Alejandro Valverde omaggiato sul podio mondiale dal campione uscente Peter Sagan © UCI
Alejandro Valverde omaggiato sul podio mondiale dal campione uscente Peter Sagan © UCI

Il mondo ai piedi di Valverde

Dopo sei podi, lo spagnolo conquista il traguardo più ambito: suo il Mondiale di Innsbruck, battuti Bardet e Woods. Moscon gagliardo quinto

Chi mai potrebbe adombrarsi, oggi 30 settembre 2018, per il fatto che Alejandro Valverde Belmonte da Las Llumbreras, Murcia, alla dolce età di 38 anni e 158 giorni, abbia finalmente vinto il suo Campionato del Mondo? La domanda è retorica, perché qualcuno con la voglia di prendere posizione contro lo si trova sempre; ma del resto l’unanimità sarebbe cosa noiosa, come tutti (…) sappiamo.

Ebbene sì, l’ha vinto, il vecchio Alejandro, diventato “don” strada facendo, rispettato da tutti, colleghi e avversari, dopo essere stato giovanotto pepato e ipervincente (Balaverde, l’Embatido…), dopo essersi conquistato a uno a uno tutti i traguardi prefissati (“voglio il podio al Tour, voglio il podio al Giro…”), dopo aver sfiorato più e più volte la vittoria iridata, due volte secondo, quattro volte terzo, enne volte deluso. Stavolta tutto ha girato alla perfezione, la squadra l’ha supportato al meglio, non c’erano altri co-capitani coi quali dividersi i gradi e moltiplicare la confusione, il percorso era perfetto per lui, durissimo e con un muro asfissiante nel finale, gli avversari c’erano ma qualcuno ha deluso, qualcuno non era al meglio, qualcuno è stato semplicemente battuto.

Era uno sgarbo troppo grosso al ciclismo degli ultimi vent’anni il fatto che nell’albo d’oro del Campionato del Mondo su strada non trovasse posto uno come Alejandro Valverde. Il grave vulnus è stato sanato oggi a Innsbruck, e vien da dire “finalmente”. La gioia incontenibile – incontenuta – che ha accompagnato questa vittoria la dice lunga su quanto fosse attesa. Attesa non solo da Valverde, oseremmo dire, non solo dai suoi tifosi o dai suoi compagni o pure dai suoi connazionali tutti. Attesa da tutto il ciclismo, sostanzialmente, perché oggi ognuno avrà avuto un corridore per cui tifare, ma al contempo ognuno avrà avuto il murciano se non come prima, almeno come seconda opzione del cuore. Della serie, “se non vince il mio, che vinca Valverde”.

L’ha vinto e l’ha meritato, e non siamo dalle parti di Hegel, di “ciò che è reale è razionale”, siamo piuttosto nel campo di gioco di chi la realtà la crea con i propri atti, con le proprie convinzioni. Già continuare a pedalare fino a 38 anni è sintomo di grande convinzione; pedalare così, poi, da vincente assoluto, da corridore che quest’anno aveva la necessità di ripartire dopo il brutto infortunio al Tour 2017… e che in barba a quelli (non pochi) che annunciavano “carriera finita” dopo quella frattura di 15 mesi fa, ha ricominciato nella maniera a lui più nota: vincendo. A inizio stagione un filotto di gare a tappe, Valenciana-Abu Dhabi-Catalunya (e altri piazzamenti variegati, e una bella Strade Bianche), a ribadire che invece “io sono ancora qua”, altro che ritiro.

Poi le classiche l’hanno un po’ tradito, niente vittorie, e al Tour è stato abbastanza in disparte rispetto ai grandi giochi; la Vuelta, invece, se l’è giocata fin quasi alla fine, a un passo dalla maglia rossa fino alla penultima tappa, poi quinto posto nella generale. Valverde in calo? Macché: oggi ne abbiamo la riprova massima. E sarebbe pure potuta essere una stagione senza null’altro che questa vittoria, a dirla tutta: bastava questo trionfo, bastava questa maglia iridata inseguita 15 anni, dall’argento di Hamilton 2003 a questo impossibile percorso al termine del quale hanno pianto in tanti: chi per la fatica, chi per la delusione, chi per la rabbia; uno solo per aver vinto la gara dell’anno.

 

La fuga prende proporzioni bibliche
Giornata soleggiata, 258.8 km da coprire tra Kufstein e Innsbruck, tratto in linea di 85 km e poi 7 giri del circuito, i primi sei da 23.8 km l’uno, l’ultimo (quello col muro di Höttinger Holl) da 31. La fuga è partita a ondate, diciamo così: col gruppo tutto impegnato a lasciar fare, si sono mossi al km 6 Tobias Ludvigsson (Svezia), Kasper Asgreen (Danimarca), Rob Britton (Canada) e Stylianos Farantakis (Grecia), poi l’ellenico ha subito mollato la presa ma in compenso sono rientrati Ryan Mullen (Irlanda), Vegard Stake Laengen (Norvegia) e Daniil Fominykh (Kazakistan); successivamente (eravamo già al km 25) si son fatti sotto anche gli ultimi a essere evasi dal plotone, ovvero Conor Dunne (Irlanda), Karel Hník (Repubblica Ceca), Laurent Didier (Lussemburgo), Jacques Janse Van Rensburg (Sudafrica) e Ilia Koshevoy (Bielorussia), e si è così formato il drappello di 11 uomini che avrebbe caratterizzato tutta la prima parte della corsa.

Il vantaggio degli 11 è arrivato a lambire i 20′, sì, avete letto bene, venti minuti, intorno al km 70. È vero che a quel punto erano da coprire ancora quasi 190 km, ma lasciare tanto spago agli attaccanti di giornata non era il massimo della salubrità; Francia, Slovenia, Gran Bretagna e soprattutto Austria hanno capito che era forse il caso di dare una scossetta al gruppo, e si sono messe a tirare con un uomo a testa, limando intanto un paio di minuti da lì al primo passaggio per Innsbruck (17’30” al km 85, quando si è approcciato il circuito), e poi altri 3’35” nelle prime due tornate del circuito stesso.

In questi primi due giri minimi movimenti: sulla prima discesa da Igls (la salita di 7.9 km con pendenza media del 5.6% che caratterizzava il percorso), il gruppetto dei primi si è spezzato in due, con l’allungo di Ludvigsson, Janse Van Rensburg, Mullen e Asgreen, ma poi tutto è rientrato nel giro di 5-6 km; nel gruppo invece hanno perso brevemente terreno al secondo giro alcuni corridori, attardati per motivi vari tra le ammiraglie: tra gli altri Tom Dumoulin, Franco Pellizotti, pure Vincenzo Nibali, Emanuel Buchmann, Dylan Teuns. Nulla di che, ma qualche particolare in cronaca per riempire le fasi centrali della gara.

 

Sagan salta a 100 km dalla fine
Con 13’55” di ritardo dai battistrada il gruppo è entrato nel terzo dei sette giri. All’inizio di Igls si è staccato dai primi Didier (che sulla carta doveva essere uno dei più resistenti in salita, tra i fuggitivi); la tornata è stata quella delle disavventure di Warren Barguil, che prima ha forato, poi – mentre era impegnato a tentare di riprendere la coda del gruppo – ha mancato il rifornimento e si è innervosito parecchio, poi è scivolato in discesa e infine, al passaggio, si è ritirato; un uomo in meno per la Francia, che stava già spendendo Anthony Roux e Alexandre Geniez come gregari, e che avrebbe visto di lì a poco staccarsi anche Rudy Molard.

A fine terzo giro il ritardo dai fuggitivi è sceso sotto i 10′, e sulla quarta scalata a Igls il ritmo del gruppo è salito sensibilmente, con le solite Gran Bretagna (Connor Swift), Slovenia (Grega Bole e Jan Tratnik) e soprattutto Austria (uno scatenato Lukas Pöstlberger) a incentivare l’andatura al punto da mettere in croce un corridorino di un certo rilievo: Peter Sagan!

Mancavano circa 96 km per il plotone quando il tricampione è passato da essere uscente a essere direttamente uscito. Staccandosi mestamente quando mancavano ancora tre giri e mezzo al termine, lo slovacco ha chiuso per il momento la sua felicissima e significativa parentesi triennale in maglia iridata. La sua dipartita sportiva ha elettrizzato tutti i suoi avversari, che hanno subito lavorato per guadagnare le prime posizioni, mentre altri nomi interessanti lasciavano la contesa (il tedesco Maximilian Schachmann e il belga Tiesj Benoot due altri staccatisi nel frangente).

In discesa qualche turbolenza, poi ha preso margine Marcus Burghardt, ma nessuno l’ha seguito: non era il momento buono, come ha anche confermato una foratura che ha direttamente stoppato il tedesco. Dopo il precedente momento frizzante, il gruppo ha rallentato; ci ha provato a fine giro lo svizzero Michael Schär, stoppato da Gianluca Brambilla, l’azzurro deputato a muoversi in questa fase (aveva fatto capolino davanti già in cima alla discesa), poi tutto è rientrato e la Spagna ha preso il comando delle operazioni con Jonathan Castroviejo.

Al passaggio i battistrada, rimasti in otto (a Igls si erano staccati i due irlandesi Mullen e poi Dunne), conservavano appena 7’41”, ma gli andava ancora bene visto che nel corso del giro il loro margine era a un certo punto sceso fino a 7′.

 

L’Italia dà il via alle ostilità
Quinto giro, si veleggiava verso i -70, e i fuggitivi perdevano la metà dei loro effettivi: fuori gioco lungo Igls prima Fominykh, poi Hnik, infine anche Ludvigsson e ancora Koshevoy; restavano in quattro, con Asgreen, Laengen, Janse Van Rensburg e Britton.

Tao Geoghegan Hart si è messo a fare il ritmo (anche se uno dei due gemelli/capitani, Adam Yates, permaneva pericolosamente nelle ultime posizioni del gruppo), e l’equilibrio è stato rotto dall’Italia con uno scatto di Dario Cataldo nei pressi della cima. Sull’abruzzese si è posto in marcatura Jesús Herrada per la Spagna, e si è aggiunto anche il tedesco Emanuel Buchmann.

L’azione non ha fatto tanta strada, la Russia ha chiuso con Pavel Sivakov e comunque lì davanti non c’è stata collaborazione; ma l’attacco azzurro ha dato la stura a una nuova fase di corsa, decisamente più movimentata; tra l’altro a far le spese del cambio di ritmo, il colombiano Miguel Ángel López, staccatosi irrimediabilmente ben prima del previsto.

Appena scollinati, subito in discesa si è trovato avvantaggiato un drappello di 7, con tre italiani (Cataldo, Alessandro De Marchi e addirittura il capitano Vincenzo Nibali!), tre spagnoli (Herrada, Omar Fraile e David De La Cruz) e il convitato di pietra Michal Kwiatkowski. Anche in questo caso l’attacco non è andato, ma ha contribuito a sfilacciare ulteriormente il gruppo.

In discesa, nella stessa curva di Barguil, è andato giù uno dei favoriti di giornata, lo sloveno Primoz Roglic, e poco dopo, sullo strappetto in lastricato di Innsbruck, una mossa a sorpresa: è partito Greg Van Avermaet. Il Campione Olimpico ha chiamato la reazione di un attentissimo Damiano Caruso, e del solito stopper spagnolo, stavolta Fraile.

Quest’ultimo non ha collaborato sulle prime, tanto che ancora al passaggio sotto il traguardo il margine sul plotone era di appena 16″ (ai battistrada restavano invecce poco più di 4’30” di vantaggio); in un secondo momento invece l’iberico ha dato qualche cambio, l’azione del terzetto ha ripreso quota ma si era comunque troppo lontani dalla fine perché potesse – con quegli uomini – risultare decisiva.

 

Azzurri scatenati nel penultimo giro
Mancavano circa 50 km alla conclusione quando la carovana mondiale ha affrontato per la penultima volta l’ascesa di Igls. Il quartetto al comando s’è dimezzato, hanno perso contatto Britton e poi Janse Van Rensburg, lasciando in testa i due scandinavi, Asgreen e Laengen. Ma le cose più interessanti avvenivano in un gruppo in piena fermentazione.

Intanto è rientrato Roglic, poi ha guadagnato pochi metri un gruppetto con Dario Cataldo, quindi è stato il tedesco Simon Geschke a proporre un nuovo allungo, sollecitando la risposta dell’olandese Sam Oomen con Alessandro De Marchi e altri (c’era pure lo stesso Cataldo). Van Avermaet-Caruso-Fraile sono stati raggiunti e in contropiede è partito De Marchi, a sottolineare la voglia di fare dell’Italia di Davide Cassani. David De La Cruz ha riportato sotto il gruppo, ma queste continue strappate hanno fatto male a molti: raccolti col cucchiaino lungo la scalata, uno dopo l’altro, Daniel Martin (Irlanda), Ilnur Zakarin (Russia), Wout Poels (Olanda), Simon Yates (Gran Bretagna), Michal Kwiatkowski (Polonia), Bob Jungels (Lussemburgo), Rigoberto Urán (Colombia).

Gli azzurri continuavano a fare il vocione, con Caruso ancora a tirare, e poi un allungo di Gianluca Brambilla ai -47 con l’olandese Antwan Tolhoek subito accorso a dar man forte. I due sono stati poi raggiunti da Buchmann, George Bennett (Nuova Zelanda) e Geniez, poi proprio in cima ci sono stati altri rientri, con Thibaut Pinot (Francia), Wilco Kelderman (olanda), Peter Kennaugh (Gran Bretagna) e il solito De Marchi, che non ci ha pensato due volte e, una volta che anche il gruppo si avvicinava a grandi falcate, ha proposto un nuovo rilancio con Kennaugh. Ma la Spagna, ancora una volta, in discesa è riuscita a ricucire tutto e a rimettere la palla al centro.

All’ultimo passaggio Asgreen e Laengen conservavano 2’18” sul gruppo (da quanti secoli una fuga del mattino non arrivava – perlomeno con qualcuno dei suoi superstiti – al giro finale di un Mondiale?), e l’Italia al gran completo faceva bella mostra di sé nelle prime posizioni. Nei 31 km della tornata conclusiva non ci sarebbe stato più spazio per tentennamenti: ogni risvolto del percorso poteva essere decisivo, e gli uomini di Cassani davano prova di essere compatti e pronti all’azione più di ogni altra nazionale.

 

Il treno di Cassani è in orario, ma Nibali manca l’appuntamento
Proprio l’Italia ha attuato un forcing sull’ultima scalata di Igls: a mo’ di trenino Sky, gli azzurri hanno alzato il livello dello scontro, trenata di Caruso, ai -28 trenata di Brambilla, ai -27 trenata di Pellizotti. Ognuno ha fatto il proprio dovere, ma quando è arrivato il momento della resa dei conti, la calcolatrice di Cassani è andata clamorosamente in tilt.

La tirata di Pellizotti è durata un paio di chilometri e si è conclusa ai -25, su uno scatto di Steven Kruijswijk: l’Olanda era attesa come una delle nazionali deputate a far la corsa da lontano, e in questa fase è stata fedele alle consegne. Orbene, quando il fulvo Steven è partito, ci si aspettava che Vincenzo Nibali (o in subordine Domenico Pozzovivo) gli andasse dietro, arrivati a quel punto. Invece lo Squalo ha abbozzato un’alzata sui pedali, ma si è subito riseduto, scuotendo impercettibilmente la testa attraversata in quel momento dai più foschi pensieri: quando toccava a lui, il siciliano si rendeva conto di non poter fare nulla di ciò per cui era a Innsbruck oggi.

Dal canto suo Pozzovivo stazionava nelle posizioni di centro-retroguardia del gruppo, ben lontano dalle fasi calde e anche solo dall’idea di poter minimamente incidere nella contesa. Su Kruijswijk si son portati Ben Hermans (Belgio), e poi subito Alejandro Valverde con Ion Izagirre (Spagna), Pinot e poi Roman Kreuziger (Repubblica Ceca), e Alexey Lutsenko (Kazakistan) e, a tenere alte le insegne biancorossoverdi, Gianni Moscon. In seconda battuta, con qualche altro rientro, si è rifatto sotto anche l’impagabile De Marchi; la contesa comunque si riduceva drammaticamente di personaggi.

Ai -23 si è mosso Sam Oomen, a continuare la tattica finalmente garibaldina degli oranjes; e di lì a 300 metri sono stati infine raggiunti gli eroici Asgreen e Laengen, dopo 230 km di fuga, metro più metro meno. Oomen insisteva nell’azione, e intorno a lui si è coagulato un gruppetto con Kreuziger, Pinot, Izagirre, Lutsenko, il portoghese Rui Costa, il danese Michael Valgren e, vivaddio, ancora Moscon. Situazione più che fluida.

Ai -22 in contropiede si è mosso Kennaugh, Valgren l’ha inseguito e poi l’ha pure staccato, e ormai si era arrivati in cima e Valgren ha insistito da solo pure in discesa: un tempista ottimo come lui faceva balenare il sospetto di poter mettere tutti nel sacco come in primavera all’Amstel (o prima ancora nella Het Nieuwsblad). Ma il solito drappello non gli ha permesso di prendere il largo, inseguendolo per tutta la picchiata. Il solito drappello che poi era composto da Pinot, Moscon, Rui Costa, Izagirre (non collaborante), Kennaugh e Lutsenko. Ai -17 è rientrato il gruppo (o quel che ne rimaneva), anticipato di poco da Roglic. Una volta che fosse stato ripreso Valgren, tutto sarebbe stato ancora da rifare.

 

Tutto si decide sul muro finale, Moscon c’è ma vede le streghe
Raggiungere il furetto danese non era la cosa più scontata del mondo, il ragazzo aveva messo in cascina più di 20″ di vantaggio, e si è dovuto spendere ancora una volta De Marchi, con un nuovo turno di trenata. Il Rosso di Buja ha regalato alla causa (di Moscon, ormai) le sue ultime energie, poi ha lasciato campo ai francesi che hanno attuato un bel forcing che ha permesso di riavvicinare decisamente Valgren.

Oltre che Valgren, veniva avvicinato ad ampie falcate il temutissimo muro di Höttinger Holl, ai -10. Pinot-Bardet erano uno splendido ticket di apripista per Julian Alaphilippe, ma a sorpresa il capitano designato dei transalpini ha subito mostrato la corda sul muro. Coi galletti c’erano, lì nelle prime posizioni, Moscon innanzitutto, poi Valverde, Kreuziger, il belga Dylan Teuns e il canadese Michael Woods. Più indietro Adam Yates, destinato a sparire presto nel nulla.

A 9.5 km dal traguardo, su pendenze già impossibili, Bardet è andato a chiudere su Valgren, ormai piantato, mentre Alaphilippe si sfilava lemme lemme. Pinot, una volta fatto il suo, pure salutava; Woods, Moscon e Valverde restavano lì, Valgren passetto dopo passetto perdeva centimetri destinati a diventare presto metri.

Ai 9.4 (ogni 100 metri, un’eternità!) l’affondo di Woods che ha dato una prima scossa alle gambe di Moscon, il quale però ha riordinato le idee ed è rimasto con quella preziosissima compagnia. Bardet ben messo, Valverde solido come una colonna di marmo. Di tutto il resto della carovana, disperso qua e là, si salvava in quei frangenti il solo Tom Dumoulin, che emergeva dalle retrovie col suo consueto salire regolare, pur se zigzagando paurosamente sul punto al 28%; avremmo saputo poi che gli si era scaricata la batteria del cambio elettronico, elemento non secondario per giudicare la sua clamorosa rimonta sui quattro al comando.

Ai -9 una seconda rasoiata di Woods ha dato il colpo di grazia a Moscon, il quale peraltro è pure finito con la bici in una canalina a bordo strada, e per risalire da lì ha perso due pedalate che a conti fatti avrebbero potuto fare la differenza: il trentino ha infatti perso contatto dagli altri tre, ma forse avrebbe potuto limitare meglio i danni, se non avesse perso il ritmo in quel modo. O forse sono solo speculazioni da tastiera, queste: l’odore di acido lattico proveniente dagli arti dell’azzurro si diffondeva infatti tutto intorno, impossibile non notarlo, impossibile resistere in quelle condizioni.

Per qualche secondo Moscon non ha proprio neanche potuto ragionare, in cima al muro è stato pure preso e superato da Dumoulin, che si è lanciato all’inseguimento dei battistrada.

 

Il rientro di Dumoulin, la volata di Valverde su Bardet e Woods
Sul falsopiano susseguente allo scollinamento, Bardet ha tentato un contropiede ma Valverde ha chiuso velocemente; anche in discesa il buon Alejandro ha badato a tenere sempre controllato il francese, che certo aveva la necessità di anticipare se voleva sperare di battere il murciano. Woods invece era già soddisfatto del podio che gli si profilava, o forse le sue cartucce le aveva sparate sulla salita e ormai non si muoveva più di tanto.

In tutto ciò, l’enorme Dumoulin ha pennellato una discesa da manuale, e una volta tornati sul piano ha visto davanti a sé i tre di testa, sempre più vicini, sempre più impossibilitati a respingerne il ritorno. E secondo dopo secondo ha limato tutto, e ai 1500 metri è piombato sul trio. Non ha neanche aspettato troppo, l’olandese, e al triangolo rosso dell’ultimo chilometro ha accennato lo scatto del finisseur. Salvo accorgersi in mezzo secondo che non gli era rimasto proprio più niente. L’accenno di scatto è stato tutto quel che s’è potuto permettere. La volata ristretta non l’avrebbe visto in prima linea.

Anche perché in prima linea c’era Valverde, com’era logico che fosse, perché gli altri non volevano certo fare un favore al più veloce del lotto: avrebbe vinto al 99%, ma che almeno facesse volata di testa, hanno pensato Bardet e Woods. Alejandro non s’è scomposto, “la faccio in testa sì, la volata”, è partito anche lungo più del necessario, e non è stato facile per lui scrollarsi di dosso un tignosissimo Bardet, che deve aver messo in quello sprint più watt di quanti pensasse di disporre. Ma non è servito.

Non è servito perché Alejandro Valverde da Las Llumbreras, 38 anni e 158 giorni, era l’uomo che oggi avrebbe vinto il Campionato del Mondo. È l’uomo che oggi ha vinto il Campionato del Mondo.

Bardet si accontenta per forza di cose di questo amarissimo secondo posto, ma più di così davvero non poteva fare; Woods festeggia il bronzo che dà lustro alla sua onesta carriera; Dumoulin chiude giù dal podio una stagione stratosferica, piena di piazzamenti pesantissimi (secondo al Giro, secondo al Tour, secondo al Mondiale a cronometro, quarto al Mondiale in linea), senza vittorie rilevanti ma con tanta consapevolezza di sé in più.

E poi, quinto a 13″ dagli altri, inquadrati solo sul rettilineo finale, quando ormai era tardi per qualsiasi cosa, Gianni Moscon. Quinto come nella sua prima Roubaix. Un altro piazzamento che promette tantissimo, ché magari un altr’anno non dovrà star fermo alla vigilia del Mondiale, potrà fare la Vuelta come avrebbe voluto (e uscirne magari con la gamba che ha quel 10% in più necessario per giocarsi l’oro, la prossima volta). Pazienza, non è certo lui a dover recriminare oggi.

L’ordine d’arrivo di Innsbruck prosegue con Kreuziger, Valgren, Alaphilippe, Pinot, Rui Costa e Izagirre, tutti a 43″; 12esimo Bauke Mollema a 49″; 13esimo Mikel Nieve a 52″; poi a 1’21” un altro drappello, aperto da Oomen e al cui interno troviamo il secondo azzurro al traguardo, Pozzovivo, 21esimo.

Gli altri italiani (tutti all’arrivo): De Marchi 40esimo a 5’05”, Nibali 49esimo a 6’02”, Pellizotti 53esimo a 10’33”, Caruso e Cataldo 64esimo e 65esimo a 14’23”, Brambilla 75esimo a 19’35”. Alle sue spalle, l’ultimo della corsa, Rob Britton, 76esimo a 19’37”: 112 su 188 i ritirati, simbolo di un Mondiale durissimo; vinto, non incidentalmente, dal corridore più duro di tutti.

Omaggiato poi, sul palco delle premiazioni, da Sagan, che si è intrufolato non si sa come nel cerimoniale, spodestando il presidente UCI David Lappartient e assumendosi l’incarico di mettere lui al collo del vincitore la medaglia d’oro. Applausi, abbracci, sipario.

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