Il Velodromo Fassa Bortolo di Montichiari © Velodromo Montichiari
Il Velodromo Fassa Bortolo di Montichiari © Velodromo Montichiari

Montichiari, cronache di un disastro annunciato

Nelle intenzioni della Federciclismo il Velodromo di Montichiari avrebbe dovuto rappresentare, oltre che una vetrina negli altisonanti comunicati prodotti, il pilastro su cui far ripartire, dopo troppi anni di voluta dimenticanza della specialità, il settore della pista. Quello dei Maspes e dei Gaiardoni, dei Martinello e delle Bellutti. Inizialmente così è stato, va detto: un centro in cui risalire piano piano la china dall’abisso in cui l’Italia della disciplina era caduta.

Ma presto sono iniziati i problemi: gestionali innanzitutto e, come a cascata, hanno fatto capolino quelli strutturali. Ma come, un impianto inaugurato nel maggio 2009 e costato 15 milioni di €, è già minato da gravi pecche? Certo che sì, ça va sans dire. Già l’idea di realizzarlo con una capienza non a norma per eventi internazionali di primo livello (Mondiali, Europei e Coppa del Mondo élite) era sembrata priva di lungimiranza.

Volendo, ma proprio sforzandosi, si può chiudere un occhio su tali miopie. Se almeno quanto realizzato fosse a regola d’arte. E così, invece e purtroppo, non è stato. Il grande problema che affligge il Velodromo Fassa Bortolo è il tetto: sin dalle prime annate si sono create infiltrazioni che, di fatto, rendevano impraticabile l’impianto in caso di pioggia. Ebbene sì, una struttura coperta che non può funzionare se all’esterno Giove pluvio si diverte.

La questione è stata presa sottogamba da chi è proprietario del Velodromo, vale a dire il Comune di Montichiari, anche per il costo esoso della sistemazione (ben sopra il milione di €). Si è così proseguito “all’italiana”, ossia mettendo in un angolo il problema e continuando l’attività in deroga, sperando che qualcosa cambiasse (ma cosa, poi?!?). Arrivano così le prime chiusure, magari per qualche giornata. Ma abbastanza per impedire la disputa dei Campionati italiani su pista 2017.

A ottobre, in consiglio federale, la Federazione «pur non avendo alcuna responsabilità, si è attivata per sollecitare i lavori di ristrutturazione, in modo da assicurare alle Nazionali l’attività di preparazione alle Olimpiadi», così recita il verbale. La situazione precipita nelle ultime settimane: dieci giorni fa la Procura di Brescia, su richiesta dei Vigili del Fuoco, ha disposto il sequestro della struttura per il mancato rispetto della normativa antincendio. Pare tanto la situazione di Al Capone: arrestato per evasione fiscale e non come capo della mafia di Chicago.

Il Comune si prodiga subito a far sapere che si tratta di un problema burocratico, con tanto di menzione ai soliti ritardi e così via. Ma ieri sera, nel corso di una riunione presso la Prefettura di Brescia, cala il sipario: la Commissione provinciale di vigilanza ha deliberato che, senza la completa sistemazione del problema infiltrazioni (e quindi il rifacimento della copertura), il Velodromo non potrà essere più aperto per motivi di sicurezza.

Ecco, dunque, la mazzata. La Regione Lombardia e il CONI, si dice, si erano proposte in extremis per farsi carico delle spese di sistemazione, ovviamente andando (concetto tutto italiano) in deroga, tenendo così aperto l’impianto. Soluzione bocciata e quindi tanti cari saluti.

Tanti cari saluti ai Campionati europei juniores e under 23 in programma a fine agosto, che ora verranno organizzati altrove. Tanti cari saluti all’attività di base per i ragazzi. Tanti cari saluti, soprattutto, ad un ciclismo su pista finalmente moderno e organizzato in Italia: le alternative per gli atleti, che stanno preparando gli imminenti Campionati europei di Glasgow (scattano giovedì 2 agosto), sono da terzo mondo ciclistico. O il Velodromo di Fiorenzuola d’Arda, sede della più importante 6 giorni d’Italia, o quello di Dalmine: ma entrambi sono in cemento, per cui in alcune discipline (in primis l’inseguimento a squadre) sono pressoché inservibili. O il Vigorelli, che è l’unica struttura in legno, ma che è utilizzabile solo di pomeriggio a causa di lavori già previsti per sistemare il campo di football americano.

La rabbia e la frustrazione per il timore che il progetto Tokyo 2020 vada in fumo o rischi di complicarsi è enorme. Marco Villa, Dino Salvoldi e i rispettivi staff hanno ricreato un modello vincente (almeno nel settore endurance, dove l’Italia può ambire a medaglie in ogni gara). Così come atleti quali Elia Viviani e Filippo Ganna, Rachele Barbieri e Letizia Paternoster, Liam Bertazzo e Simone Consonni, Elisa Balsamo e Maria Giulia Confalonieri e tutte gli altri e le altre che stanno riportando il Belpaese fra le nazioni guida della specialità. E che ora, letteralmente, non sanno più dove allenarsi.

Anche perché hai voglia a lottare contro la Francia (6 velodromi coperti), Gran Bretagna (5), Australia (6), loro Bengodi per i pistard. E non solo: Paesi Bassi, Belgio, Polonia, Nuova Zelanda, Germania, Svizzera, Giappone, Spagna, Danimarca, Canada, Stati Uniti, Cina, Colombia, Lituania, Bielorussia, Austria, Kazakistan, Turkmenistan, Corea del Sud, Portogallo, Cile, Taiwan, Messico, Sudafrica, India, Indonesia, Trinidad e Tobago. Tutti questi paesi hanno velodromi al coperto di 250 metri in pieno funzionamento e a norma. La seconda nazione come numero di medaglie raccolte ai Campionati del Mondo 2018, no.

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