La Grande Boucle, film uscito nel 2013 © lacritiquerie.com
La Grande Boucle, film uscito nel 2013 © lacritiquerie.com

Cicloproiezioni: La Grande Boucle

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, dodicesima puntata: un film del 2013 ci porta in Francia al seguito del Tour de France

Se già nei film americani e orientali il Tour de France è spesso sinonimo onnicomprensivo di ciclismo, cosa ci si può aspettare da una pellicola francese intitolata La Grande Boucle? Uscita nel 2013 per la regia di Laurent Tuel, gode dell’appoggio degli organizzatori della corsa (molte scene sono state girate durante il Tour 2012) e di mille altri sponsor messi in bella vista, tanto che a volte più che un film pare di stare a guardare uno spot pubblicitario lungo novanta minuti. Protagonista è François (interpretato da Clovis Cornillac), commesso della catena Sport 2000:

Buon ciclista a livello giovanile, Francois ha dovuto rinunciare alla carriera da atleta ma non al suo sogno di prendere parte un giorno al Tour, in un modo o nell’altro. E questo pare possa realizzarsi quando il suo capo gli chiede di sostituire un collega al seguito del team sponsorizzato dalla società. Peccato che lui per luglio abbia già le vacanze prenotate con moglie e figlio… ma come dire di no al Tour?

Come abbiamo già visto in Je Reste, pare sia inevitabile per i film francesi sul ciclismo disegnare uomini di mezza età egocentrici e mai cresciuti, e a dispetto questo (o forse proprio per questo?) inspiegabilmente sposati a belle donne che li sopportano nonostante siano dei fanatici, all’apparenza pure un po’ scemi.

La sua compagna però non è l’unico problema per François. Anche con il figlio adolescente le cose non vanno benissimo. Certo, è tutto all’acqua di rose come richiede il tono da commediola (insulsa, ma questo lo scopriremo poco a poco), il classico caso di scarsa comunicazione generazionale, tipo che al ragazzo piace l’hip hop (e in particolare un rapper chiamato Ame Strong, se notate il poster sul muro) e con il suo amico tamarro prendono in giro François per gli scarpini da ciclista.

Sono passati dieci minuti di film e già non si vede l’ora che finisca, invece ci tocca andare al party per la presentazione del team Sport 2000 (catena di negozi realmente esistente in Francia, di sicuro buoni contributori al budget da quattordici milioni di euro della pellicola). Qui facciamo conoscenza con il capitano della squadra, Toni Agnelo, italiano puttaniere e sboccato che rimorchia le miss mostrando loro il suo rosario portafortuna:

François intanto identifica tutti i ciclisti misconosciuti presenti al gala, come ogni vero nerd del pedale che si rispetti. Ma tutto crolla quando la moglie scopre che, invece che in vacanza con la famiglia, andrà al seguito della Grande Boucle. Lei è devastata e scappa via, lui per rincorrerla urta Toni Agnelo facendogli cadere e andare in pezzi il rosario. L’espressione dell’italiano è talmente triste e affranta da ricordare certi momenti del neorealismo:

Toni comunque la prende bene e, ripresosi dallo shock, lo rincorre nel parcheggio per picchiarlo. Devono trattenerlo i compagni di squadra per evitare guai peggiori. Può comunque urlargli addosso un sacco di insulti in italiano. “Stronzo!”, è l’unico che si ode distintamente. Toni Agnelo è infatti interpretato da un attore francese (Ary Abittan) e, per quanto usi di frequente espressioni che vorrebbero essere italiane, non si capisce mai cosa dica esattamente. Tranne le contumelie, chiaro.

François dunque, nel giro di un solo party, riesce a ritrovarsi senza lavoro e abbandonato dalla moglie, che decide di andare lo stesso in vacanza col figlio. Al nostro dunque non resta che bere e fare amicizia con un altro ubriacone lì presente, classica cosa che accade un po’ a tutti quando ti molli con la donna. Solo che il bevitore in questione è Rémi Pletinckx, vincitore del Tour 1986 (certo, non indicare un anno preciso per un personaggio di finzione sarebbe stato più elegante nei confronti di Greg Lemond, ma vabbè).

Raggiungere l’alba ancora sbronzi alla fine di una notte di bevute può regalare un’allegra incoscienza, con tutti i problemi che ne conseguono. C’è chi partecipa a un encierro a Pamplona, chi si ritrova nudo in piazza del Duomo a Siena, e chi si introduce sul percorso del Tour per provare il cronoprologo. È comunque davvero triste notare come questo film riesca a essere fastidioso persino in quelli che vorrebbero essere momenti comici di puro slapstick.

Nel codice antidoping della WADA l’alcol è vietato, e quando lo si scopre non si può fare a meno di domandarsi: ma perché? La risposta è nel fotogramma qui sotto, che spiega bene come è facile andarsi a schiantare, in certe condizioni.

Tornato sobrio, François pensa che, già che c’è, privo di altri impegni e avendo distrutto la sua famiglia, può tentare di correre pure lui il Tour, precedendo la carovana di un giorno. Così quello che era iniziato come uno scherzo da ubriachi diventa il tema centrale del film (per quanto ne avremmo fatto benissimo a meno).

Intanto parte la corsa vera e propria e il favorito olandese si fracassa dopo cinquanta metri dalla partenza del cronoprologo. I cani pare non siano vietati dal codice WADA:

Inizia così l’avventura di François, fatta di bei paesaggi e lunghe strade deserte, che preannuncia di essere una palla clamorosa sin da subito. Se pensate che sarà dura inventarsi trovate per vivacizzare le ventuno tappe, sappiate che la noia la fa da padrona già alla seconda frazione. Tipo che il momento più eccitante è lui che taglia il traguardo rovinando il lavoro dell’imbianchino che aveva appena tracciato la linea (gag talmente divertente che non potrà non tornare ancora nel corso del film):

Il clou della terza tappa è una foratura, e le vere immagini di gara girate durante il Tour 2012 non riescono a ravvivare la situazione. Per fortuna nostra e di François ci viene in aiuto una famiglia di camperisti nudisti al seguito della corsa. Sono loro a sfamare, massaggiare e dare un giaciglio a questo povero disperato, nonché a permetterci di mostrare la prima tetta nella storia della rubrica:

Questa svolta narrativa volendo potrebbe anche essere l’inizio di un film horror (non che La Grande Boucle a suo modo non lo sia), ma presto gli sketch sul nudismo sono esauriti e si torna ai paesaggi e allo scassamento di palle.

Una vecchia regola del racconto è che, quando la trama ristagna, si aggiunge un personaggio. Così ricompare Rémi, l’alcolista ex maglia gialla, che si offre di seguire François come manager e direttore sportivo.

Grazie ai suoi agganci, Rémi convince qualche giornalista a fare dei servizi su François, che in questo modo conquista passaggi televisivi e un certo credito popolare. Con il susseguirsi delle tappe diventa sempre più conosciuto, trova uno sponsor, la gente a bordo strada lo incita, e anzi si forma un piccolo drappello che pedala insieme a lui con in sottofondo la musica di Rocky:

Purtroppo sua moglie ancora non gli risponde al telefono, ma Rémi gli organizza una serie di comparsate pubblicitarie che potranno aiutarlo economicamente – visto che adesso non ha un lavoro. Miss Tarbes e Miss Alti Pirenei, tanti complimenti:

Vestito da pollo, François si lamenta che le cose stanno andando troppo oltre (noi lo pensiamo sin dall’inizio del film), e sospetta che Rémi sia solo interessato ai soldi e non realmente preso dal suo tentativo, ma l’uomo lo rassicura.

Intanto, visto il successo sempre maggiore di François, i dirigenti di Sport 2000 stanno pensando di riprenderselo. Quel buzzurro di Toni Agnelo però non può tollerare la popolarità di un semplice amatore, e così alla partenza della cronosquadre lo sfida: da solo non può correrla!

Senza motivo il nostro eroe si ritrova in crisi, e teme che il suo sogno sia giunto al termine. Anche se non si coglie il senso: che regolamenti dovrebbe rispettare uno che pedala per conto proprio? Questo passaggio logico comunque è poca cosa rispetto all’insensatezza di una cronosquadre (di ottantanove chilometri!) alla sedicesima tappa.

Ma niente paura, Bernard Hinault e Laurent Jalabert si offrono di correre con lui la prova. Chiedo venia per l’immagine di cui sotto ma, a dispetto dei parecchi milioni spesi per il film, non si è riusciti a girare un’inquadratura in cui almeno uno dei due campioni francesi non fosse in ombra.

A sera François riceve finalmente una telefonata da sua moglie. Ma non si tratta della tanto attesa riconciliazione, quanto della notizia che il figlio è scomparso. Così il nostro si mette in moto per andarlo a cercare, e il ragazzo viene ritrovato al concerto di Ame Strong. Per fortuna il rapper è un grande appassionato di ciclismo, e invita François e suo figlio nel backstage, rinsaldando per sempre il rapporto fra i due.

Se già gli eventi fin qui narrati avevano poca coerenza strutturale, qui raggiungiamo l’apogeo.

C’è da dire che diverse di queste sequenze – completamente slegate fra loro e spesso senza nemmeno una connessione di causa e effetto – potrebbero perlomeno dar luogo a sketch comici, eppure non riescono a strappare mai nemmeno una risata.

E quando i giornalisti cercano nella spazzatura dei camperisti nudisti fino a ritrovare siringhe e doping vario nella sacca di François, capisci che sì, la droga è l’unico modo per reggere la visione di La Grande Boucle.

François si professa innocente, ma non avendo dieci milioni di euro per organizzare la sua difesa, deve rassegnarsi alla perdita di credibilità agli occhi del mondo. Decide comunque di portare a termine il suo Tour, ormai solo e senza nessuno a incitarlo.

Andato in crisi (qui sotto inquadrato mentre gli occhi stanno per girarsi all’indietro), perde conoscenza, cade e viene portato in ospedale.

Lì lo raggiunge la moglie, mentre Rémi lo scagiona dal doping confessando che quei prodotti erano per lui (una storia proprio mai sentita, eh). Purtroppo François ha perso il suo giorno di vantaggio sulla carovana, e ora sembra impossibile poter raggiungere i Campi Elisi.

Nel frattempo, nella corsa vera (più o meno, con la suddetta cronosquadre alla sedicesima tappa e un’unica frazione di montagna), i ciclisti pascolano tranquilli per paesaggi meravigliosi lungo tappe che appaiono noiosissime, in modo che Toni Agnelo possa conquistare la maglia gialla. Il suo unico problema agonistico in novanta minuti di film è l’attacco di una vespa:

Comunque, se pensavate di aver visto tutto, tenetevi pronti al finale. Senza un motivo logico (o almeno un motivo che possa apparire logico allo spettatore) la gendarmerie viene dispiegata per tutta Parigi per evitare che François possa entrare sul circuito finale. Così il gruppo di appassionati che è tornato ad accompagnare il nostro se li ritrova di fronte sotto la famosa galleria che dà sui Campi Elisi. I ciclisti provano allora a forzare il blocco ma qui, contrariamente a quanto accade nelle pellicole americane, i poliziotti non si spaventano per delle persone in bicicletta, e li prendono a manganellate.

Momento piuttosto curioso e completamente fuori tono rispetto al resto del film, una sequenza del genere ce la saremmo aspettata al massimo in un mediometraggio del Sundance ambientato in Colorado con protagonisti ciclohipster vegani da una parte e riservisti della Guardia Nazionale dall’altra. In ogni caso ci sarebbe stato bene in sottofondo quel vecchio brano degli Eppu Normaali, anche se poi toccava davvero presentare il film al festival di Park City.

Comunque si trattava di un trucco escogitato da François, che non era in quel gruppetto, ma nel plotone vero e proprio che sopraggiunge subito dopo, vestito di tutto punto con la divisa della Sport 2000. Riavuto il suo lavoro, ormai benvoluto persino da Toni Agnelo (forse spinto dallo sponsor o dalle necessità di sceneggiatura), è proprio la maglia gialla a incitarlo ad allungare al primo passaggio sulla linea del traguardo, per concludere degnamente il suo Tour.

Esausto, felice, di nuovo fra le braccia di sua moglie, tutto finisce bene per François. E anche noi non possiamo che essere contenti, visto che il film è giunto al termine. Del resto, se è costato quattordici milioni e ne ha incassato meno di uno, qualche motivo ci sarà pure…

Non sempre è sufficiente il diavolo a risollevare le sorti di una pellicola.

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