Un'immagine dell'ultimo Giro Rosa © Flaviano Ossola
Un'immagine dell'ultimo Giro Rosa © Flaviano Ossola

Donne, professionismo e stipendio minimo in arrivo

Dal 2020 l’Unione Ciclistica Internazionale lancerà la riforma del Women’s World Tour e del ciclismo femminile: cerchiamo di capire cosa ci aspetta

Il 2020 sarà un anno di grandi novità per il ciclismo su strada internazionale. Per quanto riguarda gli uomini, infatti, entrerà in vigore la grande riforma fortemente voluta e cercata da anni dall’Unione Ciclistica Internazionale: l’approvazione è arrivata nel corso degli ultimi Campionati del Mondo a Innsbruck ma, nonostante si conoscano già molti dei punti fondamentali (che potete leggere qui), restano ancora dei dettagli da perfezionare. Grosse novità sono in vista anche per quanto riguarda il ciclismo femminile: in questo caso più che di una riforma, si tratterà di una vera e propria rivoluzione che ha come obiettivo quello di rendere più professionale tutto l’ambiente, offrendo anche migliori garanzie alle atlete; ma proviamo a vedere nel dettagli di cosa si tratta.

Le squadre saranno divide in WorldTeams e Continental
L’Unione Ciclistica Internazionale ha iniziato a registrare ufficialmente le squadre femminili a partire dal 1998 e da allora le varie formazioni sono sempre state raggruppate in un’unica categoria: con il passare degli anni il movimento è cresciuto costantemente in maniera notevole e siamo arrivati ad avere ben 46 formazioni registrate nella stagione 2018. Da questo dato è facile intuire come all’interno di questa lista lunghissima vi siano realtà molto, forse troppo, differenti tra loro: si va infatti da squadroni ricchi e molto professionali, a gruppi poco più che amatoriali e con budget minimi. A partire dal 2020 la situazione cambierà: verrà creata infatti la categoria UCI Women’s WorldTeams, sulla falsariga di quella maschile, che corrisponderà alla prima divisione e che dovrà rispondere a standard economici ed organizzativi molto più alti che in passato, mentre tutte le altre squadre saranno registrate come UCI Women’s Continental Teams e bene o male continueranno ad essere così come sono strutturate al giorno d’oggi.

Questo è sicuramente un passo importante per ciclismo femminile di cui già da tempo si iniziava a sentire bisogno: è infatti assolutamente corretto riconoscere uno status più alto alle squadre più organizzate e professionali ed inoltre viene superato il problema che manifestatosi negli ultimi anni per cui alcune realtà venivano chiamate “Squadre WorldTour” solo per il fatto di avere la possibilità di partecipare ad una o alcune delle gare più prestigiose; dal 2020 invece la distinzione sarà netta e ci sarà sicuramente meno confusione, sebbene nella categoria Continental continueranno ad esserci squadre più e squadre meno professionale, ma questo accade anche tra gli uomini.

Quindici squadre e obbligo di partecipazione: ne verrà la pena?
La vera rivoluzione però, che apre scenari non proprio rosei per quanto riguarda il ciclismo femminile italiano, riguarda proprio il regolamento relativo alle nuove UCI Women’s WorldTeams: queste infatti saranno squadre professionistiche a tutti gli effetti con tutti gli obblighi ed i doveri del caso. Visto il grosso impatto che avranno queste novità su molte squadre esistenti, l’UCI ha previsto un periodo di transizione di tre anni: nel 2020 invece saranno 5 le licenze in palio, che potrebbero diventare 8 nel caso di un grande numero di richieste, per poi diventare 10 nel 2021 e quindi raggiungere il numero massimo di 15 a partire dal 2022. Anche i vari parametri richiesti alle squadre, soprattutto quelli economici, andranno gradualmente a salire nel corso del triennio per non provocare uno shock troppo traumatico fin dall’inizio.

Le quindici squadre avranno il diritto ed il dovere di partecipare a tutte le prove del calendario UCI Women’s WorldTour, mentre il regolamento ancora in vigore prevede solo il diritto: il numero massimo di squadre invitate alle gare resterà fissato a 24, questo vuol dire che gli organizzatori avranno la possibilità di assegnare fino a 9 Wild Card a squadre di seconda divisione. A questo punto viene da chiedersi quanto possa essere grande la differenza in termini di calendario tra una Continental ben strutturata ed una WorldTeam: sarà tanto grande quanto i costi aggiuntivi richiesti alla seconda? Inoltre l’UCI creerà una nuova categoria di corse detta UCI ProSeries che precederà per importanza le attuali Classe 1 e Classe 2, con quest’ultima che non sarà aperta alle squadre di prima fascia.

Arriva lo stipendio minimo per le atlete
La novità di cui più si è parlato negli ultimi anni e che finalmente l’UCI è riuscita ad introdurre è quella di uno stipendio minimo garantito alle atlete che fanno parte delle squadre UCI Women’s WorldTeams: nel 2020 sarà di 15 mila euro per poi salire a 20 mila e quindi a 27500 mila euro nel 2022, dal 2023 invece sarà equiparato a quello delle squadre maschili Professional che, salvo nuovi negoziati, sarà di poco superiore ai 32 mila euro. Una grande conquista per le atlete che si vedranno garantire anche nuove assicurazioni sanitarie, indennizzi per la maternità ed un contributo per la pensione, tutti dettagli che possono essere dati per scontati dai normali lavoratori dipendenti, ma che le atlete non avevano essendo formalmente considerate come sportive dilettanti.

Per le atlete ci sarà anche un aspetto negativo: l’unico altro contratto ammesso sarà relativo ai diritti d’immagine che dovrà essere rapportato al reale valore dell’atleta, ma questo vorrà dire che le atlete attualmente tesserate per i gruppi sportivi militari dovranno fare una scelta, se abbandonare il corpo e provare ad entrare in una squadra di prima divisione, oppure proseguire la carriera militare e “accontentarsi” di gareggiare per una Continental. Vedremo come sarà gestito il caso qui in Italia con circa una quindicina di atlete coinvolte: non viene esclusa al momento la possibilità di creare una sorta di “aspettativa” dai corpi militari per quelle atlete, ma di sicuro non potrà essere il doppio stipendio come accade oggi.

In un’intervista il presidente dell’UCI David Lappartient aveva dichiarato che da un sondaggio interno era emerso come due terzi del gruppo femminile guadagnino attualmente meno di 10 mila euro all’anno, alcune atlete addirittura senza percepire nulla, e che ciò non fosse assolutamente accettabile: una considerazione corretta, resta però la sensazione che la nuova riforma serva solo in parte a superare il problema. Ad entrare tra le UCI Women’s WorldTeams saranno infatti quelle squadre che già ora sono le più ricche, le più forti e le più organizzate, e che quindi già oggi possono garantire alle loro atlete stipendi dignitosi: chi invece guadagna poco o nulla non vedrà migliorare la propria posizione (è un concetto simile a quando si parla di aumentare i premi delle gare), se non per lo stimolo a migliorare ed inseguire una carriera che finalmente potrà essere equiparata ad un “vero” lavoro.

Salgono i costi, richieste strutture più professionali
Se le atlete e le relative associazioni possono essere abbastanza entusiaste di queste novità, dal punto di vista ci sarà un notevole aumento dei costi e non solo. Oltre agli stipendi delle atlete, le squadre vedranno aumentare le tasse di registrazione e le fidejussioni bancarie al momento dell’iscrizione fino ad un minimo di 130 mila euro, dovranno pagare un contributo per finanziare la battaglia antidoping ed inoltre dovranno anche assumere lo staff tecnico a tempo pieno, fino ad un minimo di due direttori sportivi e altre cinque persone (preparatore, dottore, assistente paramedico, meccanici, massaggiatori…) dal 2022 in avanti. Per quanto riguarda la situazione italiana, questo significa che una squadra interessata ad entrare tra UCI Women’s WorldTeams non potrà più avvalersi dei benefici di registrarsi come Associazione Sportiva Dilettantistica: e anche in questo caso i costi aumenteranno. E non di poco.

Dalle prime stime che si sentono in giro, il budget minimo per riuscire ad allestire una UCI Women’s WorldTeams sarà sicuramente superiore al milione di euro e potrebbe avvicinarsi addirittura al milione e mezzo: per alcune squadre attualmente di buon livello, anche italiane, vorrebbe dire quasi raddoppiare il budget attuale per fare il grande salto e ad oggi non vediamo chi in Italia potrebbe farlo. Ma l’aspetto economico non sarà tutto: per ottenere una licenza, infatti, le squadre dovranno passare attraverso la Commissione Licenze dell’UCI che le metterà in esame sotto i criteri amministrativo, finanziario, etico e organizzativo, valutando la tipologia dei contratti, delle assicurazioni, la professionista, il rispetto delle tempistiche, i regolamenti antidoping interni, gli obblighi contrattuali, la trasparenza di tutte le varie operazione, le piattaforme di comunicazione interna ed esterna, oltre a tutta l’organizzazione dello staff con una definizione precisa dei ruoli del preparatore e di quello che viene definito performance manager.

Insomma, dietro ad ogni singolo aspetto di una squadra, dovrà esserci un personale dedicato e altamente professionale, pena multe salate o una retrocessione nella seconda divisione, quella dei team Continental. Ci saranno quindici squadre che vorranno farsi carico di tutti questi oneri, se i vantaggi non sono proporzionati? Tra le donne non c’è la garanzia di partecipare ad una corsa come il Tour de France, aspetto al centro del WorldTour maschile.

La strategia dell’UCI è la migliore possibile?
Nella riforma del ciclismo professionistico maschile del 2020, a quanto si apprende, ci sarà anche un obbligo per le squadre WorldTour che per regolamento dovranno avere una squadra femminile o una squadra Continental maschile a loro affiliata. Di sicuro le squadre WorldTour maschili che nella stessa struttura hanno ancora un team femminile saranno molto avvantaggiate al momento dell’esame per ottenere le licenze: avranno sicuramente dei costi aggiuntivi, ma il personale in squadra già c’è così come le varie piattaforme per condivisione dati e anche nella preparazione di contratti e documenti vari si tratterà solamente di aggiungere dei nomi, senza dover studiare o allestire qualcosa di nuovo partendo quasi da zero.

Ma in fondo è questa la strategia dell’UCI per il ciclismo femminile, forzare o anche solo invitare squadre e organizzatori maschili ad aprirsi anche alle donne: in questo modo gli appassionati possono riconoscersi in nomi che conoscono, che siano quelli di una squadra che conoscono (Trek-Segafredo, Sunweb, Movistar o Astana per fare degli esempi) o quelli delle grandi corse, come possono essere la Strade Bianche, il Giro delle Fiandre o la Liegi-Bastogne-Liegi o addirittura la Parigi-Roubaix ed un possibile Tour de France di un settimana o dieci giorni, da come si vocifera per il 2020. E non lo neghiamo, per avere più seguito questa è una strada che porta inevitabilmente frutti anche se ci sono anche delle limitazioni: nel caso di corse uomini e donne in concomitanza, la precedenza per la diretta televisiva sarà sempre degli uomini, come nel caso di Freccia e Liegi, le cui uniche immagini delle donne sono quelle delle telecamere fisse all’arrivo in differita.

Nel tutto serve anche equilibrio perché nel momento in cui una squadra dovesse chiudere, sarebbero di fatto due a lasciare il gruppo, o se un organizzatore dovesse trovarsi in difficoltà per prima cosa andrebbe a tagliare le corse femminili, come del resto già accaduto in passato: non bisogna scordarsi quindi di chi ha mandato avanti il ciclismo femminili anche negli anni meno brillanti della propria storia e tutelare nomi come Trofeo Alfredo Binda o Giro di Turingia, per fare due esempi, che magari non saranno di immediato riconoscimento per tutti gli appassionati di ciclismo ma che alle loro spallo hanno una lunga storia.

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