Gianni Moscon taglia il traguardo a Innsbruck © Getty Images
Gianni Moscon taglia il traguardo a Innsbruck © Getty Images

Riparte da Moscon il domani di una grande Italia

Nibali, con tutte le scusanti del caso, non ha convinto a Innsbruck; Gianni ha invece dimostrato di valere i gradi di capitano. Da qui a un decennio, più o meno

Il digiuno di medaglie prosegue, certo, proprio mentre la rivale del terzo millennio va finalmente a vincere con il capitano di sempre. Ma, anche questa volta, l’Italia guidata da Davide Cassani non ha corso sotto la sufficienza, confermando che, ancora una volta, non c’è alcun timore di prendersi le proprie responsabilità. E che le scelte effettuate fossero quelle giuste: gli otto convocati hanno, per la stragrande maggioranza, effettuato una prova ben sopra la sufficienza, mettendo in mostra quello spirito di squadra che sempre caratterizza la formazione.

Italia attenta all’inizio ma inoperosa
Rimasti volutamente tranquilli nella prima fase, sfruttando il ruolo di outsider, gli italiani sono poi saliti di colpi con il passare dei giri: mentre gli altri perdevano pezzi, i nostri erano gli unici ad entrare tutti assieme negli ultimi 80 km. L’incarico di muoversi in questa fase spettava a Gianluca Brambilla, a Damiano Caruso o a Dario Cataldo: e proprio il teatino è stato il primo a muoversi a 67 km dal termine con una accelerata che trova la pronta risposta di Buchmann e Herrada. L’azione non va da nessuna parte per la chiusura del gruppo tirato da Sivakov, ma è un primo segnale.

Che nella discesa pare essere promettente: in tre sono nell’avanguardia del plotone e guadagnano, con altri colleghi, qualche decina di metri. Sono Brambilla, Alessandro De Marchi e, udite udite, Vincenzo Nibali: questa mossa a sorpresa, già vista in maniera diversa a Rio de Janeiro, stavolta non va a buon fine, ma è un segnale dell’interesse degli azzurri di provare qualcosa di diverso dall’ordinario.

Caruso e De Marchi, due sicurezze per la maglia azzurra
Gli azzurri si fanno trovare attenti anche quando a muoversi sulla rampetta ad Innsbruck è un nome nobile come Greg Van Avermaet: sul vincitore dell’oro olimpico a riportarsi senza indugio è il suo compagno di club Damiano Caruso, che collabora con lui diversamente dal viaggiatore non pagante Omar Fraile. I due BMC pedalano per una decina di km con una trentina di secondi sul gruppo, permettendo così ai connazionali in gruppo di assistere alle mosse altrui.

Una volta ripreso il terzetto, dal plotone si mette immediatamente in moto un altro italiano, vale a dire Alessandro De Marchi. Chi scrive ha una predilezione per il friulano: fosse per me le nazionali azzurre dovrebbero essere composte da sette atleti più AdM, a prescindere dal tipo di percorso (ecco, magari i muri di Fiandre 2021 potrebbero rappresentare l’eccezione alla regola). Il Rosso di Buja, e Brambilla subito dopo di lui, hanno l’interesse di indurire il più possibile la gara: e vedendo quanti big (o presunti tali) si sfilano la scelta è quella giusta.

Tutti davanti all’ultimo giro, ma qualcosa non funziona. Moscon resiste per quanto può
Ammirare tutte le otto casacche azzurre in un plotone formato da meno di sessanta elementi fa venire l’acquolina in bocca anche in ammiraglia. E così, appena iniziato l’ultimo maxigiro di 31 km, gli italiani prepotentemente vanno ad occupare l’avanguardia: Brambilla e Causo consumano le ultime energie a loro disposizione, venendo sostituiti da Cataldo e dal sempiterno Franco Pellizotti, che tira nella prima fase dell’ultima ascesa di Olympia.

Qui, però, si registrano i due passaggi a vuoto: mentre De Marchi va a chiudere su Kruijswijk, si stacca definitivamente un Vincenzo Nibali sino a quel punto apparso in buona forma e che aveva riacceso la fiammella della speranza per quello che doveva essere il grande obiettivo del 2018. E poche centinaia di metri più tardi Domenico Pozzovivo, dopo essere scivolato sempre più indietro, diventa di fatto un passeggero di un gruppo che, fra discesa e pianura, si mette all’inseguimento di Valgren, con il solito De Marchi a tirare il gruppo.

Da lì il muro di Höttinger Höll, durissimo per tutti quanti. Gianni Moscon, ovvero il capitano designato alla vigilia, risponde presente per quanto possibile, commettendo nel momento clou un errore dettato dalla “fatica”: nel tratto al 28% il noneso si infila su un tratto a bordostrada con uno scalino di asfalto inferiore rispetto al resto, che lo costringe a risistemarsi perdendo così il ritmo. L’acido lattico sin sopra le orecchie è fatale e, una volta giunto sul falsopiano, per lui è impossibile restare attaccato al rimontante Dumoulin, figurarsi ipotizzare il ricongiungimento con i Bardet, Valverde e Woods, andando a conquistare un quinto posto comunque più che positivo.

Il trentino è il pilastro per il presente e per il futuro, così come la “manovalanza”. Vincenzo, una gioia la meritavi
Si poteva fare di meglio? Difficile, sinceramente. Gianni Moscon ha corso al meglio delle possibilità: assieme a tre corridori da classiche vallonate lui, che ha questa caratteristica meno accentuata, è rimasto fin quanto ha potuto. Gli sarebbe stata d’aiuto una diversa preparazione per l’evento ma, come noto, le vicende del Tour hanno obbligato all’avvicinamento effettuato. Quel che incoraggia della prova del trentino è la sua inesperienza a certi livelli: davanti a lui sono giunti un classe ’80, un ’86 e due ’90. Di quattro anni più giovane rispetto a Bardet e Dumoulin (e decisamente meno scafato a certi livelli – anche per quanto riguarda il peso delle responsabilità), l’azzurro ha confermato di essere quel corridore che all’Italia mancava dai tempi di Paolo Bettini. E le prossime edizioni sono ben più adatte alle sue caratteristiche.

Chi era all’ultima chance di ottenere la maglia iridata, a meno di sorprese da Aigle 2020, era Vincenzo Nibali. La prova del messinese è ingiudicabile: senza quel maledetto incidente sull’Alpe d’Huez staremmo probabilmente raccontando una storia differente. L’unico insufficiente della spedizione è Domenico Pozzovivo: presentatosi, utilizzando le sue parole, con la miglior forma della carriera, il lucano ha vissuto una giornata negativa, risultando non utile nella sua prima e verosimilmente ultima uscita della carriera in un Mondiale.

I cinque gregari hanno svolto al meglio il compito loro richiesto, dimostrando ancora una volta come il blocco azzurro sia sempre la garanzia: da Perini a Scirea, da Bertolini a Tonti, la storia delle nazionali, sia quelle vincenti che quelle perdenti, ha potuto contare sulla loro abnegazione. Fatto non scontato altrove. Da qui bisogna ripartire, in un’annata che ha visto gli uomini di Cassani esultare in agosto a Glasgow, in una prova europea da leccarsi i baffi. Oggi il colpaccio non è riuscito; ma fra 365 giorni nella stessa terra albionica, in un tracciato che sorride a Colbrelli, Moscon, Trentin e Viviani, la storia può essere diversa.

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