Il Peter Sagan versione Eagles in scena al Tour Down Under © Bora Hansgrohe-Bettiniphoto
Il Peter Sagan versione Eagles in scena al Tour Down Under © Bora Hansgrohe-Bettiniphoto

Sagan takes it to the limit

Tour Down Under, tappa briosa sul circuito di Uraidla, Peter vince su Sánchez e Impey, Bevin difende la leadership. Viviani (!) e Boaro in fuga, Bettiol in evidenza

Benedetti organizzatori del Tour Down Under, dove l’avevate tenuto nascosto questo circuito di Uraidla in tutti questi anni? Perché ci avete fatto credere per tre lustri che la zona intorno ad Adelaide fosse un piattume deprimente, mentre invece evitavate accuratamente i percorsi mossi che oggi scopriamo esistere? Una luce nuova deve aver illuminato ultimamente i boss della corsa australiana, con in testa il direttore Mike Turtur: ogni anno viene inserito nel TDU un nuovo ingrediente, stavolta questo circuito misto, che va ad affiancare l’arrivo che tira (ieri), la salita dura nel finale (Campbelltown, domani), e ovviamente il decisivo arrivo all’insù di Willunga Hill (spostato quest’anno all’ultimo giorno, altro elemento di novità); solo due tappe restano patrimonio esclusivo dei velocisti, in una gara che un tempo era un continuo sprintare, ma oggi diventa un appuntamento sempre più gradevole e soprattutto ciclisticamente pregno. Praticamente irrinunciabile, se non fosse per il fuso orario.

A Uraidla in realtà ci si era arrivati già un anno fa, e aveva vinto Peter Sagan. Ma stavolta l’organizzazione ha proposto un circuito intorno a quell’arrivo, quasi 7 giri di su e giù che hanno portato il dislivello complessivo alla cifra di 3300 metri (di tutto rispetto per queste latitudini e questa fase del calendario), e poi il caldo ha fatto il resto, e sono arrivati a giocarsi la vittoria una trentina di uomini… e ha vinto… Peter Sagan.

Esibendo due baffoni che fanno molto Eagles (intellegibile il titolo, ora?…), lo slovacco è andato a cogliere la prima affermazione stagionale, ha avvicinato drammaticamente la testa della classifica (Patrick Bevin salva la maglia per un secondo) ma forse non avrà altre occasioni per scavalcare il neozelandese, visto che non sarà facile per lui tenere domani su quella salitella finale, se verrà fatta ad andatura sostenuta: i 2.3 km all’8.9% di pendenza media di Montacute (questo il nome del rampone) chiameranno all’opera altri corridori, basti pensare che nel 2014 vi vinse in solitaria Cadel Evans, inseguito invano da un gruppetto di 11 uomini (tutti di classifica).

 

Viviani sprinta e giacché va pure in fuga
La terza tappa del Tour Down Under 2019, Lobethal-Uraidla, è stata preceduta da una riunione di Turtur coi corridori per verificare la possibilità di accorciare anche questa frazione come le prime due per motivi climatici (ancora gran caldo). Alla fine s’è deciso di disputare per intero i 146.2 km previsti, e si è partiti subito come molle perché nei primi chilometri erano previsti i due Sprint Intermedi, entrambi a Charleston. Il primo, dopo 4.5 km, l’ha vinto Elia Viviani su Kristoffer Halvorsen e Jasper Philipsen; poi giacché era lì, il veronese della Deceuninck-Quick Step ha deciso di insistere, ritrovandosi in breve in fuga con altri sei uomini: Nicolas Dlamini (Dimension Data), James Whelan (EF Education First), Nico Denz (AG2R La Mondiale), Manuele Boaro (Astana), Léo Vincent (Groupama-FDJ) e Michael Potter (UniSA-Australia).

Naturalmente Viviani ha vinto con una gamba il secondo sprint, incamerando abbuoni (6″ in totale) da cui avrebbe ricavato giusto la poca utilità di vestire per qualche chilometro la maglia ocra virtuale (Patrick Bevin, il leader, era partito da Lobethal con 5″ su Elia); in compenso il veneto ha fatto pure bei punti, per tenere viva la speranza di lottare fino alla fine per la classifica ad hoc. In ultima analisi, se anche questo progetto dovesse sfumare (c’è sempre un Sagan di mezzo…), sarà stata, quella di oggi, una sgambata buona per salire ancora di condizione; o se proprio nulla di quanto sopra, almeno avrà dato ai suoi avversari una dimostrazione di salute e volontà.

Qualunque cosa sia stata, è finita a 55 km dalla fine, con Viviani che per primo ha perso contatto dal drappello, sulla salita di Summertown, a fine quint’ultimo giro; in quel momento il margine dei battistrada, che in precedenza aveva toccato i 3’14” (ai -103), si attestava sul minuto e mezzo, con tendenza al ribasso. Sull’altra salita, quella di Spring Gully Road (la più lunga del circuito), il gruppetto si è poi ancora frazionato nel corso del terz’ultimo giro, con la perdita di Vincent, Denz e Boaro.

L’italiano aveva però una carta di riserva, e l’ha usata per aiutare il suo compagno Davide Ballerini, uscito dal gruppo insieme ad Alberto Bettiol (EF), a riportarsi sui primi: aggancio avvenuto a 32 dal traguardo, gruppo a circa 30″ di distanza. A questo punto, impreziosita dal contrattacco, la tappa cominciava a sembrare una piccola classica. Ma più che l’Astana, era la EF ad avere le idee ben chiare: sono stati i due rosa di Vaughters infatti ad aumentare il ritmo a fine tornata, di nuovo sulla salita di Summertown, a 27 dalla fine. E lì prima Boaro, poi Ballerini, poi Dlamini e infine Potter si sono staccati alla spicciolata, lasciando al comando Whelan (gran mulo oggi) e Bettiol.

 

Finale a rotta di collo verso il primo successo 2019 di Sagan
Whelan si è speso fino all’ultima energia per far lievitare il vantaggio, e in effetti il suo impegno (e quello di Bettiol, ovviamente) ha riportato le distanze sul minuto; ai -21, a Spring Gully Road, il valoroso fuggitivo della prima ora si è staccato dal compagno, ma Bettiol avrebbe capito presto che quel margine sul plotone non gli sarebbe servito a niente: per un attimo abbiamo avuto le allucinazioni, sembrava il Tour de France e c’era un trenino di 5 Sky a tirare il gruppo, sempre più selezionato. Il risultato di questa visione è stato che il distacco dall’attaccante si è in breve dimezzato; è stata poi la Mitchelton-Scott a finalizzare l’inseguimento, raggiungendo l’italiano ai -13.5, quasi in cima a Summertown.

La squadra australiana, votata alla causa di Daryl Impey, campione uscente del TDU, ha controllato per metà dell’ultima tornata, poi a Spring Gully Road la EF si è ripresa la scena, indurendo la corsa un’altra volta (a favore di Michael Woods). Ma in questa fase nessuno ha fatto la differenza. Di nuovo treni in scena, addirittura quello Jumbo-Visma per Danny Van Poppel, uomo veloce tra i pochi sopravvissuti fino alla fine. Ai 3 km, colpo di scena, ha attaccato Kenny Elissonde (e non Wout Poels), cercando di dare un senso al precedente lavoro della Sky; Robert Gesink (Jumbo) ha provato a inseguire il francese, ma prima di lui ha fatto il plotone, che ha raggiunto entrambi ai -2.3.

E lì è partito forte proprio Woods, staccandosi di ruota Impey, ma resistendo poco al comando perché il gruppo, pungolato da un forcing di Dries Devenyns (Deceuninck), si è riportato sul canadese ai 1900 metri. Ancora la Mitchelton tirava per approcciare quella che si profilava come una volata ristretta a non troppi nomi; e l’ha lanciato proprio Impey, lo sprint, ma alla sua ruota c’era l’avversario più letale con cui potesse avere a che fare in quel frangente, Peter Sagan.

Lo slovacco della Bora Hansgrohe ha saltato il sudafricano ai 100 metri, forse meno, e da dietro anche Luis León Sánchez (Astana) si è infilato, andando a cogliere la piazza d’onore davanti al capitano Mitchelton. Guarda caso, stesso podio dell’anno scorso, anche se nel 2018 fu Impey a far secondo davanti a LLSG. Solo quarto Danny Van Poppel, arrivato evidentemente un po’ cotto alla volata; quindi il leader Patrick Bevin (CCC-Reno), Jan Polanc (UAE Emirates), Ruben Guerreiro (Katusha-Alpecin), Tadej Pogacar (UAE, gran risultato per il ragazzino sloveno, 20enne ultimo vincitore dell’Avenir), Chris Hamilton (Sunweb) e Domenico Pozzovivo (Bahrain-Merida); subito fuori dalla top ten, undicesimo Diego Ulissi a completare un più che discreto ordine d’arrivo di squadra UAE.

Come scritto all’inizio, Patrick Bevin ha conservato la maglia ocra per un solo secondo su Sagan; balza in terza posizione Sánchez, a 9″ dal primo, e a seguire troviamo Michael Storer (Sunweb) a 10″, Impey a 11″, Van Poppel a 15″ come anche Polanc, Ryan Gibbons (Dimension Data), Hamilton, George Bennett (Jumbo) e Woods; Ulissi, 12esimo col medesimo ritardo, è attualmente il migliore degli italiani.

Domani la Unley-Campbelltown dovrebbe misurare 129 km, a meno di tagli dell’ultim’ora, e come detto a caratterizzare questa quarta tappa sarà la salita di Montacute che svetta ai -6. Sarà una frazione da uomini di classifica, sarà quindi una giornata tutta da seguire. O amato Tour Down Under, perché ti avvii così troppo rapidamente alla conclusione?

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