Nel 2018 Jacopo Mosca ha vinto una tappa al Tour of China I © Xinyuand
Nel 2018 Jacopo Mosca ha vinto una tappa al Tour of China I © Xinyuand

Jacopo Mosca, un 2018 sempre in fuga

Il 25enne piemontese si racconta tra le tante fughe in Italia e l’esperienza con vittorie nel ciclismo cinese

Bar della stazione di Pinerolo. Proprio davanti a queste vetrate, sorseggiando il caffè fatto da queste macchinette, il pubblico del ciclismo ha visto il 26 maggio 2016 Matteo Trentin raggiungere Moreno Moser e Gianluca Brambilla e andarsi a prendere la vittoria della diciottesima tappa del Giro d’Italia. Il giorno dopo, i bambini e non solo correvano in piazza per andare a caccia di foto e autografi alla vigilia della tappa che cambiò l’esito di quella Corsa Rosa, il Colle dell’Agnello fatale a Kruijswijk e a Zakarin, benevolo a Nibali e Chaves. Jacopo Mosca, classe 1993, non era ancora professionista e girava ancora tra il pubblico. Da Under 23 in maglia Viris Maserati avrebbe vinto a casa sua il Trofeo Città di Pinerolo il 7 luglio. L’abbiamo incontrato qui e da uno di questi tavolini nasce questa intervista a uno dei corridori italiani più combattivi di questo 2018 in maglia Wilier Triestina Selle Italia, cosa che al momento sembra non essergli bastata a guadagnarsi una riconferma in squadra o un’altra sistemazione per la stagione 2019.

Ciao Jacopo. Incominciamo questa chiacchierata chiedendoti cosa serva ora a un corridore per rimanere nel mondo professionistico, visto che le vittorie e le fughe possono non bastare in questo mercato moderno?
«Sicuramente, vedendo come sta andando la situazione economica nel ciclismo, è tutto molto più difficile. Con questa crisi, siamo noi corridori i primi a pagare le conseguenze. Speriamo che questo problema si risolva in futuro»

Anche quest’anno ti sei confermato come uno dei più combattivi del gruppo, un 2018 in fuga e sempre all’attacco. Com’è correre così? Quanta energia e stimoli servono per attaccare in una gara che poi ha pochissime possibilità di vedere vincere qualcuno della fuga?
«In questi primi due anni, ho capito che a volte non sarei mai stato competitivo nel finale. Un po’ per farsi vedere, un po’ per provarci, la fuga da lontano rimane una delle migliori alternative. Poi quando il gruppo o ti lascia andare o sbaglia i conti le possibilità aumentano; in queste giornate, se tutto va bene, si può puntare alla vittoria»

Quest’anno il riconoscimento più importante è stata la maglia a punti conquistata alla Tirreno-Adriatico. Una maglia più sudata, perché più difficile da vincere attaccando da lontano rispetto a una maglia dei gran premi della montagna
«Questa maglia in effetti è stata una sorpresa. Alla prima tappa sono andato in fuga, seguendo la strategia della squadra; essendo invitata, bisogna sfruttare la visibilità e la pubblicità offertaci da questa manifestazione, trasmessa in diretta, importante come la Tirreno-Adriatico. Inoltre andare in fuga è anche un modo per onorare la wildcard e la corsa. Ho vinto i due traguardi volanti di quella frazione, così sul pullman guardando la classifica abbiamo deciso di continuare a provarci e vedere di indossare quella maglia a punti almeno per un giorno. C’è da dire che in questa Tirreno le fughe partivano abbastanza presto e questo ha molto aiutato. Per conquistarla c’è voluta tanta grinta ma anche tanta ignoranza, come dissi in un’intervista di quel periodo, perché per andare in fuga per quattro tappe su cinque in linea ci vuole molta forza. In quella tappa mancante ho perso il momento, ma sono andati all’attacco corridori molto forti. È stata comunque una bella soddisfazione: ho mostrato che la grinta non mi manca e di saper stare tanti chilometri esposto al vento e a un ritmo molto alto»

Sei andato in fuga pure alla Milano-Sanremo, oltre che al Giro d’Italia
«Sì, alla Classicissima l’idea di attaccare è venuta a Scinto, che subito dopo la Tirreno mi ha detto: “Preparati che devi andare in fuga alla Sanremo”. Pronti via e dopo 4 km eravamo già in fuga. È stato molto bello, anche se arrivavo dalla settimana molto dura della Tirreno-Adriatico quindi forse ho mollato un po’ prima rispetto a quello che mi aspettavo»

Già correre con Scinto come direttore sportivo è uno stimolo per andare in fuga. Come ti prepari al meglio per attaccare subito: ti metti davanti alla partenza oppure basta solo aspettare il momento giusto?
«Sì, Luca è un direttore molto sportivo che ti trasmette molta grinta e dà compiti molto precisi: se devi attaccare, te lo dice per radio già dal chilometro zero e continua finché non attacchi e vai in fuga, quindi lo stimolo che ti dà è molto forte. Per andare in fuga, bisogna guardare pure le tappe: in alcune è estremamente facile, soprattutto se sei davanti, ma come si vede ci sono veramente tanti atleti che ci provano. Quindi oltre a un po’ di fortuna, ci vuole occhio nel indovinare l’attacco giusto»

Non hai ripetuto il successo del Tour of Hainan dello scorso anno, ma ti sei fatto valere con molti piazzamenti e una vittoria di tappa in Cina. Come descrivere in poche parole queste corse a tappe cinesi ancora sconosciute al pubblico italiano.
«Al Tour of Hainan non sono riuscito a ripetermi perché è arrivato in un periodo diverso dal 2017: l’anno scorso avevo fatto il calendario francese e italiano a fine stagione, arrivando a questa gara con un ottimo picco di forma, una buona condizione e abbastanza fresco. Ha aiutato anche l’infortunio (rottura del gomito) subito ad aprile in Belgio, che mi ha fatto saltare una parte di stagione e essere più carico nel finale. Quest’anno invece ero stanco poi ho fatto molte gare del calendario cinese, quindi un tipo diverso di preparazione. Di queste corse posso dire che all’inizio sembrano strane, perché vai a correre in Cina e il livello non è alto come in Europa. Però le medie sono sempre alte, le gare sono corte e si affrontano sempre a tutta. Quindi anche se possono sembrare agli occhi del pubblico delle gare semplici, però vincerle è sempre difficile e ci riesce sempre uno solo. Inoltre, molte squadre italiane stanno partecipando sempre di più a queste gare, soprattutto in Cina: il livello si sta alzando, basta guardare quest’anno a Hainan che c’erano tutte e quattro le squadre italiane Professional. Diciamo una sorta di Ciclismo Cup cinese (sorride)»

Concentriamoci più sul livello e ampliamo il paragone agli altri sport: la Cina è al vertice delle classifiche in molte discipline, soprattutto atletiche e in vasca, e nel calcio molti campioni giocano in questo paese attratti da grandi stipendi. Come viene visto il ciclismo professionistico, sia come seguito di pubblico che come atleti?
«Bisogna dire che il livello è basso solo perché noi lo confrontiamo con quello italiano: da noi trovi molte squadre World Tour e Professional, da loro giusto qualcuna delle seconde. Comunque nelle Continental trovi sempre un corridore che ha una buona gamba e va forte. Il ciclismo lì è in continua evoluzione: chissà fra qualche anno sentiremo parlare di qualche grande squadra cinese anche a livello mondiale. C’è da dire che loro si stanno avvicinando adesso al ciclismo professionistico e qualcosa che prima non conoscevano molto bene. Il loro vantaggio è che hanno molti soldi da investire, quindi quando decideranno di creare una super squadra non avranno problemi. Anche se oltre al denaro, servono le basi e le conoscenze per mandare avanti una squadra»

In pista, abbiamo già visto ciclisti molto forti provenire dall’Estremo Oriente. Ci sarà mai un cinese in grado di salire su un podio del Tour de France o del Giro d’Italia?
«Non lo so, ma mai dire mai. Basti pensare a quello che è successo in Africa: il ciclismo in quel continente è cresciuto molto e dieci anni fa nessuno avrebbe scommesso che avremo avuto in gara tanti forti ciclisti africani. Chissà, tra una decina d’anni, saranno i cinesi i protagonisti»

Che rapporto di amicizia ti lega con Umberto Marengo?
«Con lui siamo amici da sempre: quando lui si è trasferito qui in zona nel 2007 ci siamo sempre allenati insieme. (Mosca è di Osasco, Marengo abita a Roletto. Questi sono due comuni in provincia di Torino vicini a Pinerolo. Jacopo sorridendo ci dice anche l’esatta distanza tra i cancelli delle loro case). Abbiamo corso insieme per tre anni: uno da juniores nel team di Biringhello e due da dilettanti con Podenzana (Umberto è un anno più grande, classe 1992)»

Ce lo puoi presentare meglio come corridore? Chi segue il ciclismo dilettante lo conosce sicuramente molto bene, ma chi segue solo il ciclismo professionistico probabilmente no
«Umberto ha avuto una grande determinazione nel resistere e nel tener duro sempre. Dopo un po’ di difficoltà nei primi anni, si è sempre impegnato al cento per cento e ha sempre creduto nel sogno che abbiamo un po’ tutti noi ciclisti di passare professionista e finalmente l’ha ottenuto. Negli ultimi tre anni ha avuto una crescita incredibile: nonostante i successi maggiori gli ha ottenuti negli ultimi due, già nel 2016 ha fatto molte gare davanti e con buoni risultati. Quindi possiamo dire che non è una scoperta recente, perché in molti già sapevano e conoscevano chi era Umby. Ovviamente sono molto contento per lui, che è finalmente riuscito a realizzare il suo sogno (correrà professionista con Scinto il prossimo anno, ndr) dopo tanto lavoro»

Un altro corridore con cui hai corso è Jakub Marezcko: pensi che il passaggio in una formazione World Tour possa aiutarlo a migliorare quelle sue lacune in salita che hanno un po’ penalizzato questo suo potenziale enorme che ha nelle volate?
«Sì, sicuramente: con Kuba abbiamo corso nel 2014 alla Viris (lui vinse 13 gare quell’anno, ndr) e poi in questi due anni alla Wilier Triestina-Selle Italia. L’anno prossimo sarà uno step molto importante nella sua crescita. Voglio fare una precisazione però: lui in due anni ha fatto tre volte secondo in arrivi di tappa al Giro d’Italia. Se quest’anno lui non si fosse trovato contro un super Elia Viviani, avrebbe vinto a Tel Aviv e ora saremo qui a parlare di lui come uno dei velocisti in prospettiva più forti. Ha perso anche contro Gaviria, un altro sprinter tra i top di questa categoria. Il calendario d’inizio anno World Tour gli può dare ottime possibilità di mettersi in mostra con un percorso più adatto e un clima più rilassato. Sicuramente con un miglior calendario, miglior motivazione e un allenamento più completo potrà colmare il gap che lo divide dai velocisti più forti e lo vedremo vincere qualche tappa al Giro d’Italia e confermare le forti aspettative che abbiamo avuto su di lui»

Pinerolo, nell’immaginario collettivo, riporta alla mitica tappa del 1949 vinta da Coppi e la celeberrima sgambata nel film “Fantozzi contro tutti”. Soprattutto qui molto spesso passa il Giro d’Italia: quanto ti piacerebbe arrivare qui con la Corsa Rosa?
«Sicuramente Pinerolo è rimasta sulla scena mondiale del ciclismo con gli arrivi del Giro e del Tour grazie al lavoro di Elvio Chiatellino. Nel 2016, c’è stato l’arrivo di tappa e la partenza il giorno successivo del Giro: proprio in quei giorni pensavo alle emozioni che avrei provato se fossi arrivato sulle strade di casa. Già quest’anno ho corso molto vicino a casa: molta gente è venuta a tifarmi nella tappa con partenza a Susa e poi al passaggio sul Colle delle Finestre. Spero un giorno di poter arrivare proprio qui a Pinerolo durante un grande giro».

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