Il colpo di reni fra Consonni e Thomas a Pruszkow nell'ultimo sprint della corsa a punti dell'omnium © Szymon Gruchalski
Il colpo di reni fra Consonni e Thomas a Pruszkow nell'ultimo sprint della corsa a punti dell'omnium © Szymon Gruchalski

Il giorno delle ciambelle senza buco

Ai Mondiali su Pista Simone Consonni sfiora il podio nell’Omnium, Paternoster-Confalonieri a lungo in zona medaglie nella Madison… ma stavolta si resta a mani vuote. Un record per Vece

Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere, vi avranno cantato qualche volta i vostri padri (o i vostri nonni, dipende dall’età), e dato che tutti traiamo qualche lezione di vita dalle canzonette, avrete di buon grado accettato di far tesoro di cotanta perla di saggezza. E se non l’avete fatto, ci pensano poi le cose della vita a ricordarvi l’assunto. Un giorno sei all’apice, l’indomani ti ritrovi a trascinarti nella mestizia.

Nello sport, poi, queste considerazioni sono all’ordine del giorno; oggi, per esempio, è stato un giorno di sinusoide giù. Un giorno in cui le ciambelle non sono riuscite col buco, neanche un po’, e non perché ieri invece sì e quindi c’era qualche fio da pagare per forza, ma semplicemente perché gli alti e bassi sono la cosa più normale che possa esistere. La loro alternanza è ciò che dà senso al tutto.

Per cui ci ritroviamo, nel commentare i Campionati del Mondo su Pista di Pruszkow, a passare dai toni trionfalistici del venerdì, quando avevamo riempito il velodromo polacco di medaglie azzurre (un oro, un argento, un bronzo), a quelli un po’ ammaccati del sabato, quando facciamo i conti con medaglie perse per un soffio (Simone Consonni nell’Omnium), con prestazioni un minimo al di sotto delle attese (la coppia della Madison femminile, comunque discreta quinta), e con un umore che per forza di cose non può essere all’altezza dei picchi emotivi di 24 ore fa. Pazienza, ci sta anche questo. L’importante è non deprimersi, guardare avanti, e pensare che forse nel domani letterale (ci sono altre gare, prima della fine dei Mondiali!), forse in quello metaforico (domani=futuro), avremo certo altre occasioni di riscatto.

 

Una Madison che volta le spalle alle azzurre
Non era facile e lo sapevamo, e lo sapevano anche Letizia e Maria Giulia. L’obiettivo della medaglia nella Madison, al cospetto di un nugolo di avversarie di prestigio esagerato, era particolarmete complicato da raggiungere, ma il clima intorno alla coppia azzurra era necessariamente di fiducia, dopo le esaltanti prove di ieri, principalmente riferendoci all’Omnium di Paternoster. Anche lì non era certo scontato che l’italiana potesse salire sul podio, eppure ci è riuscita, lasciandosi alle spalle fior di concorrenti.

Oggi invece le cose sono andate diversamente. Forse per via di qualche meccanismo non ben oliato, qualche cambio non preciso come avrebbe dovuto essere, qualche centimetro che ha remato contro le due (piazzate al quinto posto, ovvero il primo senza punti, in tutta una serie di sprint, soprattutto all’inizio della prova). Chi da subito s’è dimostrato fortissimo sono state le olandesi, Kirsten Wild, sempre lei, in coppia con Amy Pieters. Una sequela impressionante di sprint, i primi 6 (sui 12 totali), tre dei quali vinti, tre chiusi al secondo posto, per arrivare a metà gara con un vantaggio che aveva tutta l’impressione di essere già incolmabile: 24 punti per le arancioni, 10 per le australiane seconde (Amy Cure e Georgia Baker), 8 per le italiane, 7 per le britanniche (Neah Evans e Elinor Barker) e 6 per le danesi (Amalie Dideriksen e Julie Leth). Non pervenute o quasi le belghe Kopecky-D’Hoore, che pure alla vigilia erano molto accreditate.

L’Italia era terza, a questo punto, perché proprio al sesto sprint Paternoster, con un piccolo miracolo di sagacia, anticipando brutalmente un cambio delle olandesi, le ha precedute vincendo la volata: la prima della serata per le azzurre, e purtroppo sarebbe rimasta anche l’ultima. Già un paio di sprint più avanti la Gran Bretagna avrebbe nuovamente superato le nostre, a sancire un andamento non particolarmente fulgido: nella seconda metà di gara Letizia e Maria Giulia avrebbero guadagnato solo altri 6 punti, frutto di tre piazzamenti; eppure, dato l’equilibrio della prova, ancora a 20 giri dalla fine, e dopo il decimo dei 12 sprint (chiuso al secondo posto), le azzurre erano tuttavia in zona medaglia, di nuovo terze a quota 14, mentre la coppia australiana, autrice di una bella rimonta, quasi andava a insidiare Wild-Pieters. Le azzurre controllavano le britanniche, che erano le più vicine alle loro spalle, ma avrebbero presto capito che il pericolo maggiore veniva da più indietro, ed era colorato di rosso come le maglie di Dideriksen e Leth.

Le danesi, molto affezionate al concetto di caccia e di giro guadagnato, sono andate all’attacco ai -17 giri, e benché l’Italia abbia abbozzato una rapida reazione, le due nordiche son risultate imprendibili per tutto il resto della gara. Sicché, pur non conquistando poi il fatidico giro, hanno assommato 15 punti di sprint vinti (il penultimo e l’ultimo, quello coi punteggi doppi), e ciò le ha proiettate in zona podio. Per sovrammercato, lo sparpaglìo causato in gruppo dalla necessità di mettere qualche pezza all’attacco danese, ha impedito che ci fossero due sprint di facile interpretazione, complicando non poco le cose. In ultima analisi, poi, va detta la cosa più semplice: Paternoster e Confalonieri erano un po’ stanche nel finale. Per cui il loro quinto posto conclusivo non è certo un dramma, quanto piuttosto uno specchio della loro prestazione: imperfetta, volenterosa, in ogni caso promettente. E va bene anche così.

L’ordine d’arrivo recita Olanda prima a 33 e Australia seconda a 31, in pratica con uno svolgimento un minimo diverso dell’ultimo sprint, le dominatrici Wild-Pieters avrebbero finito con l’essere beffardamente superate. Ma questo è il Mondiale di Kirsten (o meglio: un altro Mondiale di Kirsten): vince l’Omnium con soli 2 punti di vantaggio su Paternoster; vince la Madison con soli 2 punti di vantaggio sulle aussie. Non potrà certo lamentarsi delle casualità che spostano piccoli equilibri sul pianeta…

Il terzo posto, come accennato, è stato appannaggio della Danimarca con 24 punti, quindi anche la Gran Bretagna (15) ha preceduto le azzurre, che hanno chiuso a 14, seguite da Russia (9) e Belgio (8).

 

Consonni alla ricerca della medaglia possibile
La mezza delusione per la Madison, lenita certo dal ricordo dell’argento vinto ieri da Letizia, era nulla in confronto a quel che avremmo vissuto poco dopo, nel coronamento dell’Omnium maschile, gara di cui Simone Consonni si faceva interprete di rilievo.

Lo Scratch d’apertura era stato conquistato con una magata dallo spagnolo Albert Torres, che era stato geniale nel prendere un giro, unico e solo, e nel mettere subito in cassaforte 40 punti; la volata finale è stata vinta da Sam Welsford, evidentemente non ancora sazio dei trionfi dell’altro giorno (Inseguimento a squadre con l’Australia e Scratch tutto solo), davanti al neozelandese Campbell Stewart, al britannico Ethan Hayter, a Simone Consonni e all’olandese Jan Willem Van Schip. Un quinto posto per cominciare, per l’azzurro, non male come viatico. Malissimo invece l’abbrivio di Benjamin Thomas, il francese, tra i più pericolosi sulla carta, non fosse che ha ben pensato di chiudere lo Scratch al 23esimo e penultimo posto: 1 solo punto per lui, praticamente fuori dai giochi per le medaglie. O no?

Nella seconda prova, la Tempo Race, in effetti Thomas ha subito dimostrato di volersi prepotentemente riscattare: dopo il primo sprint (vinto da Consonni), è partito per una caccia lunghissima, restando da solo al comando della corsa per 13 giri (quindi: 13 punti); poi si son mossi Hayter e il giapponese Eiya Hashimoto, i quali il giro l’hanno preso (il britannico nel corso della caccia ha vinto 5 sprint, il nipponico 2), quindi nuovo allungo per Thomas (e altri due punti), e finale vissuto suoi tentativi del tedesco Moritz Malcharek (3 punti), di Stewart e Van Schip insieme (4 punti per l’oceanico, 2 per l’europeo), di Torres (che in realtà ha vinto un solo sprint) e del greco Christos Volikakis in chiusura (sue le ultime due volate).

Prova aggiudicata a Hayter, quindi, davanti a Hashimoto e a Thomas, e Consonni nono. Da sottolineare che sul finire della gara una brutta caduta ha visto coinvolti Van Schip (che successivamente si sarebbe ripreso) e Welsford (che nel prosieguo di Omnium ha dimostrato di aver patito le botte). La classifica al giro di boa della challenge vedeva Hayter primo con 74 punti davanti a Stewart (70), Torres e Hashimoto (66), Welsford e Van Schip (58) e Consonni, settimo a 56.

 

Oh no, un altro Omnium in cui i francesi ci beffano!
La terza prova, all’ora dell’aperitivo, era l’Eliminazione, e qui Thomas ha fatto un altro piccolo grande capolavoro, aggiudicandosi la gara con autorevolezza, davanti all’inesauribile Van Schip, il quale – per non correre rischi di sorta – s’è fatto quasi tutta la prova in testa al gruppo, tirando come un forsennato. Welsford è stato tra i primi a essere eliminati (tradendo così la sua forma calante dopo il capitombolo), Consonni ha corso un paio di rischi grossi prima di essere eliminato, comunque ha portato a casa un ottavo posto che non sarà stato granché per lui che in passato si è ben disimpegnato in questa gara, ma che l’ha tenuto a galla, non lontano dalle medaglie, pur se non nel vivo della lotta.

Con Torres quarto nella gara, e Hayter e Stewart eliminati prima di lui, la classifica si è schiacciata verso l’alto. Alla decisiva Corsa a punti ci si presentava con i due anglosassoni appaiati a quota 102, lo spagnolo subito dietro a 100, e uno scalpitante Van Schip in arrivo come un treno a 96; quindi Hashimoto quinto a 86, Consonni sesto a 82 e Thomas in fortissimo recupero, settimo a 77.

Con questo stato di cose, e con la memoria ancora piena della Corsa a punti disputata da Van Schip ieri, tutti abbiamo pensato che l’olandese avrebbe fatto un sol boccone degli avversari; non avevamo però fatto i conti con un po’ di stanchezza che fatalmente a un certo punto ha colto pure il lungagnone oranje. Ragion per cui JWVS non è riuscito a essere efficace come avrebbe potuto, in quella prova conclusiva.

Viceversa, Stewart e Hayter si dimostravano piuttosto reattivi nel difendere le loro posizioni di vertice, sprintando bene e spesso. Consonni in tutto ciò stava alla finestra, ma il suo contemplare non è durato a lungo, dato che ai -75 giri (in totale ne erano previsti 100) si è messo l’anima in spalla ed è uscito in caccia, andando dietro a un drappello di fuoriusciti, e chiudendo in fretta su di loro. Ma erano tutti corridori abbastanza indietro in classifica, mentre lui si proiettava in quel modo – fosse riuscito a prendere il giro, of course – sul podio virtuale.

Con tenacia e pervicacia, Simone è riuscito nell’intento, e ai -66 ha concluso vittoriosamente la sua caccia. Un +20 che lo portava a stretto contatto con Hayter e Stewart (che nel frattempo continuavano a sprintare raccogliendo punti), e davanti a spauracchi come Torres e Van Schip. Questa situazione sarebbe durata praticamente fino alla fine della corsa, diciamo di sicuro fino a 15 tornate dalla conclusione. Diciamo fino a -15 perché in quel momento si è completata la vicenda che ha indirizzato in maniera determinante la gara: Stewart e Thomas, insieme al danese Niklas Larsen, hanno semplicemente conquistato un giro. Dopo un buon numero di tentativi (in particolare Van Schip e Torres ci hanno provato con cattiveria intorno ai -30), tutti rintuzzati, questo terzetto è riuscito a evadere ai -22, ed è andato a completare l’impresa. Col giro conquistato, Stewart ha di fatto chiuso la questione con Hayter, distanziandolo in maniera definitiva. Mentre Thomas è clamorosamente riuscito a portarsi in zona podio; clamorosamente, nel senso di: abbiamo idea della distanza da cui partiva il francese, dopo lo Scratch?

Consonni, in un riverbero d’orgoglio, ha vinto a mani basse il nono e penultimo sprint, dopo il quale la classifica lo vedeva a un solo punto di distanza da Thomas: 109 il francese, 108 l’azzurro; Hayter, a 114 si guardava le spalle; Stewart era irraggiungibile a 137. Dietro a Consonni c’erano ancora Van Schip (102) e Torres (101), ma davano l’impressione di aver già dato il meglio che potevano, e di non avere troppe cartucce a disposizione; e inoltre ormai mancava troppo poco alla fine per ipotizzare grossi tentativi di caccia.

La situazione andata a determinarsi vedeva di fatto una lotta ristretta principalmente a due attori: Thomas e Consonni. In palio, il podio. Simone si è messo alla ruota di Benjamin, il quale un paio di volte gli ha fatto il buco (andava anche bene, al francese, non far punti né lui né il rivale: sarebbe rimasto comunque terzo); allora l’azzurro ha pensato di dover cercare vie alternative, ha superato il contendente, ma la situazione si è di nuovo azzerata a 3 giri dalla fine, quando alle spalle di Van Schip (sempre in testa al gruppo, ma in maniera ormai sterile) trovavamo nell’ordine proprio Thomas e Consonni.

La volata è stata fantastica, per intensità e potenza sprigionata con le ultime stille di energia rimaste ai ragazzi. Consonni ha provato la soluzione per vie esterne, ma Thomas è stato troppo bravo nel gestire il gioco, e l’ha proprio vinto lui, quel sospirato decimo sprint (con punteggi doppi), e Simone si è dovuto accontentare di far secondo, davanti a Hayter e Van Schip. Con questi piazzamenti, tra l’altro, Thomas ha pure scavalcato il britannico, andando a chiudere al secondo posto: risultato che sarebbe toccato a Consonni, se la volata l’avesse vinta lui. Per cui il rammarico dell’azzurro è veramente doppio, dato che per pochi centimetri ha trovato un quarto posto anziché un argento. Se ne ricorderà a lungo, il bergamasco, ma la maledizione francese per i nostri “omniumisti”, che affonda le radici storiche in diverse sfide tra Viviani e Coquard prima, Boudat poi, alla fin fine ha condotto Elia – dopo le beffe subite dai cugini d’oltralpe – a un oro olimpico, quindi se vogliamo la cabala non è del tutto negativa.

La classifica finale di quest’Omnium di Pruszkow premia quindi Campbell Stewart con 137 punti, e lo spedisce sul podio insieme a Benjamin Thomas (119) e Ethan Hayter (118); Consonni resta ai margini della festa con 114 punti, seguito da Van Schip a 104 e Torres a 101.

 

Vece e le altre: un record illumina comunque la giornata
Miriam Vece tra poco compirà 22 anni, e come regalo anticipato s’è concessa il lusso di battere il record italiano dei 500 metri. Già le apparteneva, il primato, ma oggi l’ha limato, portandolo a 34″127 (da 34″318), il che sarebbe già sufficiente materiale per tornare dalla Polonia soddisfatta. Ma questa sua prestazione, oltre al dato cronometrico in sé, le ha pure permesso di accedere alla finale della specialità, e ciò rappresenta un plus non indifferente, considerato che non erano poche le atlete al via (26, e passavano le prime 8).

L’italiana si è qualificata proprio con l’ottavo tempo utile, e in finale non è poi riuscita a scalare posizioni (34″247 il suo crono nella prova decisiva), ma esserci era importante. La gara l’ha vinta una volitiva Daria Shmeleva col tempo di 33″012, inavvicinabile per le altre. La russa partiva col dente avvelenato per il modo in cui si era concluso il suo torneo della Velocità, l’altro giorno (relegata agli ottavi di finale contro la spagnola Calvo). Oggi ha battuto nell’ordine l’ucraina Olena Starikova (quarta in qualifica, ottima seconda in finale col tempo di 33″307) e l’australiana Kaarle McCullock (33″419), mentre a sorpresa è rimasta giù dal podio la campionessa uscente, la tedesca Miriam Welte, ferma a 33″431.

In tema di gare da sprinter, veniamo alla Velocità maschile, della quale si son disputati i primi turni. Domani si ripartirà dalle semifinali che vedranno opposti gli olandesi Jeffrey Hoogland e Harrie Lavreysen, veri mattatori della giornata, rispettivamente a Matthew Glaetzer (una finale anticipata, questa) e a Mateusz Rudyk, la grande speranza polacca, col pubblico di casa che punta tutto sul velocista per non chiudere la rassegna a quota 0 medaglie.

Oggi c’è stato anche l’Inseguimento femminile, ma qui per l’Italia non ci sono state note liete, visto che sia Silvia Valsecchi che Simona Frapporti hanno chiuso le qualifiche piuttosto nelle retrovie, 12esima la prima (3’37″338), 15esima la seconda (3’39″018). In finale ci sono andate la tedesca Lisa Brennauer col miglior tempo, e l’australiana Ashlee Ankudinoff, che evidentemente ha serbato per la gara conclusiva le migliori carte.

L’oceanica è partita subito forte, distanziando sin dai primi giri l’europea, che poi verso metà gara è però riuscita quasi ad azzerare le distanze; è stato però un fuoco di paglia, dato che non appena Ankudinoff ha sentito sul collo il fiato dell’avversaria, ha riaperto il gas, allargando in maniera definitiva e progressiva il gap. Al traguardo 3’25″971 il tempo di Ashlee, 3’29″243 quello di Lisa. Il bronzo è andato all’altra tedesca Lisa Klein, che ha battuto senza tanti complimenti (con 4 secondi e mezzo di distacco) la neozelandese Kirstie James.

 

E domani almeno un paio di altre gare da popcorn
Domani ci aspettano gli ultimi colpi di questa intensissima 5 giorni iridata. La prima sessione, da mezzogiorno all’una, vedrà le semifinali della Velocità maschile e i primi due turni del Keirin femminile, senza italiani in gara. Gli azzurri scendono in pista dopo pranzo, nella sessione pomeridiana che si svolgerà dalle 14 alle 17: si parte dalla Corsa a punti femminile, con la campionessa europea Maria Giulia Confalonieri che cercherà il riscatto dopo la Madison (ma dovrà vedersela col medesimo ostacolo: Kirsten Wild, sempre lei); poi, mentre intanto i tornei di Velocità e Keirin andranno avanti, alle 16 ecco la Madison maschile, con Consonni (a proposito di ricerca di immediati riscatti…) e Michele Scartezzini impegnati in una gara che si annuncia difficilissima, con avversari tremendi come la Spagna (Albert Torres e Sebastián Mora), la Danimarca (Lasse Norman Hansen e Casper Von Folsach), la Gran Bretagna (Ethan Hayter e Oliver Wood), l’Australia (Leigh Howard e – signori, giù il cappello – Cameron Meyer), la Francia (Benjamin Thomas e il redivivo Bryan Coquard) e, dulcis in fundo, i campioni uscenti della Germania (Theo Reinhardt e Roger Kluge). Come si fa a vincere una medaglia in un simile consesso? Non si sa, ma hai visto mai…

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