 (Cysoing-Bourghelles ai -24), dato che lì davanti aveva comunque Quintana e Valverde, e soprattuto Don Alejandro stava cominciando a farsi pensierini di vittoria. Era del resto il momento che qualche pretendente al successo di giornata avanzasse la propria candidatura. Il primo è stato Jasper Stuyven, partito proprio sul pavé ai -24, e avviatosi a raggiungere la coppia di testa (quasi scoppiata, con Gaudin che provava a staccare RJVR, ma quest’ultimo che non mollava): ripresi all’uscita dal settore 3, a Wannehain ai -20. Ma poco dopo anche il gruppo è rientrato sul terzetto.

Restava un settore assai difficile, quello di Camphin-en-Pévèle ai -18. E qui ha preso le mosse l’azione decisiva, innescata da Yves Lampaert (Quick-Step) e innervata dall’inserimento di nientemeno che Greg Van Avermaet; e nientemeno che John Degenkolb, per la serie “chi si rivede a Roubaix!”.

Sagan s’è fatto un sonnellino nell’occasione, e quando si è destato i tre erano già lontanucci. Gilbert, Stuyven, Thomas e pure Valverde e Greipel l’hanno accompagnato in un primo tentativo di inseguimento secco; poi sono arrivati anche Dumoulin, Bob Jungels e Søren Kragh Andersen; ma il trio di testa procedeva a gonfie vele.

Nel non saper come fare per riavvicinare gli attaccanti, è partito allora il vai-tu-vado-io, con Gilbert a muoversi per primo, poi imitato da Gaviria, quindi da Primoz Roglic (LottoNL), Bardet e Froome, e poi ancora da Valverde seguito da Thomas, Kristoff e l’inesauribile Janse van Rensburg. Ma non c’era modo di ridurre il gap, che invece aumentava eccome: da 20 a 30″, da 30 a 40″, fin quasi a un minuto. E tre corridori della levatura di quelli al comando come li recuperi, a quel punto?

 

La terza foratura di Bardet, la vittoria di Degenkolb
Non certo forando, li recuperi! Ma qualcuno ha dimenticato di avvisare della cosa Bardet, che ai -6, dopo l’ultimo settore di pavé (quello di Hem, in genere pleonastico anche alla Roubaix vera), si è ritrovato per la terza volta con la gomma a terra. Froome ha provato un contestuale allungo (com’era la storia che gli Sky non provano a sfruttare le sfortune altrui?), ma non è andato lontano. I Movistar non sapevano più o meno che pesci prendere, indecisi tra il forzare per ricacciare indietro Romain, o rallentare per facilitare la vita a Landa, che pure era dato in avvicinamento. La dura vita del team con tre capitani.

Ci ha riprovato Dumoulin ai -4, marcato da Bauke Mollema. Ai 3 è infine uscito con decisione Peter Sagan, ma era un po’ troppo tardi, dato che Degenkolb-Van Avermaet-Lampaert veleggiavano a 55″. Comunque l’iridato ha trovato compagni d’azione, gli si sono fatti intorno i Quick-Step Gilbert e Jungels, e il solito Stuyven, mosse obbligate per marcare l’avversario dei loro compagni che erano in avanscoperta. Il quartetto ha comunque recuperato terreno, sospinto dai Quick-Step, i quali avevano avanti il meno pronosticabile per il successo, Lampaert, e in più avevano Jungels che poteva guadagnare sui rivali di classifica. Certo avrebbero dovuto pensarci prima, a una tattica più battagliera in favore di Bob, ma in realtà hanno sin qui dato l’impressione di non credere molto in una bella prova generale da parte del lussemburghese.

Il trio di testa ha pedalato in ottimo accordo fino all’ultimo chilometro, forse qualcosa prima; poi ovviamente è stato lasciato davanti il più veloce sulla carta, ovvero John Degenkolb, che non avrà più lo spunto di prima, ma resta sempre più rapido degli altri due. Il tedesco ha preso la volata in testa con Van Avermaet alla ruota, ma non si è fatto intimorire per niente: ha controllato col terzo occhio i due rivali di giornata alle sue spalle, è partito secco quando ha deciso lui, indipendentemente dall’accenno di anticipo operato da Lampaert, e ha chiuso a braccia alzate, anzi al cielo, non contenendo una gioia rimasta troppo a lungo compressa dentro di lui.

Van Avermaet si consola col secondo posto e con il tempo guadagnato nella generale, anche se l’andatura controllata del finale ha ridotto di molto tale margine; va detto che comunque poco se ne sarebbe fatto di un mezzo minuto in più, Greg, dato che martedì al ritorno dopo il riposo il gruppo è atteso dalle Alpi, e quindi (a meno che non vada in fuga in giallo come fece sui Pirenei nel 2016) la maglia la perderà lo stesso.

 

I conti alla fine
Quindi gli altri: a 19″ da Deggy-GVA-Lampaert sono arrivati nell’ordine Gilbert, Sagan, Stuyven e Jungels; a 27″ un gruppo di 27 (ah, la coerenza!) aperto da Greipel, Edvald Boasson Hagen (Dimension Data) e Timothy Dupont (Wanty), e comprendente i seguenti uomini di classifica: Barguil, Thomas,  Valverde, Dumoulin, Kruijswijk, Mollema, Froome, Nibali, Quintana, Roglic, Yates, Zakarin, Majka, Fuglsang e Martin.

A 34″, soli 7 dagli altri big, Landa e Bardet sono riusciti a limitare i danni alla grande, unendo le forze in un finale per loro al cardiopalma; il povero Urán è invece a conti fatti l’unico (insieme a Porte) a uscire sconfitto dalla giornata del pavé, col suo 1’55” perso dal vincitore, e quindi 1’18” rispetto a Froome e gli altri. Poteva certo andare peggio, ma sarà seccante per il colombiano rendersi conto di essere stato il solo a pagare realmente dazio in questa tappa. Ah ok, c’è anche da segnalare che Van Garderen ha chiuso a 5’47” (con Guillaume Martin tra gli altri), ma l’americano non è mai stato considerato il vero uomo di classifica della BMC.

La classifica cambia ma neanche troppo. Greg Van Avermaet resta in giallo, e Geraint Thomas resta il suo primo inseguitore, ora a 43″. Scorrendo la generale troviamo poi Gilbert a 44″, Jungels a 50″, Valverde a 1’31”, Majka a 1’32”, Fuglsang a 1’33”, Froome, Yates e Landa a 1’42”; fuori dai dieci, alle spalle dell’ottimo Kragh Andersen (11esimo a 1’43”), ecco Nibali a 1’48”, Roglic a 1’57”, Mollema a 1’58”, Dumoulin a 2’03”, Kruijswijk a 2’06”, Bardet a 2’32”, Barguil a 2’37”, Zakarin a 2’42” e un secondo italiano al 20esimo posto, Domenico Pozzovivo, che oggi ha chiuso accanto al suo capitano Nibali, e che in classifica paga attualmente 2’48”. A 2’50” troviamo ancora Quintana, a 2’53” Urán, a 3’22” Martin e possiamo chiudere qui l’estenuante carrellata. Di sicuro martedì all’arrivo di Le Grand-Bornand la setacciata che commenteremo sarà molto più sostanziosa.

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